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Daniele Milazzo

Originario di Martina Franca e giovanissimo - ha soli ventotto anni -, Daniele Milazzo ha scritto quello che è stato definito dalla critica “il libro-novità del 2013”.

“Luglio 1923 - Un mese di indagini” narra di un breve lasso di tempo, dal primo al trentuno luglio 1923, raccontato attraverso articoli di giornali d'epoca, rapporti di Regi Carabinieri, lettere anonime e non. Tutti i documenti, seppure verosimili, sono inventati dall’autore: intestazioni, caratteri di stampa, timbri e firme.

“Tutto inizia – racconta ad Affari Daniele Milazzo - con un furto: viene scassinata una gioielleria, ma a causa di due denunce fatte in contemporanea da marito e moglie, i coniugi Russo, iniziano ad esserci i primi dubbi su cosa e quanto sia stato rubato”.  La scelta di Schena Editore di pubblicarlo su carta paglierina trasmette ulteriormente al lettore, inoltre, la sensazione di trovarsi davanti a un dossier d'epoca. 

 

Luglio 1923   copertina

"Luglio 1923 - Un mese di indagini" è un vero e proprio esperimento letterario, dalla scelta di pubblicazione su carta paglierina a quella di raccontare una storia attraverso verbali, lettere anonime, manifesti e mandati di perquisizione. Quali sono le difficoltà che affronta uno scrittore nello strutturare un romanzo dribblando la strada della suddivisione in capitoli ed evitando "l'escamotage" della voce narrante?

Daniele Milazzo: “Definirmi scrittore per il momento non mi sembra il caso, ho soltanto voluto raccontare una storia in modo originale. Più di una volta ho avuto la tentazione di accantonare i documenti e inserire dei dialoghi, delle descrizioni, di far parlare i personaggi che avevo creato. Una voce narrante prende per mano il lettore e lo fa giungere alle conclusioni dell’autore, mostra tutti i lati che vuole di una vicenda, può permettersi di descrivere un tramonto, una sensazione, una situazione. Nella forma che ho dato a questo libro, invece, è il lettore che si fa un’idea di ciò che succede attraverso quello che fa tutti i giorni: leggendo un articolo di giornale, magari di giornali di idee opposte.

Tutto inizia con un furto: viene scassinata una gioielleria, ma a causa di due denunce fatte in contemporanea da marito e moglie, i coniugi Russo, iniziano ad esserci i primi dubbi su cosa e quanto sia stato rubato. Per questo il libro si apre con le denunce, una sgrammaticata e l’altra burocraticissima che fanno nascere nei giornali locali il sospetto che qualcosa non vada per il verso giusto. Qui ovviamente ognuno tira l’acqua al suo mulino e vengono scritti articoli in cui da una parte si getta il dubbio che il furto ci sia mai stato, che sia una truffa all’assicurazione e dall’altra si minaccia il ladro parlando del derubato come se fosse un eroe.

Poi, dato che la cifra sottratta è abbastanza consistente e che a luglio, in un piccolo paesino pugliese non c’è molto da fare, questo furto diventa il caso della città cui tutti si interessano a vario titolo. Il Prefetto e il Questore di Bari si allertano perché non vogliono che la vicenda possa causare dei problemi alla loro carriera, spingendo Carabinieri e Pubblica Sicurezza a seguire piste diverse facendo arrestare prima un ladruncolo comunista e poi un ubriacone fascista. In un mese, a causa di questo furto nel paese accade una mezza rivolta, c’è il saccheggio di una sede di partito, una vincita al lotto che fa arricchire mezzo paese, una processione che si disperde per pestare chi ha lanciato un cantro alla Madonna del Carmine. Poi, alla fine, il vero colpevole viene arrestato, ma lascio ai lettori scoprire come.

Tutto viene raccontato con lettere, articoli, manifesti, invece che attraverso una voce narrante. È una lettura più affascinante, aperta alle interpretazione del lettore su ciò che accade, senza descrizioni e orpelli inutili: ci sono solo fatti, spesso divertenti”.

Luglio 1923   pagina 110

L'atipicità del suo testo poteva non catturare da subito la fiducia di una casa editrice e di un pubblico di lettori. Com'è andata?

“La prima casa editrice cui mi sono rivolto, Schena Editore, ha voluto subito pubblicare il libro. Ho atteso un po’ prima di accettare perché ho voluto rileggere meglio quanto avevo scritto. La storia mi è sembrata bella, la lettura scorrevole, l’ambientazione simpatica, ma il giudizio di un autore sulla propria opera difficilmente è imparziale. Ho fatto vedere una bozza ad alcune persone, in qualche caso senza neanche dire di essere l’autore: ho ricevuto solo commenti positivi, quindi mi sono deciso a fare il gran passo. Il giorno dopo la consegna in alcune librerie pugliesi mi hanno chiamato per dirmi che in molti lo prendevano, si fermavano a leggerlo lì, davanti a tutti, e rimanevano stupiti, iniziando a chiedersi se quei documenti che vedevano fossero veri o no. Ormai è la prima domanda che mi viene fatta da chi mi conosce quando si parla di questo libro. Poco a poco sta iniziando a diffondersi il passaparola. Non è un libro come tanti, questo è certo, ma credo che il suo punto di forza sia la sua atipicità”.

Diverse le forme di linguaggio e sintassi adottate nel testo, continuo l'alternarsi di forme in un divertente gioco della parola. Un complesso quadro della società pugliese degli anni venti, nella quale restituisce ed incastra la cifra del giornalismo del passato ma anche il mondo del contadino, del carabiniere o del militante fascista. Quali tipi di ricerche ha condotto per rendere i diversi registri linguistici verosimili al lettore?

“Mi sono divertito, e lo dico davvero, a sfogliare i giornali d’epoca e a leggere i documenti di allora: alcuni si trovano facilmente in rete, altri no, ma tutti hanno un loro stile che mi ha affascinato. Partiamo da alcune considerazioni: negli anni ’20 i giornali locali erano tantissimi, avevano una cadenza più o meno settimanale ed erano politicamente molto schierati: spesso erano veri e propri organi di propaganda.

Dall’emeroteca di Brindisi ho letto alcuni numero de Il Panaro, un giornale in cui le polemiche si alternavano con la presa in giro, le frasi in dialetto con l’italiano dannunziano. A proposito di giornali, ce n’è uno nel mio libro, ovviamente inventato, che imita nello stile i giornali degli squadristi degli anni ’20: l’ho chiamato “Il pugno di ferro” e ho messo a lato l’immagine di una mano che stringe quest’arma.

All’inizio l’avevo chiamato “Il manganello”, poi ho cambiato idea pensando che fosse un accenno troppo scontato. Bene, mentre scrivevo ho scoperto per caso che a Bari, proprio in quegli anni, era stampato “L’asso di bastone” (sic) che aveva a lato del titolo l’immagine della carta napoletana e un sottotitolo eloquente: «giornale non adatto per le teste fragili». Per quanto riguarda i documenti, poi, l’italiano della burocrazia e dei rapporti delle forze dell’ordine nasce da una ricerca universitaria che ho fatto anni fa, per la quale mi sono trovato a leggere più di un centinaio di rapporti di polizia e carabinieri degli anni ’40 e ’50, con effetti esilaranti: dalla totale credulità di alcuni ad altri in cui si notava un ragionamento lineare e corretto, con svarioni in italiano sempre più preoccupanti quando gli autori erano di grado inferiore”.

Immediato l'omaggio ad uno tra i più grandi maestri della lingua italiana e dialettale dell'attuale panorama letterario, Andrea Camilleri. Quali altri omaggi ha nascosto fra le pagine?

“L’omaggio a Camilleri nasce nell’intenzione stessa del libro, confezionato anche graficamente come La scomparsa di Patò. Ma ci sono altri omaggi nascosti: il nome del quotidiano indipendente, “L’Araldo delle Puglie”, che ho inventato per avere una finestra dal quale raccontare ogni tanto cosa accadeva in Italia in quel periodo, è un riferimento al Corriere delle Puglie e alla Gazzetta di Puglia, le due testate che insieme costituiscono le origini della Gazzetta del Mezzogiorno”.

I luoghi non fanno da semplice cornice nella sua storia, bensì assumono tridimensionalità e voce propria. Il racconto di "Luglio 1923 - Un mese di indagini" è ambientato in un paesino immaginario, Castelnuovo, situato nella Valle d'Itria dei trulli degli anni '20, alla vigilia della dittatura fascista. Vi sono paesaggi e dettagli della sua Martina Franca, ricordi ritrovati dei suoi viaggi?

“Sì, ce ne sono tanti. Ma del resto, Martina non è l’unico posto di cui si fa menzione: ad esempio, la storia si conclude a Casale San Giorgio, che altro non è che il nome originario di Locorotondo, che da Martina dista pochi chilometri. Il caffè Libia di cui faccio menzione nella storia è ispirato al caffè Tripoli martinese.

Ogni personaggio del libro è un omaggio a qualcuno, a persone che esistono non realmente ma nel nostro immaginario collettivo: il brigadiere Losurdo è il tipico carabiniere squadrato, ligio al dovere, magari con un po’ di pancetta da ufficio e i baffi; Cosimo Iodice, ex socialista iscritto al fascio perché gli è stato regalato un camion e arrestato come presunto colpevole è il contadino un po’ ubriacone e spaccone e così via”.

Dietro questo mese di indagini, dal primo al trentuno luglio 1923, il cammino della Storia: la legge Acerbo, l'annessione di Rodi, i decreti contro la libertà di stampa. Perché proprio questo pezzo della nostra storia? Ripensando alle limitazioni della libertà di stampa di allora, da giornalista, vi ha ritrovato qualcosa dei nostri giorni?

“Non è tanto nelle leggi contro la stampa, nate all’epoca con l’obiettivo di limitare le diffamazioni, quanto nell’atmosfera generale di quel periodo che mi è sembrato di rivedere qualcosa dell’Italia di oggi. Ma c’è anche la voglia di parlare di un periodo poco noto della nostra storia, fatto di trasformazioni, di cambiamenti, di scelte che avrebbero segnato il nostro futuro e di altre che avrebbero dovuto cambiarlo e che invece non lo faranno mai”.

Sta già lavorando ad un nuovo progetto, può rivelarci qualcosa?

“No, non c’è nessun progetto. Per ora. In futuro, chissà…”

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