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Metti autoreggenti accende la fantasia

di Enrica Simonetti

C’è un’Italia che inventa nefandezze sulla presidente della Camera e le scrive sul web. C’è un’Italia che apostrofa le donne tra grida, parolacce, doppi sensi e gomitate in Parlamento. E c’è pure un’Italia che si scandalizza appena qualcuno pronuncia la parola “autoreggenti”. E sì, è così: il mondo è vario.

Mai si poteva pensare che l’invito di una ginecologa, affisso a Gallipoli sulla porta del Consultorio familiare, potesse diventare un caso nazionale, un orrore tra tanti orrori, il motivo per cui biasimare ancora una volta una donna, l’autrice del cartello, una ginecologa laureata alla Sapienza, 62 anni, tre figli e 28 pazienti in attesa della sua visita.

La dottoressa, viste le code e le attese, ha fatto forse una cosa che in questa Italia non va mai fatta, e cioè semplificare. Errore madornale, da noi nessuno deve facilitare una situazione complessa, non è permesso. E così appena lei, con l’intento di rendere più sbrigative le visite, ha ricordato alle pazienti che “L'abbigliamento consigliato per una visita ginecologica è: gonna e calze autoreggenti”, si è scatenato il diluvio. Una pioggia di reazioni e di titoli dei giornali cui corrispondevano altrettanti post su Facebook, luogo virtuale/reale, da cui pare che il caso sia nato.

Siamo un po’ increduli. Davvero è stato uno scandalo? Davvero era necessario che il direttore generale della Asl, probabilmente oberato da ben più gravi problemi da risolvere, si sia sentito in dovere di far rettificare il cartello? La nuova versione “epurata” recita: “Per diminuire i tempi di attesa per una visita ginecologica e per una ecografia, l’abbigliamento consigliato è gonna e calze”. Quindi, così nessun problema: le pazienti sanno che l’abbigliamento è per una visita e non per uno spogliarello, sanno che la parola incriminata “autoreggenti” è stata ingoiata dalla voglia di ‘bacchettonismo’ vagante, o meglio dalla sguardo malizioso e maschilista che un indumento classico - tra l’altro nuovo e antico - può suscitare.

Insomma. La vicenda pone qualche interrogativo almeno su come mai in questa Italia moderna e inclinata verso un futuro incerto e torbido, basti dire “autoreggenti” per evocare le languide e sexy Laura Antonelli o Stefania Sandrelli. Sembra che persino in uno studio ginecologico si abbia paura della femminilità e che si cerchi di soggiogarla alle logiche della sensualità.

La dottoressa salentina, costretta a difendersi, ha spiegato che nessun “messaggio erotico” era nascosto dietro il suo avviso, ma figuriamoci! “Ho voluto solo velocizzare le visite e garantire la massima igiene, è per praticità, per evitare alle donne di doversi spogliare e non indurle ad appoggiarsi su una sedia pubblica, senza alcuna protezione da parte dei propri indumenti”. Come vedete, il linguaggio è tornato burocratico, anche nelle scuse, per evitare che la chiarezza potesse offendere qualcuno.

E allora proviamo a immaginare. Come dobbiamo chiamare le calze-non collant? Semplicemente calze? No, perché potrebbero velatamente (aggettivo non casuale) nascondere l’elastico autoreggente. Pensiamo a calzettone? No, sa di bambina (e quindi di pedofilia dirompente). Calzino? Fa troppo calciatore, fa troppo Fantozzi. E se scrivessimo sotto la gonna niente? Oddio, ancora peggio.

Il linguaggio sessita, di cui si è parlato in questi giorni, non ha nulla a che vedere con questa polemica. È solo un ponte verso l’Italietta che non ha mai saldato i suoi conti con l’infantilismo, che non si è mai liberata dal dominio dello sguardo “maschio”, del Pierino volgare nella classe delle adolescenti. Le parole dicono più dei fatti: non si dice “autoreggenti”. ma si fanno i pestaggi mediatici sui blog. Non si dice «autoreggenti» ma si contestano, guarda caso, le donne che risaltano sullo schermo: dalle presidenti alle giornaliste, dalle onorevoli alle amanti di onorevoli.

Il tiro al bersaglio continua. E stupisce che ogni giorno - con tanti argomenti importanti da trattare - si cerchi la vittima di turno da tartassare. Ogni sera, quando chiudiamo l’edizione del giornale e la rotativa comincia a stampare, guardiamo con malincuore alle notizie che, per motivi di spazio sono rimaste fuori: sono tante, eppure, ce ne sono sempre altrettante che non avrebbero meritato tanto clamore.

Come mai chi ha destato questo scandalo, fotografando il cartello incriminato, non pensa anche di scattare un’istantanea sulle code che affliggono un Consultorio familiare? O sulle (tante) donne, soprattutto giovani, che ancora non vi accorrono? Che temono le gravidanze, ma pure la contraccezione e quindi corrono ai ripari solo quando è troppo tardi? O ancora: perché non fotografare le malate di tumore che a causa delle liste piene, vanno a sottoporsi alle cure chemioterapiche spostandosi da Bari a Brindisi, da Bari a S. Giovanni Rotondo e viceversa? O a Milano, quando possono?

Quel cartello “autoreggenti” era innocuo. È una certa Italia che non si regge più.

 

(da Gazzetta del Mezzogiorno 5/2/2014)

 

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