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PugliaItalia

544710 3591811165437 2118365976 nBari – “Dopo aver letto le liste del Pd pugliese non posso che concordare con Bill Watterson: la prova che nell'universo esistono altre forme di vita intelligenti è che non ci hanno ancora contattato". Il day after della direzione nazionale democratica comincia dalla chiosa di Ruggiero Mennea e finisce con il ricorso in Commissione di Garanzia di Colomba Mongiello senatrice uscente foggiana, pronta a scagliarsi contro le new entries romane Scalfarotto e Losacco, ree di averla catapultata al quindicesimo posto, senza nemmeno incarnare “quelle eccellenze che il regolamento e lo statuto impongono per qualificare le liste del Pd”. Qualche ora più tardi arriverà anche la presa di distanze dei democratici di Capitanata e la moral suasion per farla capitolare, ma senza successo.

 
Di mezzo ci passa la richiesta di dimissioni del segretario regionale Blasi, arrivata non proprio a ciel sereno, da parte dei tre consiglieri regionali autosospesi da Via Capruzzi dopo l’attacco frontale sulle deroghe “ad personam” per le primarie: “Non si sono mai viste dimissioni irrevocabili soggette a revoca”, mandano a dire Fabiano Amati, assessore alle Opere Pubbliche e i colleghi Ruggiero Mennea e Donato Pentassuglia, riferendosi allo strappo del Sindaco di Melpignano in piena mediazione, poi rientrato, invitandolo a lasciare l’incarico non prima di aver impugnato le liste elettorali davanti all'organo di Garanzia di Luigi Berlinguer. “Per violazione di varie norme statutarie e regolamentari”, argomentano, spiegando che la quota del 10 % riservata alla decisione della Direzione nazionale “non era mai stata demandata, sotto i profili numerici e qualitativi, all’arbitrio degli organismi politici nazionali o regionali” ma andava calcolata sul 10 % dei posti disponibili “e ripartita, ovviamente, su tutte le postazioni in lista, non solo quelle utili”. “Non bisogna andare al tavolo della trattativa con il cappello in mano né con fare dimesso”, ammonisce l’assessore fasanese, quindi l’invito a tutti gli scontenti a mobilitarsi singolarmente se l’impugnativa non dovesse avere seguito.
 
mongielloPalma d’oro di apripista pugliese proprio alla senatrice ex Ds, giunta a Palazzo Madama dal capoluogo dauno e per nulla rassegnata ad essere retrocessa di due posizioni dietro il vicepresidente democratico (anche lui nativo della città guidata da Gianni Mongelli), e alll’ex capo della segreteria politica di Dario Franceschini: “Mentre io mi sottoponevo alla prova delle primarie, insieme ad altri 1.500 tra donne e uomini decisi a competere per guadagnare il diritto alla candidatura”, tuona lei, “hanno svolto le loro ordinarie attività evidentemente ritenendole più che sufficienti a far guadagnare loro un posto utile in lista”; “scelta particolarmente incoerente”, rincara la dose citando Scalfarotto, “che ha sempre ostentato pubblicamente la necessità di attuare la selezione dei candidati con il metodo delle primarie”. Alberto Losacco? “I resoconti della Camera non ce lo restituiscono come ‘rappresentativo di interessi diffusi e territoriali’”, stronca. 
 
 
Da Taranto Ludovico Vico prova a seguire la scia con analoghe motivazioni, ma per la furente ex presidente dell’Amica arriva la sconfessione del segretario provinciale di Capitanata Paolo Campo che bolla senza mezzi termini il ricorso come “assolutamente non condivisibile”, chiedendone il ritiro e definendo i due ‘imputati’ “persone e politici stimabilissime, chiaramente riferibili al territorio pugliese, che non meritavano le parole spese nei loro confronti. Non condivido che si arrivi a trasformare un organismo di garanzia in un Tribunale chiamato a giudicare decisioni politiche”. E i colpi di scena sono appena cominciati.
 
(a.bucci@libero.it)
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