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Taranto foto aerea

Qualcosa si è rotto lo scorso 2 agosto, quando nella piazza della Vittoria di Taranto l’irruzione di un gruppo di dimostranti su un Apecar mise in discussione la manifestazione che il movimento sindacale stava svolgendo. Era il segnale che, rispetto al grande tema del rapporto tra la città e la sua fabbrica, non si sarebbe più potuto percorrere manovre attendiste, dilazioni o mezze misure. Occorreva ed occorre affrontare la situazione di petto e cercare soluzioni.

Il difficile a questo punto, è trovare soluzioni che tengano conto di esigenze diverse e contrapposte. Mettere insieme, così come si è detto, le ragioni del lavoro con quelle dell'ambiente e della salute. Ancor più difficile quando il dolore lacera le carni mantenere atteggiamenti di compostezza e di razionalità.

Il dolore produce, inevitabilmente, la irrazionalità e le risposte scomposte, ma le convulsioni di chi rischia di annegare non agevolano il tentativo di salvarlo, anzi rischiano di mettere in pericolo anche la vita del soccorritore. Taranto, per la verità, non ha mai avuto un atteggiamento razionale rispetto al suo insediamento industriale, negli anni ’50 la città ha fortemente voluto la sua acciaieria.

Non è vero, come oggi si dice, che quell'insediamento sia venuto a collocarsi in una realtà solo agricola: la città aveva una storia industriale importante, ma l’Arsenale - che aveva avuto il massimo di sviluppo durante la guerra - da tempo aveva iniziato un lungo declino. La cantieristica poi, fiore all’occhiello dello sviluppo cittadino, era in uno stato di profonda crisi. Avere qui la nuova fabbrica, battersi per averla, significava affrontare la battaglia “perché Taranto non muoia”, così come la definirono le forze politiche e sindacali (dell’epoca).

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L'Italia inoltre era in una fase di rapido sviluppo, occorreva produrre, bene ed in fretta perchè il nostro Paese potesse entrare nel novero delle grandi potenze industriali, alcuni investimenti onerosi e strategici furono affidati allo Stato, la siderurgia rientrava tra quelle scelte. Taranto era una ubicazione ideale, aveva il porto, ed una collocazione geografica che consentivano il rapido movimento delle merci, nel suo territorio vi erano le cave di calcare necessarie alla produzione di acciaio, la manodopera locale aveva una tradizione industriale ma era meno costosa di quella di altre zone del Paese, perché a quel tempo in Italia vi errano le gabbie salariali.

Il prezzo che la città dovette pagare fu da subito alto. Le partecipazioni statali imposero una ubicazione del IV centro siderurgico a ridosso del vecchio quartiere Tamburi, un quartiere operaio nato durante la guerra, per dare sfogo alla forte immigrazione di quegli anni di produzione bellica e cresciuto sino alla fine degli anni ’50, quando il suo sviluppo urbanistico da un lato toccò i recinti del cimitero cittadino, dall’altro si dovette fermare perché oltre cominciava a sorgere il IV centro siderurgico.

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Il Siderurgico: un' opera immane, che presto divenne grande due volte l'insediamento urbano, nasceva in contraddizione con gli strumenti urbanistici, che la città si era data e con un iter amministrativo assolutamente anomalo, se non propriamente abusivo. I parchi minerali furono realizzati accanto alle case, le condizioni di lavoro assai dure, gli incidenti mortali avvenivano tutti i giorni. Il siderurgico dava lavoro, ma in cambio non rispondeva alla città ed era esente dalle leggi che regolavano la comunità.

Le assunzioni avvenivano in maniera clientelare, regolate dai potentati locali, politici, e sindacali, e persino dalle parrocchie. Ed inoltre la divisione tra i dipendenti diretti e la miriade di ditte appaltatrici (c’è stato un momento nel quale se ne contavano oltre 500): i primi godevano di buoni salari e forme di tutele, i secondi no. Una divisione storica con un segno di separazione profondo.

Il lavoratore diretto era guardato con ammirazione, se non con invidia dai lavoratori delle altre ditte e fabbriche. Persino dagli arsenalotti che avevano sin qui costituito una sorta di aristocrazia operaia. Ma nonostante questo gli anni ’60 e ’70 furono anni di grandi lotte, che portarono all’abolizione delle gabbie salariali e ad una migliore organizzazione del lavoro, che abbatté il numero degli omicidi bianchi.

Si cominciò a parlare d’ambiente alla fine degli anni ’70, si realizzarono le prime barriere tra lo stabilimento e la città, si realizzarono le colline artificiali e, a fatica, vi si piantarono su gli alberi; si decise di abbassare i cumuli di minerale e si cominciò a bagnarli. Misure che il tempo ha dimostrato essere insufficienti.

Negli anni '90 il processo di risanamento si interrompe del tutto: alle partecipazioni statali subentra il

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privato: contestualmente a questo avviene un ricambio generazionale epocale, prepensionamenti incentivati da mance benefit, un uso della legge sui lavoratori sottoposti all'amianto molto larga, il peggioramento delle situazioni di lavoro e delle relazioni sindacali (vorrei ricordare la celebre Palazzina LAF ove venivano concentrati i lavoratori non graditi all'azienda – la parola mobbing in Italia è diventata d'uso comune proprio dalla vicenda Taranto). Una sconfitta sindacale e politica che produsse l'espulsione della generazione operaia, che aveva conquistato consapevolezza e dignità.

Le moderne forme di precariato e di discontinuità lavorativa non sono più in grado di contrapporre una proposta di organizzazione del lavoro e di salvaguardia dell'ambiente alle pressioni del nuovo Padrone. Ma i problemi non affrontati diventano cancerosi: non è un caso che quando il problema si è riproposto non è più stato affrontato da chi in fabbrica lavorava, ma dalla città e l'obiettivo per molti non è più stato il risanamento, ma la chiusura della fabbrica.

Ricordo queste cose per tre ragioni fondamentali La prima perché trovo insopportabile il fatto che approfittando della corta memoria dei nostri concittadini, e della non conoscenza dei fatti del resto del Paese, si continuino a ripetere inaccettabili sconcezze come l'affermazione che esiste una responsabilità nell'aver costruito un quartiere accanto alla fabbrica, quando è vero l'esatto contrario.

La seconda è la riproposizione di misure che possono contribuire a migliorare la situazione, ma prese in sé hanno dimostrato di essere inefficaci. Lo spostamento di qualche casa, l'arretramento del quartiere, l'innalzamento delle colline artificiali hanno un senso solo se si fa tutto il resto, se si coprono i parchi minerali, se si abbattono le emissioni inquinanti. Le tecnologie esistono, come dimostrato dai processi già messi in atto in altri Paesi, anche per insediamenti industriali di dimensioni rilevanti.

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La terza è che lo Stato Italiano non può sottrarsi alle proprie responsabilità per l'inquinamento del territorio, che certo ha delle responsabilità nella attuale gestione, ma che hanno radici nelle scelte che furono compiute dalle partecipazioni Statali. Per questo, nell'affrontare questa fase, lo Stato non può pensare di essere solo parte terza rispetto al confronto. Giudice, magari imparziale, non lo è mai stato, ma oggi dobbiamo insistere su un punto: Taranto è in credito rispetto allo Stato Italiano, per il ruolo che quest'ultimo ha avuto in tutto questo cinquantennio nella vicenda.

E' ora che questo debito sia pagato, la nuova Aia ha imposto regole precise. Se l'imprenditore non è in grado di rispettarle, lo Stato dovrà intervenire; e qui le possibilità sono due: o lo Stato interviene con un prestito oneroso all' ILVA, per finanziare il risanamento e l'innovazione, o torna in possesso dello stabilimento. Alle stesse condizioni economiche a cui fu ceduto, per provvedere subito al risanamento.

Ma tutto questo perché non è oggetto della campagna elettorale? Il direttore di CosmoPolis, Vincenzo Carriero, in un editoriale, (giustamente) lamentava lo scarso peso della rappresentanza tarantina nel prossimo Parlamento. Ma se essa, se non rappresenta la storia e i drammi di questa città, perché dovrebbe contare?

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