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Roma

di Valentina Renzopaoli

La sua è una vita a colori che profuma di tempere, acquarelli, pennelli, fiori e conchiglie. Il mare è la sua passione, Ventotene la sua fonte di ispirazione, l’isola dei sogni che diventa rifugio oltre che un nido d’amore. Quarantatre anni, felicemente sposata, un passato da assicuratrice, Cecilia Chiavelli è un’artista: le sue storie sono scritte sui sassi, attraverso le mille faccette disegnate sulle pietre raccolte sull’arenile. Ad Affaritaliani confida la sua profonda necessità di raccontare e raccontarsi, il percorso ad ostacoli che ha caratterizzato la sua evoluzione artistica, l’illuminante incontro con Matvejevic e l’insostituibile amore per Nicola.
“Volevo fare l’artistico ma mio papà non ha voluto, mi sarei voluta specializzare ma i miei nonni non hanno voluto. Per fortuna poi mi sono ribellata…e oggi faccio quello che mi pare”: la breve sintesi della sua vita è pubblicata sul suo profilo facebook.
E’ stata dura riuscire a diventare un’artista?
“Mio padre era un ispettore della pubblica istruzione, per lui il liceo artistico era la scuola della ribellione e della perdizione, quindi mi è stato tassativamente vietato. E così ho fatto quello che aveva fatto mio nonno e poi mio padre, ossia ragioneria”.
E come ha vissuto questo divieto?
“L'ho vissuto come un'imposizione, una negazione assoluta dei miei desideri, ma avevo solo quattordici anni, a quell'età si seguono comunque i consigli dei genitori, come se la scuola non fosse una scelta che compete ai ragazzi. Essere un'artista la consideravo un'utopia, non la consideravo nemmeno un lavoro”.
Ed è un lavoro?
“E' un impegno sicuramente, diventa un lavoro quando senti la necessità di comunicare quello che pensi e che senti. Si lavora per comprare i materiali, i colori, per poter inventare”.
E con questo lavoro si vive?
“No, ancora no. Non ci vivo perché non voglio scendere a compromessi”.


Quali?
“Per esempio stare alle regole delle galleria d'arte, essere soggetti alle mode del momento, ai colori, ai soggetti richiesti dal mercato. Io faccio l'artista per esprimere quello che ho dentro ed ho la certezza che incontrerò sempre qualcuno in grado di capire i miei messaggi. Voglio comunicare attraverso il mio linguaggio, senza modificarlo ad uso e consumo del mercato o su richiesta”.
Qual è il suo messaggio?
“L'amore per la natura, gli animali, i popoli e le diverse etnie. In ogni mia opera, qualsiasi materia o colore io utilizzi, il messaggio è legato all'amore inteso in modo universale, come anima, sentimento, interiorità”.
Quali sono le sue fonti d'ispirazione?
“Il mare è la mia principale fonte d'ispirazione. Io sono cresciuta a contatto con il mare, mio padre aveva una barca e fin da piccola ho sempre navigato. Sono nata e cresciuta a Latina: il mare fa parte della mia quotidianità. E ho sempre adorato raccogliere quello che dal mare arrivava: legni, sassi, conchiglie, materiale di scarto, logorato e consumato dall'acqua. Ecco ho iniziato così: mettendo insieme quello che il mare restituiva. Poi l'incontro chiave della mia vita con Predrag Matvejevic, lo scrittore croato”.
Coma andò?
“Nel 2010 lessi il suo libro “Breviario Mediterraneo” dedicato ai popoli del Mediterraneo che mi aprì un mondo. Dopo la lettura realizzai la mia prima opera “Nostro Mare Nostro”: una serie di quadri che avevano come protagonisti i sassi; pietre raccolte da me sulle spiagge da Ventotene a Sabaudia, da San Vito Lo Capo a Reggio Calabria alla Maddalena. Questa opera fu poi premiata nel 2011 dalla Fondazione Mediterraneo che si occupa di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo con il “Premio arte e cultura” per il suo messaggio di fratellanza e comunione tra i popoli. E così nel 2011 incontrai di persona Predrag Matvejevic che è membro della Fondazione. Fu un incontro davvero decisivo per la mia crescita artistica e umana”.
Cosa rappresenta per lei il Mediterraneo?
“Rappresenta cultura, vicinanza, paesaggio, emozioni, suona, musica, colori. Quelle del Mediterraneo sono “terre di mezzo”, popoli chiave per operare la pace, o almeno così dovrebbe essere”.
Lei ha un amore viscerale in particolare per l'isola di Ventotene: come nasce questo feeling?
“Mi sono innamorata la prima volta che sono sbarcata a Ventotene quindici anni fa: da allora ci sono tornata in ogni stagione dell'anno, a Natale, a Capodanno, quando si seminano le lenticchie e quando si raccolgono, nella stagione della pesca del rotondo, un pesce povero tipico delle isole pontine. Fuori stagione Ventotene è ventosa, fredda, solitaria, silenziosa, è aperto un solo bar e un solo supermercato. Ventotene è una grande fonte d'ispirazione per la mia arte”.
Quali sono i luoghi dell’isola a cui è maggiormente legata?
“La parte che amo di più è Punta dell'Arco ma dopo la tragedia di tre anni anni fa, quando due studentesse in gita scolastica morirono a Cala Rossana colpite da una frana, tutta la zona venne chiusa. E' il punto più alto, quello più panoramico da cui si vede tutto il Circeo”.
Ventotene per lei è quasi una seconda casa?
“Direi di sì, ho tanti amici, musicisti, scrittori, ma anche il barcaiolo e il pescatore Cristoph, e Benito il più bravo pescatore di ricciole dell'isola. Amo talmente tanto quest'isola che ho deciso di sposarmi lì”.
E quando è si è sposata?
“Io e Nicola ci siamo spostati il 13 settembre del 2008, proprio durante la festività di Santa Candida, la patrona e protettrice di Ventotene. La festa dura alcuni giorni, la tradizione vuole che si facciano volare dei palloni di carta velina con disegnate immagini di vita come buon auspicio”.
Lei e suo marito come vi siete conosciuti?
“Ci conosciamo da quando siamo ragazzini: a dire il vero ci siamo fidanzati la prima volta a tredici anni, e l’ho lasciato io, una seconda volta a sedici anni, e mi ha lasciata lui. Poi siamo stati amici e anche amanti. Ci siamo rincontrati dopo la laurea di Nicola, nel frattempo lui aveva vissuto in Toscana e in Francia. Era il 1999 e d allora non ci siamo più lasciati. Nicola è stato indispensabile per compiere le mie scelte”
In che cosa l’ha aiutata?
“A scegliere il mio futuro. Dopo gli studi ho lavorato per dieci anni come assicuratrice. Ad un certo punto ho deciso di voltare pagina, di intraprendere un percorso sentimentale legato all’arte grazie a Nicola che mi ha spronato ad esprimermi. Posso dire che sia stato colui che mi ha dato le chiavi per aprire la porta”.
E suoi genitori come hanno vissuto questa scelta?
“All’inizio con disperazione: quando mi sono licenziata nel 2009 per loro è stata una vera tragedia perché avevo lasciato un lavoro a tempo indeterminato con un’entrata economica sicura. Oggi sono felicemente rassegnati. Anzi mio padre è il mio principale acquirente, il mio primo quadro l’ha comprato lui”.
Tra le sue opere ce n’è una dedicata a Giovanni Paolo II, cosa la lega a questa figura?
“Il titolo dell’opera è “Non abbiate paura”. Giovanni Paolo II è un Papa che ho amato, che mi è mancato molto e che mi manca ancora, per fortuna ora c’è Papa Francesco. Ho iniziato ad amarlo quando si è ammalato. Ricordo che faceva fatica a parlare, ma per lui parlavano gli occhi, le mani, e io ho amato quella sofferenza, quella fatica e l’ho scoperto umano, vero, con una forza positiva anche nel dolore”.
Lei è cattolica?
“Non sono cattolica, diciamo che sono attratta dalle persone positive che fanno del bene. Dal cattolicesimo alla cultura sikh: mi attira il messaggio dell’anima”.

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le donne alzano la vocececilia chiavelliventotenemarearte
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