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Roma

di Patrizio J. Macci

Ambrogio Crespi avrebbe avuto duecento buone ragioni per raccontare la vicenda Tortora nel docufilm "Enzo Tortora, una ferita italiana" - da lui diretto e prodotto - in maniera urlata, esagerata, cavalcando l'urgenza narrativa dei duecento e passa giorni di carcerazione preventiva che ha scontato sulla sua pelle viva, di confezionare un prodotto "di pancia". Invece nel suo racconto del "caso Tortora", il 17 giugno 1983 Enzo Tortora giornalista e conduttore televisivo viene arrestato con l'accusa di essere uno spacciatore di cocaina e di essere un affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (l'accusa che lo inchioda è il frutto della rivelazione di un pentito che porta all'arresto di trecento persone, parecchie senza alcun motivo se non la pura e semplice omonimia) riesce a mantenere un distacco esemplare, non si fa mai travolgere dalle emozioni, non cavalca la vittoria facile sullo spettatore. Lascia parlare le immagini e le voci dei protagonisti per sessanta minuti che lasciano senza respiro e traumatizzano lo spettatore, scegliendo dal magma narrativo dell'epoca alcuni protagonisti della vicenda: Raffaele Della Valle e Alberto Dall'Ora all'epoca difensori del giornalista e conduttore televisivo "cavallo di razza" della televisione italiana sin dalla sua nascita, Francesca Scopelliti compagna di Tortora, un magistrato dei giorni nostri, un giudice chiacchierato ma passato indenne a ogni accusa di essere un "ammazzasentenze". L'unico cenno all'orrore della fine (Tortora uscirà indenne da ogni accusa dopo aver subito una vera e propria gogna mediatico-giudiziaria) sono due ellittici colpi di tosse del protagonista, che Crespi cattura e isola da un'intervista dell'epoca con sapiente destrezza.
Tutto senza seguire una logica temporale aristotelica, ma alternando il "flashback" con il salto in avanti: i protagonisti ripresi in documentari visivi e interviste dell'epoca, e poi acciuffati oggi con le medesime domande in modo che lo spettatore possa farsi una sintesi personale della vicenda: un "benchmarking" sullo stato attuale delle cose, su come sia rimasto fermo e immutato l'apparato sgangherato della giustizia italiana nonostante sia trascorso un quarto di secolo.
Ora, il fatto scandaloso è che tutto ciò è ignoto allo spettatore italiano; pochissimi hanno visto il docufilm e probabilmente lo potranno vedere nei mesi a venire. Il film è infatti inedito nel circuito delle sale cinematografiche e per il piccolo schermo. Non ha trovato posto nel palinsesto della Rai che ha ospitato prodotti di una qualità a dir poco discutibile, e neanche in quello delle altre emittenti. Nonostante una visione alla Camera per gli addetti ai lavori, e nonostante l'impegno dell'autore a portarlo in giro ovunque nelle scuole e nelle università e di offrirlo completamente gratis a chiunque ne faccia richiesta, il film rimane clandestino; un documento da raccontare affidato al passaparola di chi lo ha potuto vedere e nulla più.
È una vicenda esemplare della nostra storia quella del film di Crespi. Continua a mancare in questo Paese, il momento della sintesi: la possibilità di chiudere il cerchio, la chance di far raccontare le vicende a chi – superstite - altro non chiede offrendogli la possibilità di elaborare il lutto e la tragedia personale e avendo il coraggio e la forza di rimanere due passi indietro. Scegliendo nel caso di Crespi di apparire solamente riflesso in due camei. Come un silenzioso narratore che la storia l'ha sentita esplodere nel proprio corpo ma, diversamente da Tortora, non ha visto impazzire le proprie cellule in maniera inesorabile.

 

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