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Roma

di Patrizio J. Macci

Francesca Villanti potrebbe tranquillamente confondersi tra gli studenti della Facoltà di architettura, oppure nelle aule di una Accademia di Belle Arti ed essere scambiata per una studentessa appena fuori corso. Trentotto anni, romanissima, alta, sorridente, con un fascino che non viene tradito dall'imbarazzo di essere fotografata nel giorno in cui il suo museo fa il pienone, invece è alla direzione scientifica del "complesso del Vittoriano", quel curioso e straniante monumento del quale i romani, ma gli italiani in genere, conoscono molto poco ma che all'interno cela dei veri e propri tesori: le opere d'arte delle mostre a cui lavora Francesca. Ops, la dottoressa Villanti.
Una donna tenace e determinata, volitiva, che non risponde mai al telefono quando ti parla di un'opera d'arte perché non accetta distrazioni. Roma aveva conosciuto solo un'altra donna che amava l'arte nella stessa maniera, la mitica Palma Bucarelli direttrice per trentanni della Galleria Nazionale d'Arte moderna.
Ci parla della sua formazione, gli studi che ha compiuto?
"Ho iniziato con la facoltà di economia e commercio, come molti ragazzi alla fine del liceo, non avevo la più pallida idea di cosa avrei fatto da grande. Ho scelto studi di economia pensando mi potesse offrire molte possibilità di lavoro. È stato un anno infelice, non sono riuscita a dare nemmeno un esame. Mi ricordo come un incubo le ore passate sui manuali enormi di diritto pubblico. Poi ho visto due amiche che studiavano storia dell’arte e ho deciso di cambiare facoltà, ho pensato: intanto studio qualcosa che mi piace poi al futuro ci penserò. Dopo due anni della facoltà di Lettere sono partita per New York per un lavoro temporaneo da Sotheby’s. Ho fatto ritorno a Roma e ho finito gli esami. Ero pronta per discutere la tesi, ma mi viene rinviata di sei mesi.Decido di cercare un lavoro temporaneo per non annoiarmi e non perdere tempo. Mi dicono che La società che gestisce il Complesso del Vittoriano cerca collaboratori, così inizio. È stato tutto abbastanza casuale quindi e pensavo anche fosse un impiego temporaneo. Invece ancora non sapevo che avevo trovato la mia strada"
Dopo cosa è accaduto?
"Nel 2001 mi affidano una cattedra a contratto di Storia dell’Arte ad Architettura a Valle Giulia. Vado avanti per tre anni, lezioni e lavoro a ciclo continuo. Nel 2006 ho voglia di crescere, cambiare pelle e mutare: decido di riprendere a studiare e mi rituffo nei libri. Nel 2007 vinco un dottorato di ricerca all'Università di Viterbo. Smetto di lavorare per tre anni e mi dedico alla ricerca. Continuo la collaborazione con Comunicare Organizzando, seguo la mostra d’arte "L’Aquila bella mai non po’ perire" in occasione del G8 all’Aquila, poi le celebrazioni per il 150 anniversario dell’Unità d’Italia e dal 2011 riprendo ad occuparmi a tempo pieno delle mostre d’arte del Vittoriano".
Quindi la sua parola d'ordine è stata sempre mutare, gettarsi in nuove avventure senza avere paura delle conseguenze. Ora è alla direzione scientifica del "Complesso del Vittoriano". Un pezzo di Roma spesso sottovalutato oppure amato solo dagli stranieri. Lei che ne pensa?
"Che il Vittoriano è uno spazio espositivo creato praticamente dal nulla, grazie al coraggio e alla caparbietà di persone tenaci e in gamba. In più di 15 anni sono state realizzate moltissime mostre, sia storiche che d’arte, di grande pregio. Con modestia si cerca sempre di fare meglio e progredire".
La mostra che sta curando in questi giorni è una mostra nella mostra, perché riguarda la storia e i capolavori presenti nel museo d'Orsay. Me ne vuole parlare?
"È una mostra al quadrato se mi passa l'espressione, perché oltre a contenere dei capolavori meravigliosi di maestri dell'impressionismo (e non solo), racconta la storia di uno dei musei più importanti del mondo, il museo d'Orsay in cui c'è tanto anche d'Italia perché Gae Aulenti, concluse il progetto e l'allestimento interno progettando un vero e proprio capolavoro, rispettando la maestosità e le costrizioni di quella che in origine era una stazione ferroviaria. Abbiamo cercato di raccontare la sua storia, attraverso immagini, documenti e la narrazione dei protagonisti dell'epoca la storia delle esposizioni, il mutamento dei quadri esposti. Tra i capolavori esposti ci sono opere di Manet, Gauguin, van Gogh, Degas, Monet, Cézanne, Renoir, Curbet, Pissarro, Sisley, Millet senza dimenticare artisti meno famosi ma altrettanto belli quali Vuillard, Henner, Bernard, Corot, Bonnard. Personalmente ritengo che lo scopo sia stato raggiunto se le persone che escono hanno voglia di uscire e andare a vedere l'originale. È come quando hai visto un film che ti è piaciuto da impazzire e corri a telefonare a un amico per raccontarglielo. Siamo la capitale mondiale dell'arte, ma abbiamo bisogno che ricominci un processo di alfabetizzazione artistica".
I conti non tornano, rispetto agli anni che lei dimostra e quelli nei quali si è occupata d'arte perchè è molto giovane, in un paese nel quale di solito le persone si affermano a un'età molto più avanzata e, sopratutto, non mollano mai la poltrona. Se fossimo in un romanzo, potremmo dire che c'è stata un osmosi tra la bellezza e la giovinezza delle modelle di alcune delle tele e la sua persona. Questa cosa come la fa sentire?
"Sono senza dubbio una persona fortunata, ho avuto l’opportunità di collaborare con Alessandro Nicosia, che mi ha dato fiducia e mi ha insegnato a lavorare.Ho incontrato i più importanti direttori dei musei stranieri, da Philippe de Montebello del Metropolitan a Piotrosky dell’Ermitage, all’Antonova del Pushkin, per nominare solo i più famosi ma l’elenco è lunghissimo. Discuto con persone colte che hanno fatto dell’arte e della cultura la propria vita, sono sempre a contatto con il bello, giro il mondo e, per poche ore, la sera prima di un’inaugurazione, sono sola in una stanza con dei quadri meravigliosi, immagina come mi possa sentire?"
Se avesse la possibilità di essere ritratta da un pittore, di essere la sua musa da chi vorrebbe essere ritratta?
"Da mia nipote".

 

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francesca villantivittorianomuseo d'orsayarteculturapatrizio j. macciroberto ronconi
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