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Roma


di Valentina Renzopaoli

C'e' un filo rosso che lega l'Africa Nera alla cittadina di Pomezia: è qui, nell'area industriale a venticinque chilometri da Roma che si nasconde l'unica speranza di sconfiggere il terribile virus Ebola che nelle ultime settimane ha sfigurato e poi ucciso migliaia di vite umane tra Sierra Leone, Liberia e Guinea. Nei laboratori della Okairòs si sta preparando infatti il primo vaccino al mondo che potrebbe combattere la malattia finora letale. Fondata nel 2007 da Riccardo Cortese, Alfredo Nicosia, Antonella Folgori e Stefano Colloca, l'azienda biofarmaceutica che ha la sua sede principale nella città svizzera di Basilea e due stabilimenti a Napoli e Pomezia, ha già prodotto diversi vaccini genetici in particolare quello contro il virus dell'epatite C e della malaria. E ora, dopo cinque anni di lavoro, è pronta per la sperimentazione dell'anti Ebola. Diecimila dosi verranno spedite nei prossimi due mesi in America, in Inghilterra e in Africa. Il mondo scientifico spera che sia la volta buona, confidando che il nome dell'azienda - in greco "o kairòs" significa "tempo di Dio" inteso come "momento giusto" - sia di buon auspicio.
Il fondatore e responsabile Riccardo Cortese, raggiunto nella sede di Basilea, spiega ad Affaritaliani.it come hanno ottenuto questo risultato.
"L'azienda nasce sette anni fa con l'intento di sviluppare e produrre vaccini genetici ottenuti mediante una tecnologia innovativa. Dopo molto peregrinare io e i miei soci abbiamo trovato dei generosi finanziatori in Svizzera che hanno creduto al nostro progetto. I nostri vaccini vengono disegnati e concepiti a Basilea, sintetizzati a Napoli, preparati nello stabilimento di Pomezia della Advent, la joint venture che è stata fondata appositamente per la fase della produzione."
Quante persone lavorano nello stabilimento di Pomezia?
“Abbiamo quindici dipendenti che lavorano nei laboratori”.
Da quanto tempo lavorate al vaccino anti Ebola?
“Il vaccino è stato concepito cinque anni fa, è stato testato con un sistema sperimentale in America grazie ad una collaborazione con il Vaccine Research Center del National Institute of Health di Bethesda. All'epoca non potevamo immagiare che sarebbe scoppiata un'epidemia così grave. Nel frattempo, un anno fa vendemmo l'Okairos Ag, la casa madre svizzera, alla Glaxo, rimanendo proprietari delle filiali italiane di Napoli e Pomezia. Dopo l'esplosione dell'ultima epidemia siamo stati contattati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità che ci ha chiesto di preparare le dosi per il vaccino. Al momento siamo gli unici a mondo in grado di farlo”.
In cosa consiste la vostra tecnologia innovativa?
“I vaccini tradizionali sono sempre stati concepiti per stimolare le difese immunitarie dell'organismo attraverso gli anticorpi. La nostra tecnica invece si basa su un altro principio: stimolare l'attivazione dei linfociti in grado di uccidere le cellule infettate. In pratica la nostra tecnologia sfrutta le cosiddette "cellule killer" che sono già all'interno dell'organismo e che possono fronteggiare l'attacco da parte del virus”.
Dove verranno spedite le dosi che saranno preparate a Pomezia?
“Le diecimila dosi che verranno preparate nei prossimi due mesi arriveranno sigillate in contenitori frigoriferi in America, dove si farà la sperimentazione clinica, in Inghilterra e sicuramente in Africa dove ci sono le epidemie”.
Da tempo non si sentiva più parlare di Ebola, come si spiega oggi questa gravissima nuova epidemia?
“La malattia c'è sempre stata ma per la prima volta si è verificata una situazione nuova: mentre finora le epidemie erano state confinate in zone circoscritte, soprattutto villaggi, ora la malattia si è diffusa su territori più vasti, intere aree geografiche”.
Vi siete fatti un'idea del perché questo sia avvenuto?
“Ci sono diverse ipotesi. Può sembrare paradossale ma è possibile che l'ultima epidemia sia stata scatenata da un virus meno aggressivo che lascia in vita una percentuale maggiore di persone le quali hanno più probabilità di diffonderlo. In sostanza, mentre finora il virus era talmente irruento che non c'era scampo per chi veniva infettato, oggi c'è una maggiore probabilità di sopravvivenza ma anche una maggiore probabilità che la malattia si diffonda”.
Professore è possibile fare ricerca medico-scientifica in Italia?
“Evidentemente sì: la nostra azienda lo sta facendo”.
Sì ma i capitali privati sono stranieri...
“Questo è il problema: in Italia non ci sono investitori, nessuno ha la volontà o la capacità di rischiare”.

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