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Roma


 

 

di Patrizio J. Macci

Il 2 Novembre del 2015 saranno trascorsi quarant'anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, dal suo omicidio rimasto per parecchi lati oscuro. Sono in uscita libri con documenti inediti e film, ma c'è una pellicola che nessuno vi farà mai vedere. È il film di Federico Bruno, "Pasolini - La verità nascosta". Regista, sceneggiatore e produttore con dieci pellicole all'attivo, studi di cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia negli Anni Ottanta e negli Stati Uniti all'Ucla, ha girato i suoi film in Spagna.
Bruno si è calato per tre anni tra i documenti dell'omicidio Pasolini. Ha scavato nell'inferno del proletariato urbano dell'epoca per ricostruire filologicamente gli eventi, rintracciando i pochissimi testimoni oculari di quei mesi ancora in vita. Per produrre la sua opera ha ricevuto solo un piccolo finanziamento dalla Regione (ventiduemila euro) dopo 2 anni dalla fine delle riprese, ma per completare il film ha dovuto vendere un appartamento. La sua opera è stata ignorata da tutti i distributori italiani che si sono rifiutati di visionarlo. È stato respinto al mittente dai piu' importanti festival che hanno rifiutato di inserirlo nella loro programmazione. Oltre due ore di verità sull'intellettuale più scomodo del Novecento italiano raccontate da un regista mai allineato con il “sistema”, proprio come Pier Paolo Pasolini.

 


Bruno, come nasce l'idea di un film su Pasolini?
"L'idea è nata al mio ritorno dalla Spagna alla fine del 2008. Volevo fare un film italiano e avevo diversi progetti pronti, sono andato a Ostia all'Idroscalo senza un motivo preciso. Visitando quei luoghi ho riflettuto sui film che erano stati fatti su Pasolini, nessuno mi era piaciuto: da quello di Giordana (anche se insinuava e immetteva elementi di dubbio della versione ufficiale) a quello di Grimaldi, tutti molto parziali con dei Pasolini inaccettabili e anche poco somiglianti. Così ho pensato che sarebbe stato interessante ricreare il suo l'ultimo anno di vita, ridare forma carne e ossa al poeta friulano. Vedere come viveva cosa faceva tutti i giorni, le case che aveva, i suoi interessi. La vita quotidiana dello scrittore, i suoi impegni, le sue lotte sui giornali. Ho cominciato a documentarmi nel 2009 per un anno intero. Ho scoperto lacune e anomalie che in quasi quarant'anni anni si erano accumulate e che stranamente nessuno aveva approfondito, sopratutto nelle tre inchieste aperte e chiuse nel corso del tempo. Mi sono chiesto perché viste le incongruenze si era voluto far passare l'omicidio come un fatto occasionale e a sfondo omofobo. Più andavo avanti con le mie indagini personali più trovavo delle cose strane. Perché il ragazzo di diciassette anni arrestato sul luogo del delitto era privo di macchie di sangue della sua vittima? Come poteva essere che - viste le foto del corpo inerte del poeta - chi lo aveva picchiato fosse rimasto completamente pulito? E poi, perché andare fino a Ostia dal centro di Roma per appartarsi e avere un eventuale rapporto sessuale? Sono partito da domande simili.
Mi sono messo a ricostruire filologicamente i fatti. Ho incontrato a Karlsruhe, in Germania, il giornalista tedesco Gideon Bachmann che seguiva Pasolini dal 1961 e che mi ha aperto le sue agende dell'epoca, in modo da ricostruire giorno per giorno l'ultimo anno il 1975. Definita una scaletta cronologica ho aggiunto le testimonianze raccolte dalle persone incontrate e altri episodi, le cose strane e inspiegabili che trovavo. Per esempio la notizia del furto delle bobine del film Salò avvenuta in agosto di quell'anno. Un delinquente comune, noto alla polizia perché sospettato di gestire il racket della prostituzione, aveva commissionato il furto alla Technicolor a dei ragazzetti del Tiburtino. Poi tramite Sergio Citti che si era proposto come mediatore, chiesero alla produzione che aveva i diritti del film un riscatto per riaverle. Per vedere se Pasolini volesse riavere il materiale originale sottratto inscenarono anche una finta restituzione, vicino alla Stazione Termini. Pasolini si recò lì nel mese di settembre in compagnia di una ragazzetto amico degli autori del furto, un nome destinato a rimanere in questa storia: Pino Pelosi. Dunque Pasolini non aveva conosciuto Pelosi quella sera del primo novembre come è stato detto per anni, ma lo conosceva da tempo. Tutte queste affermazioni sono documentate naturalmente.
Dovevo incontrare personalmente Pelosi per capire bene cosa c'era sotto. Ho conosciuto nel frattempo Furio Colombo, Nino Marazzita, Gianni Borgna, il carabiniere Renzo Sansone, Ugo de Rossi, Dino Pedriali il fotografo che scattò immagini immemorabili a Pasolini pochi giorni prima della morte e tanti altri personaggi tra cui anche il pittore Silvio Parrello abitante storico di Monteverde. Anche lui a caccia di notizie nel suo quartiere, aveva scoperto che un piccolo delinquente che di professione faceva il carrozziere, con il quale era stato a scuola da bambino, aveva conosciuto Pasolini. I due si vedevano perché lo scrittore voleva acquisire notizie sulla malavita per il romanzo al quale stava lavorando destinato a rimanere incompiuto, Petrolio.
A novembre sono andato per la ricorrenza della morte all'Idroscalo di Ostia, perché avevo letto che ci sarebbe andato per la prima volta Pino Pelosi (che fu contestato in quell'occasione) che lì puliva il giardino letterario dedicato a Pasolini. Ho dato a Pino un biglietto con il mio recapito, mentre andava via. A questo punto avevo chiuso il cerchio, avevo trovato l'unica persona fino ad oggi condannata per quel delitto.

 

 

monumento pasolini

Il monumento a Pier Paolo Pasolini all'Idroscalo

L'ultimo tassello del puzzle. Quindi ho cominciato a scrivere. Nella fase di stesura della sceneggiatura le pagine riguardo l'omicidio rimanevano bianche; non volevo procedere come avevano fatto gli altri, ipotizzando versioni alternative a quella ufficiale senza dare credibilità ed elementi plausibili riscontrati da prove oggettive. È strano che nessun regista o studioso che ha investigato sul caso prima di me abbia mai interpellato Pelosi sull'argomento, si sia mai degnato di leggere il suo primo libro, abbia mai analizzato la sua lettera a Pasolini. Hanno immaginato gli scenari a tavolino fantasticando e creando ricostruzioni più' o meno verosimili. Nessuno si è sporcato le mani, è sceso per strada, entrato nel mondo dei ragazzi di vita di allora, vissuto con loro non come spesso fanno gli inviati "sciacalli" che vanno da Pelosi gli chiedono chi sono gli assassini e quando non ottengono risposte dicono che tanto Pelosi è inattendibile, umorale, prigioniero dei suoi demoni. Ma per avere un rapporto proficuo con una persona bisogna conoscerla, bisogna capire il perché della reticenza, dei silenzi, studiarla. Così ho deciso di sapere più' cose proprio da Pelosi e l'ho convinto a scrivere il suo secondo libro dove poteva dire cose aggiuntive a quelle dette nei precedenti anni nel corso di brevi quanto schizofreniche trasmissioni televisive. Abbiamo redatto insieme il libro "Io so come hanno ucciso Pasolini", dove affioravano evidenti i ricordi di Pelosi che svelava iche non aveva conosciuto Pasolini quella sera bensì quattro mesi prima a luglio e ne riportava particolari e dettagli che solo conoscendo lo scrittore poteva ricordare, inclusi ricordi di quando gli parlò del fratello ucciso dai partigiani e raccontandoglielo pianse. Ho avuto la conferma che c'era un convoglio di auto che si agganciò ad Acilia e che fra le auto c'era una Alfa identica a quella di Pasolini. Pelosi pur non sapendo chi c'era a bordo la vide più volte tentare di sormontare il corpo dello scrittore che era stato massacrato da aggressori adulti oltre che dai suoi amici minorenni. Erano andati lì per la "falsa" restituzione delle bobine. La complicità di Pelosi era nell'averlo accompagnato, ma non più di quello. Tanto che cercò anche di difenderlo. Ma il piano era di sottomettere Pelosi impaurirlo a morte e convincerlo a prendersi tutta la responsabilità, lasciando a terra un anello che gli apparteneva che poi lui avrebbe dovuto fingere di reclamare. Ma Pelosi, ragazzino di diciassette anni seppur scioccato dall'aver visto uccidere un uomo ed esser stato minacciato di morte insieme ai suoi famigliari, pensava di scamparla facendo di testa sua e così a fari spenti fuggì via. Il resto della storia la conoscete. Pelosi era il caprio espiatorio il "mostro" sul quale far ricadere tutte le colpe. La mia opera si basa sull'ultimo anno di vita di Pasolini, da gennaio al 1 novembre 1975, racconto cronologicamente la vita giorno per giorno dello Scrittore. Gli articoli per il Corriere, il film che stava preparando, Salò, che poi realizzò; il montaggio, le conferenze, i viaggi all'estero, la scrittura parallela degli articoli, le "Lettere Luterane" e "Petrolio", oltre alle sceneggiature di "Re Magi" e "San Paolo". Gli incontri con i suoi amici, gli intellettuali i giornalisti che lo intervistavano, gli avvocati e ipersonaggi che gravitavano intorno alla sua vita nel bene e nel male. Il film è diviso in mesi fino a ottobre e poi in dettaglio più serrato il primo novembre l'ultimo giorno della sua vita, quasi ora per ora fino all'omicidio".
Il suo film in questo momento non è nelle sale, al contrario di altre opere sullo stesso tema. Cosa è accaduto?
"Io sono fuori dal Sistema da anni, non ci sono mai entrato realmente. Ci sono stato solo agli inizi quando ero cameraman e mi è bastato. Conoscendo l'ambiente dall'interno e provenendo anche da una famiglia cresciuta nel cinema si è radicato in me il disprezzo profondo per le lobby di potere che ci sono nel cinema. Così dopo vari cortometraggi e film me ne sono andato in Spagna dove ho realizzato da indipendente altri quattro lungometraggi. Ma ho incontrato le medesime difficoltà. Anche lì avendo prodotto film autonomamente una volta proposti rimanevano fuori da qualsiasi circuito (io mi definisco "un regista con i film nel cassetto"). E così sono tornato nel mio Paese sicuro che con un tema importante come Pasolini nessuno avrebbe osato ignorarmi. Una pia illusione. Rai Cinema mi ha mandato subito una letterina prestampata di non interesse al progetto, L'Istituto Luce mi voleva far fare un documentario con pezzi dei cinegiornali degli Anni Sessanta. Non avevo finanziamenti pubblici. L'unica chance era di trovare un attore di richiamo e con quello sperare in un contratto distributivo. Avevo avuto un primo contatto con gli eredi di Pasolini. Vincenzo Cerami in particolare, ma non mi era sembrato per niente interessato e in seguito non hanno mai voluto, nè lui nè la Chiarcossi (nipote di Pasolini), incontrarmi o leggere la sceneggiatura. Nessuno mi ha mai degnato di una risposta".


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