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Roma

di Valentina Renzopaoli

Nei suoi profondi e luminosi occhi verdi c'è la bramosia della conoscenza, la voglia di arrivare e l'orgoglio di chi ha già faticato tanto. Originaria del Bangladesh cresciuta sui banchi delle scuole di Roma, Samanoor Haque è una giovane donna di diciannove anni, figlia dell'immigrazione, come molti stranieri trapiantati in Italia ha nel sangue la speranza di un futuro migliore. Samonoor ha un grande sogno: diventare medico cardiologo, e per pagarsi gli studi lavora nel negozio di frutta dei suoi genitori e disegna ritratti.
Quando ha scoperto di avere questo talento per il disegno?
“Al terzo anno del liceo ho scoperto di essere brava con la penna, mi sono accorta di avere una predisposizione per disegnare i volti delle persone. Sono una copiatrice, realizzo il ritratto guardando le fotografie. Pensi che nella mia scuola hanno anche organizzato una mostra con undici dei miei lavori, è stato un grande onore”.
Quale scuola ha frequentato?
“Il Liceo artistico Mario Mafai a Tor Marancia, mi sono diplomata quest'anno con un punteggio di 80 su 100 e sono molto contenta”.
A chi vende i suoi ritratti?
“Ai clienti del negozio dei miei genitori, si è sparsa la voce, nella mia zona tutti sanno che disegno”.


Che negozio hanno i suoi genitori?
“Un negozio di frutta, verdura e alimentari alla Garbatella. Lavoro con loro da quando avevo quattordici anni per dare il cambio a mia madre e consentirle di riposarsi. La cassa del negozio è il mio regno: tra un cliente e l'altro alla cassa ho sempre studiato e realizzato i miei disegni. Molti rimangono stupiti dei miei lavori e così ho provato a venderli e sta funzionando. Lo faccio per pagarmi gli studi: io ho un grandissimo sogno”.
Quale?
“Desidero con tutta me stessa diventare un medico cardiologo, sarei il primo medico della mia famiglia, una traguardo incredibile. La vendita dei ritratti mi ha consentito finora di pagarmi il corso di preparazione al test di ingresso alla facoltà di medicina, di pagarmi i libri e l'iscrizione al test. Ai miei genitori non ho voluto chiedere nulla, loro hanno sempre lavorato tantissimo per consentirmi di studiare: mi creda, noi stranieri lavoriamo davvero molto”.
Come è nata questa passione così forte?
“E' nata quando ero piccola, osservando i bambini poveri del mio Paese pensavo che avrei voluto fare qualcosa per loro. Mio nonno materno aveva una farmacia e quando poteva distribuiva medicinali a chi non aveva la possibilità di comprarli, mi sono innamorata di questo gesto e ho sempre desiderato poter fare la stessa cosa da grande. Poi, quando mio padre ha avuto un infarto ho deciso che la mia gioia più grande sarebbe quella di specializzarmi in cardiologia”.
Lei è nata in Bangladesh, a che età è venuta a Roma?
“Sono nata a Brahmanbaria, una delle città più importanti vicino Dhaka, la capitale. Sono venuta a Roma undici anni fa, all'età di otto anni: io e mia madre abbiamo raggiunto mio padre che lavorava già in Italia”.
Cosa ricorda del suo Paese?
“Ricordo bene la mia casa, i miei nonni materni avevano un laghetto con i cigni, le ranocchie e tantissimi fiori di Loto e poi ricordo il campo di grano dove andavo a giocare”.
La sua famiglia era benestante?
“Diciamo che stavamo abbastanza bene, non era una famiglia povera come tantissime altre”.
E come mai i suoi genitori hanno deciso di emigrare in Italia?
“Mio padre ha deciso di abbandonare il suo Paese per consentire a me di studiare. Deve sapere che mio padre avrebbe voluto tantissimo proseguire gli studi. A diciassette anni aveva vinto una borsa di studio per l'Europa ma dopo un anno ha dovuto interrompere questa esperienza perché i suoi genitori non potevano permettersi di mantenerlo e così ha dovuto iniziare a lavorare. Ha fatto tutti i lavori del mondo per mandare soldi ai miei nonni e per questo lo ammiro tantissimo. Ha lavorato in Germania, in Francia, in Svizzera e in Olanda prima di venire in Italia”.
E i suoi genitori come si sono conosciuti?
“E' stato un matrimonio combinato, come accade ancora nel mio Paese. In Bangladesh si usa tuttora combinare i matrimoni in base alla casta sociale. Mio padre e mia madre si sono conosciuti e nel giro di una settimana si sono sposati”.
E' andata bene?
“Sì fortunatamente è andata bene, sono insieme da vent'anni. Quando sono nata mio padre non c'era, era in Europa a lavorare, mi ha potuto vedere solo ad un anno di vita”.
Com'è suo padre?
“Un gran lavoratore e un filosofo, un giorno mi ha detto: “Io ti ho aperto una strada, percorrila tu che puoi”. Lui non ha avuto questa fortuna e ha fatto di tutto affinché l'avessi io. E' un padre abbastanza severo: nella nostra cultura l'educazione dei figli è rigorosa. Io non mi sognerei mai di rispondergli male come fanno molte ragazzine italiane con i genitori”.
Com'è cambiata la sua vita quando è arrivata a Roma?
“E' stata un'esperienza terribile, ho dovuto lasciare la mia famiglia, le mie zie che mi coccolavano, le mie amiche e mi sono ritrovata in un appartamento senza nessuno. Sono stata iscritta alla terza elementare, non parlavo una parola di italiano, ho avuto la fortuna di avere una maestra che parlava inglese con cui riuscivo a comunicare visto che per noi l'inglese è la seconda lingua”.
Com'è stato il rapporto con i compagni?
“Nessuno voleva giocare con me, andare a scuola era un incubo. Poi in quarta elementare è arrivata nella mia classe una bambina ucraina, abbiamo legato parlandoci con gli occhi ed è tuttora la mia migliore amica. Ho dovuto attendere le scuole superiori per avere la mia prima amica italiana”.
Immagino sia stato molto difficile...
“E' stata dura ma sono diventata forte e corazzata. Le confido che durante il primo anno delle scuole superiori sono stata vittima di un episodio di bullismo”.
Cosa è successo?
“C'è stato un malinteso all'interno di un gruppetto di ragazzine italiane nel quale ho tentato di inserirmi: una di loro mi ha preso di mira e ha cominciato a farmi dispetti di ogni genere finché un giorno mi ha aspettato all'uscita di scuola e davanti a tutti mi ha dato uno schiaffo e ha insultato me e la mia famiglia. Per la prima volta ho avuto il coraggio di reagire, ho alzato le mani e mi sono difesa”.
Chi è la persona più importante della sua vita?
“L'amore della mia vita è il mio fratellino Bhaijit”.
Quanti anni ha?
“Ha otto anni: mio fratello, che mi chiama “bambolina”, mi considera come una mamma, sono il suo punto di riferimento, da quando è nato mi sono sempre occupata di lui. A undici anni ho smesso di giocare con le Barbie per imparare a cambiare pannolini, a fare le pappe e i bagnetti al piccolino. Gli ho insegnato a leggere quando aveva quattro anni e ora è già appassionato di libri e della matematica. A scuola è bravissimo ed è il mio orgoglio. Deve sapere che nella cultura del mio Paese d'origine i bambini imparano presto a cavarsela da soli”.
Oggi a quale cultura si sente maggiormente di appartenere? A quella bengalese o a quella italiana?
“Io sono il risultato di entrambe: sono un po' là e molto qua. Purtroppo questo genera contrasti con i miei genitori che vorrebbero che io rispettassi regole e usanze della nostra tradizione assolutamente diverse da quelle dei miei coetanei italiani. La mia famiglia è di religione islamica, mia madre veste tuttora abiti indiani e secondo queste usanze io non dovrei mai scoprire braccia e gambe”.
E come concilia stili di vita e tradizioni così diverse?
“Sto combattendo tuttora, anche contro l'idea che ci si debba preoccupare di cosa pensa la gente. D'altra parte per noi il concetto di onore e di rispetto è una cosa molto seria. Ma ora che ho quasi vent'anni credo di poter iniziare a decidere il mio futuro”.

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