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Roma
Sesso in cambio di appalti, l'orgia de Il ministro. Il cinema logora chi non lo fa

di Marco Zonetti

Spesso sono i film indipendenti e realizzati con budget ridotto e in tempi strettissimi a dimostrare che il cinema italiano ha ancora tanto da dire, anche a livello internazionale, e che siamo ricchi di talenti che necessitano solo di essere valorizzati.
È il caso del film “Il Ministro” del regista Giorgio Amato (Circuito chiuso, The Stalker) con un  ottimo cast di attori capeggiato da un Gianmarco Tognazzi in gran forma. “Commedia nera” estremamente attuale, “Il Ministro” racconta la storia di una mostruosa famiglia borghese disposta a tutto pur di ottenere un appalto e, a tal scopo, decisa a corrompere, per l’appunto, un ministro, invitato a una cena che si rivelerà fatale per gli equilibri dei vari commensali, domestica venezuelana e ospite cinese comprese.
Bravissimi gli attori (tutti in perfetta sintonia fra loro): Alessia Barela nel ruolo della moglie borghese annoiata e sessualmente frustrata, Edoardo Pesce in quello del cialtrone di turno, che dà voce alla “pancia” degli italiani (come sottolineato dal regista in conferenza stampa) e Fortunato Cerlino nei panni del viscido, vanesio e vizioso ministro. Convince l’attrice venezuelana Ira Fronten nel ruolo tragicomico della vessata domestica ed è magistrale Jun Ichikawa (Cantando dietro i paramenti) nelle vesti della ballerina di burlesque cinese che discetta di Teologia Ermeneutica e di Hegel, assoldata dall’imprenditore Franco (Tognazzi) per sedurre il ministro del titolo e che tuttavia si rivela fin da subito una pericolosa dark lady che minaccia di mandare all’aria il diabolico piano dettagliatamente congegnato fin nella scelta – arbitraria – del menù della cena. Cena che culminerà in un’orgia, ma non esattamente quella prevista dall’imprenditore né tantomeno dagli spettatori, prima del finale spiazzante e inatteso.
Figlio di operai, arrivato a Roma privo delle raccomandazioni che contano, il regista Giorgio Amato racconta alla stampa, con una grande umiltà che gli fa onore, le tante difficoltà di girare un film indipendente in tre settimane – un autentico record – proprio per non sforare il piccolo budget a disposizione.
Una scommessa, praticamente, che però con “Il Ministro” lui e il cast al completo vincono su tutta la linea. Quello che inizia come una commedia – divertentissimi i siparietti romaneschi di Tognazzi, gli attacchi politicamente scorretti ai vegani, il cinismo alla fratelli Farrelly, quelli di Tutti pazzi per Mary – si trasforma via via in una sorta di dramma ricco di colpi di scena studiati minuziosamente (Giorgio Amato ha un master in Criminologia Forense, e si vede), fino a diventare un avvincentissimo racconto dell’orrore: quello più nero, più profondo, quello insito dentro di noi. A parte il cagnetto che apre e chiude il film, infatti, i personaggi sono tutti autentiche falene di mediocrità, meschinità e menefreghismo che danzano attorno alla luce del potere, che può apparire sfavillante a distanza ma che spesso, se ci si avvicina troppo, si rivela un semplice fuoco fatuo.
 “Il potere logora chi non ce l’ha” sosteneva Giulio Andreotti, ma Giorgio Amato sembra andare oltre: con il suo film ci dice che il potere, se smaniosamente cercato, logora chiunque, chi lo possiede e chi no, nessuno escluso. E in una capitale, e in un’Italia, che si rivelano tragicamente sempre più asservite al potere, “Il Ministro” risulta non soltanto un’opera di grande attualità ma uno specchio in cui tutti dovremmo avere il coraggio di guardarci, ridendo di noi stessi riflettendo al tempo stesso, seriamente, su cosa siamo diventati.
Nelle sale dal 5 maggio, da vedere.

Tags:
sesso appaltiministrocinema giorgio amatogianmarco tognazzi
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