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Roma
Tassa sulla pipì: nel Lazio è legge. Bar liberi di far pagare romani e turisti

di Fabio Carosi

Non la chiameremo tassa sulla pipì, bensì deregulation urinaria. Cioè la facoltà che avranno tra pochi giorni i bar e i ristoranti di Roma e del Lazio di far pagare l'accesso ai bagni degli esercizi pubblici per chi non è cliente. Lo ha deciso la Regione Lazio a maggioranza, dopo un dibattito surreale durato più di un'ora nel quale si sono sperticati a spiegare il senso di un provvedimento surreale.

Non appena il nuovo Testo Unico sul commercio verrà pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio, ogni bar pizzeria, ristorante o tavola calda, potrà decidere se far pagare l'accesso al bagno a chi non consuma, oppure rispettare le leggi che permettono il rilascio delle licenze comunali e mantenere il servizio gratis. Per far pagare basterà mettere un cartello “a caratteri cubitali” e poi decidere se il bagno vale 1 euro o 5 euro a transito.

Un esempio: un bar a Fontana di Trevi potrà decidere se noleggiare il bagno per un'esigenza fisiologica a chi non consuma, allineando i prezzi al valore del centro storico, senza nessun limite. Potrà mettere un bel cartello a caratteri cubitali e poi fissare il caro pipì anche a 100 euro. A due chilometri di distanza, magari in Prati, lo stesso servizio potrà essere venduto a 20 euro e in periferia dove i turisti scarseggiano, puntare al ribasso e far pagare 5 minuti di bagno a 1 euro.

La pipì è un dilemma fiscale

Geniali come non mai nel diritto, i legislatori della porta accanto del Lazio, con l'articolo che norma il prezzo di un pipì, non hanno previsto se il pagamento per l'suo del bagno, avrà valore fiscale e con quale aliquota Iva dovrà essere conteggiato come ricavo. Vale come per i ristoranti con il 4% di Iva oppure visto che liquido chiama liquido, pagherà l'Iva per alcolici e super alcolici?

Così come non si fa cenno del fatto che l'uso del bagno in una tavola calda sul Raccordo Anulare, teoricamente dovrebbe essere gratis e questo perché prima della Regione ha legiferato il Comune di Roma, stabilendo che l'accesso è gratis per clienti e non. Perché il Gra? Semplice perché in corsia interna è Comune di Roma e in corsia esterna può accadere che invece il primo locale pubblico sia nel Comune di Ciampino, dove il sindaco non ha ancora deciso se regolare il prezzo della pipì.

Il caos pipì è un ingorgo mentale

E' il caso del presidente della Commissione Sviluppo economico Massimiliano Maselli. Nega che si tratto di un “tariffa” e poi spiega con particolari imbarazzanti che la competenza sarebbe “semmai dei Comuni”. E aggiunge spiegano la norma: “Abbiamo aggiunto un comma per fare piena chiarezza. Il regolamento della Polizia Urbana del Comune di Roma spiega che è fatto obbligo di fornire i servizi igienici a chiunque ne faccia richiesta. Ma non dice se questo servizio di cui è fatto obbligo agli esercenti... non di ce se è a pagamento o no. E quindi ogni Comune può decidere se renderlo dietro una tariffa o a pagamento. Quindi noi con questo norma abbiamo per una forma di chiarezza e trasparenza, sostenuto che qualora.... l'esercente dovrò renderlo evidente”. Dunque Maselli prima dice che il Comune ha deciso che la pipì è gratis per tutti e poi solleva un principio del “diritto di Vespasiano” e dice che il Comune deve decidere e e l'eventuale tariffa. Dunque, dopo il capolavoro che porta la sua firma, Virgina Raggi teoricamente dovrebbe rimettere mano al Regolamento Comunale del Commercio e recepire o meno la la nuova legge. Quindi fare una “due diligence” dei bagni dei locali romani e stabilire magari delle stelle come per gli alberghi e le relative tariffe. Qualcuno avvisi la Raggi.

La verità sul comma 6 dell'articolo 75

Perché normare con una legge regionale il pagamento dei bagni per i non clienti? Alla luce del fatto che la norma almeno nel Comune di Roma già esiste, è evidente che i giuristi della Regione Lazio hanno ceduto di fronte alle pressioni della diverse lobby, capeggiate dalle associazioni che riuniscono i bar romani, da sempre avversi alla norma di legge nazionale sul commercio, all'obbligatorietà sull'uso del bagni, perché una scocciatura e un costo. Così per superare il Comune di Roma, sono ricorsi al classico espediente: un piccolo comma dentro una legge complessa col quale cancellare un provvedimento di civiltà. A pagamento o no, il risultato è un aborto legislativo che invece di consegnare trasparenza mette nel caos il sistema.

A conti fatti in una città turistica, il business della pipì nei bar vale più o meno 10 milioni di turisti l'anno e 4 mln di romani più i pendolari. A una pipì al giorno al prezzo simbolico di 1 euro, tecnicamente la lobby potrebbe incassare una ventina di milioni di euro l'anno. Non sarà una tassa palese, ma un regalo straordinario sì. Tutto è più chiaro.

Considerazione finale. Meno male che affaritaliani.it ha sollevato la questione. Grazie al clamore mediatico, in Regione si sono accorti che anche i disabili avrebbero dovuto pagare. Ora sono considerati categoria protetta e potranno avere libero accesso ai servizi. Con buona pace degli esercenti di bar e ristoranti.

Una tassa sulla pipì, la Regione Lazio approva. Si pagherà in bar e ristoranti

Tassa sulla pipì a Roma: ecco chi ha inventato e difende la norma monstre

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