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di Mariella Colonna

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Così l’Algeria aiutò la famiglia Gheddafi a fuggire

Agosto 2011. Djanet, Sahara algerino, al confine con l'oasi libica di Ghatt. Un colonnello algerino è stato incaricato dalla Direzione centrale della sicurezza dell'esercito (DCSA) afferente all'intelligence algerina (DRS), di recarsi sul posto con la sua squadra. Qui un altro ufficiale dei servizi algerini gli recapita una busta sigillata da aprire solo alla ricezione di ulteriori ordini. Intanto ad Algeri il DRS ha già messo in piedi una taskforce che coordina l'operazione dalla Libia. Si delinea così, da questo lato della frontiera, l'operazione segreta denominata 'Il Re'.
 
Dieci veicoli blindati sfrecciano frattanto in pieno deserto libico. La temperatura a fine agosto oscilla attorno ai 48 gradi. Oltre 1500 chilometri dalla capitale libica Tripoli, attraverso le città di Gherbane e Sebha, verso sud: destinazione Ghatt. I famigliari di Gheddafi fuggono così dal Paese che sta cadendo in mano ai ribelli. Il colonnello Mansour Al Dhou, incaricato dal Rais in persona di guidare il convoglio, ha scelto la strada più lunga verso la frontiera algerina per evitare di incappare in squadroni di rivoluzionari. Un capitano delle forze speciali, Ali Al Khoss, li segue per coordinare l'operazione con Algeri, con l'ordine di far rientro a Tripoli una volta assicuratosi che la squadra abbia superato Tin Alkoum (uno dei tre check point alla frontiera tra Libia e Algeria).
 
La sera del 28 agosto l'anonimo colonnello algerino è incaricato di aprire la busta top secret contenente le istruzioni per scortare gli 'ospiti' in arrivo da Tin Alkoum fino ad Algeri. La mattina seguente una sosta d'urgenza presso una residenza ufficiale a Djanet dove la figlia di Gheddafi, Aisha, dà alla luce una bambina. L'incarico del Colonnello di sorvegliare gli 'ospiti' durerà altri 24 mesi durante i quali i Gheddafi vivranno in totale segretezza in una residenza presidenziale a Orano, fino alla partenza definitiva di una parte dei membri della famiglia nel settembre 2013.
 
Le negoziazioni tra Gheddafi e il governo di Algeri, in realtà, erano iniziate ben prima. Nel luglio 2011, il primo tentativo era stato fatto con Parigi, a cui il Colonnello, ormai con le ore contate, aveva chiesto appoggio affinché fosse garantito un ponte aereo per trasferire in sicurezza la sua famiglia verso l'Europa dell'Est. Dopo il rifiuto dell'Eliseo, Gheddafi non aveva molte altre scelte: Algeria o Niger. È a questo punto che un vertice di Stato viene convocato ad Algeri. Inizialmente, l'opposizione degli alti quadri civili e militari all'accoglienza dei membri della famiglia Gheddafi è maggioritaria: vista la situazione di generale incandescenza dei Paesi arabi in piena rivolta, l'attenzione è a non inimicarsi le potenze occidentali come anche il nuovo regime libico che si sarebbe andato a insediare a breve. Coloro che invece si dicono a favore lo fanno 'per ragioni umanitarie' (le loro condizioni infatti escluderebbero l'asilo a Seif al-Islam e Khamis, i due figli di Gheddafi che hanno preso parte attiva alla guerra civile libica), ma anche e soprattutto per rispondere alle provocazioni che giungono proprio dalle nuove autorità libiche. A rompere l'impasse interviene il via libera del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika.
 
Ma dietro il suo sì si cela in realtà il lavoro sottotraccia del capo dell'intelligence algerina, Mohamed Lamine Mediène, meglio noto come 'Generale Toufik', alla testa dei servizi dal 1990 e grande esperto di Libia, ex addetto militare di stanza a Tripoli, incaricato da parte del governo algerino di gestire i dossier sui dissidenti e gli oppositori del regime libico e della sicurezza nel Sahel in coordinamento con la Libia.

Era quasi scontato che sarebbe andata a finire così. Visto che le grandi potenze erano perfettamente a conoscenza dei contatti tra Algeri e Gheddafi (proprio attraverso il DRS) e l'assenza di reazione alla notizia dell'accoglienza offerta al Colonnello è stata interpretata dal governo algerino come il tacito assenso a procedere.

(Fonte: Lookout News)

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