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di Mariella Colonna

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Gli Usa non sono in declino, ma in rimonta

di Mariella Colonna

L'economia statunitense è in risalita. Ne sono certi David Petreaus e Micheal O'Hanlon. Ex generale dell'esercito e oggi presidente del KKR Global Institute, il primo; esperto di politica estera e ricercatore al Brookings Institution di Washington, il secondo.

Sulle colonne del 'Politico' i due autori raccontano come gli Stati Uniti si stanno difendendo dalla crisi che li ha travolti, che ha permesso alla Cina di attestarsi quale prima potenza economica mondiale.

La loro analisi parte dal deficit di bilancio che da una attenta osservazione evidenzia che quest'anno  toccherà i 564miliardi, all'incirca 85miliardi in meno rispetto all'anno scorso, e per la prima volta dall'inizio dalla crisi del 2008 è 'al di sotto del 3percento del Pil'.

Gli indicatori economici, sociali e di sostenibilità ambientale danno in crescita anche la competitività internazionale. Negli ultimi due anni, gli Stati Uniti, hanno scalato la classifica del World Economic Forum posizionandosi al quinto posto, in un solo anno hanno guadagnato due posizioni (erano al settimo), mentre la Cina rimane bloccata anche quest'anno al ventinovesimo posto. Petraeus e O'Hanlon considerano favorevole questo dato perché convinti che 'per la strategia americana è preferibile un rallentamento dell'ascesa geopolitica della Cina'. E si augurano che non si ammali' perché la Cina possiede la più grande fetta di debito pubblico statunitense. Vale a dire 1.280miliardi di dollari.

In soli tre anni (dal 2011 al 2014), la produzione di petrolio è cresciuta del 46percento. Investimenti importanti si registrano anche nel campo dell'energia gasifera perché tra gli obiettivi da raggiungere si comprende la sua esportazione al fine di rilanciare l'economia e tornare ad una competizione alla pari con Russia e Arabia Saudita. Non a caso, in Louisiana si sta costruendo un mega impianto di produzione di gas naturale che costerà 12miliardi di dollari. Perciò, il posto di comando statunitense attualmente in fase di rimonta può essere legato - come lo definisce lo storico Lundestad - al boom energetico. Ne sono convinti anche Petraeus e O'Hanlon i quali sostengono che  'guidare il mondo in campo energetico darà agli Stati Uniti nel breve periodo notevoli vantaggi'.

Il valore geopolitico delle fonti combustibili non va disgiunto da quello occupazionale. In un report di Global Insight si legge che nel settore manufatturiero in due anni sono stati creati 196mila nuovi posti di lavoro e il tasso occupazionale del settore - scrive Reuters - continuerà a crescere di un punto percentuale ogni anno fino al 2020.
Lo scarto dell'indice manufatturiero sul valore aggiunto tra Cina e Stati Uniti negli ultimi anni si è attestato sui 600miliardi di dollari, in netta riduzione rispetto al passato, e secondo Petraeus e O'Hanlon la 'rivoluzione energetica del Nord America continuerà a spostare le produzioni negli Stati Uniti', ossia 'bring jobs home'. Anche Barack Obama ha detto che è prioritario 'rendere l'America una calamita per nuovi posti di lavoro e nuova produzione'. Così come è fondamentale convincere le aziende americane ad investire nei confini statunitensi perché 'il nostro paese è più forte quando tratteniamo i talenti', ha detto il presidente Obama il 12 febbraio 2013. Si calcola che sono già duecento le compagnie che dopo aver optato per l'outsourcing sono tornate a casa. Questa inversione di tendenza si chiama reshoring  ed ha interessato la Caterpillar che è tornata dal Giappone, la Ford è tornata dal Messico. Anche la Apple - come promesso dal presidente Obama un anno fa - tornerà a produrre i Mac in America.

Insomma, sembrerebbe che gli ostacoli e le difficoltà siano alle spalle. Petraeus e O'Hanlon sono convinti che gli Usa sono tornati 'a guidare il pianeta nei settori della ricerca, dei brevetti, aerospaziale, dell'innovazione farmaceutica e nel comparto informatico'. Tutti segnali che fanno pensare che l'America di Obama stia risalendo la china.

 

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