Affarinternazionali

di Mariella Colonna

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In che misura e in quale forma il modello dell'Isis è esportabile?

 

L'ANALISI
di Mariella Colonna

Per rispondere a questo quesito occorre ritornare in Iraq quando nel 2006/7 l'allora Is, l'odierno Isis (Stato Islamico dell'Iraq e della Siria già Isil),  a guida Abu Bakr al-Baghdadi (classe 1971, reclutato nel 2005 dall'esercito americano per Camp Bucca, un centro di detenzione nell'Iraq del sud e rilasciato nel 2009 quando la prigione chiude) matura un'idea: fondare uno Stato  ed avviare un percorso politico da radicare in fazioni e gruppi ideologicamente distanti dal jihadismo.
La sfida si trasforma in successo grazie ad alcune condizioni favorevoli, tra le quali una Siria distratta da disordini interni che favorisce una rapida conquista del suo territorio (anche quello iracheno) da parte dell'esercito islamico, il quale - nell'arco di poche settimane nel mese di giugno 2014 - riesce a controllare territori lungo due fiumi, il Tigri e l'Eufrate.

Attualmente il califfato si estende da Aleppo (nord della Siria) alla regione di Diyala (est dell'Iraq), occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e conta oltre 6 milioni di persone che vivono sotto il suo controllo.
Occupa le cronache di tutto il mondo con esecuzioni di massa e rapimenti collettivi che fanno pensare ad una sua continua espansione, ma numeri e fatti mostrerebbero una realtà diversa. Il giornalista Zack Beauchamp sul sito  americano Vox scrive che l'Isis stia perdendo la guerra in Medio Oriente. Sebbene il califfato islamico si estenda su un territorio pari a quello del Regno Unito, al momento i militanti di Baghdadi, dopo le vittorie degli ultimi mesi, stanno battendo in ritirata.
Tuttavia la campagna acquisti continua. Un jihadista britannico - come sostiene il sito dell'Independent - avrebbe pubblicato online un elenco di lavori per sostenitori dell'Isis che non vogliono combattere. Si tratta di addetti stampa, insegnanti, medici, istruttori di fitness, costruttori di bombe, cuochi. L'uomo - che si firma Abu Saeed Al-Britani - ha sottolineato che l'avversione alla battaglia è il 'segno di una fede debole', ma che è possibile appoggiare la jihad anche ricoprendo altri ruoli.

Lo Stato islamico è il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2miliardi di dollari. Esso guadagna circa 3milioni di dollari al dì grazie al business del petrolio, ma anche a città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le ingenti spese che il califfato deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento. In molti sostengono che le risorse economiche provengano anche dalle èlite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo che - come riporta il Washington Post - passerebbero anche attraverso il confine turco-siriano. Sempre il Washington Post ha individuato nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti comprerebbero alcune delle loro attrezzature. C'è chi sostiene che anche il Pakistan rappresenti una sorta di supermercato dell'Is, il quale - approfittando della sua instabilità politica - fa comunicazione diffondendo opuscoli a Peshawar e nei campi di rifugiati afghani al confine tra Pakistan e Afghanistan per chiamare alla guerra santa i gruppi locali invocando l'unità di tutti i musulmani.

La strategia dell'orrore messa in campo dall'Is è soprattutto social. Si contano oltre 40mila tweet inviati in un solo giorno dai suoi sostenitori che si servono di una sofisticata rete che amplifica ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell'organizzazione. La nuova guerra del terrore si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo) mediante l'utilizzo di internet, video, foto, pagine social, twitter, facebook, youtube. Inoltre, la propaganda avviene anche attraverso i gadget: riviste, magliette, abbigliamento, passaporti falsi. I militanti distribuiscono caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali.

Per tornare all'interrogativo iniziale. È esportabile il modello di Stato islamico? Sebbene lontano da ciò che chiamiamo Stato, il califfato di  Abu Bakr al-Baghdadi per radicarsi deve poter contare su una struttura organizzata associata  ad una proficua attività criminale dalla quale trarre reddito. Cosa che al momento non appare realizzabile in alcuni Paesi come Algeria, Arabia Saudita e Yemen perché - la sua espansione è fortemente condizionata dalle tante situazioni locali che non sempre offrono la possibilità di allestire attività criminali e fare economia. Perciò si registra che l'organizzazione raccolga consensi generici sull'onda dell'emotività di fazioni qaidiste o meno che vogliono contendersi un traffico od un'area, ma trova difficoltà a radicarsi in territori dove il jihadismo locale è consolidato proprio come accade in Siria dove qaidisti e jihadisti ne ostacolano la sua diffusione.
Sconfiggere questo modello trascurando di sanare la ferita irachena porterà l'Is a  fortificarsi e a mostrarsi sempre più aggressivo.

segreteria@mariellacolonna.com 
 

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