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di Mariella Colonna

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La ‘primavera araba’ sottovalutata dal Mossad

di Mariella Colonna

Anche Israele è stata colta di sorpresa dal dilagare delle rivolte arabe, nonostante il continuo monitoraggio al quale sottopone – da sempre - tutto l’arco nordafricano e il mondo arabo, più in generale. In realtà, il servizio di intelligence delle forze armate israeliane guidato dal generale Kokavi era sì convinto che in Egitto e in Arabia Saudita si sarebbe registrato un mutamento politico – scrive Amos Harel in Egypt riots are an intelligence chief’s nightmare – ma non un ‘cambio di regime’ come è avvenuto. La convinzione israeliana era che i Fratelli musulmani erano ancora poco organizzati e la monarchia saudita ancora abbastanza solida.

C’è chi sostiene che le valutazioni del mossad non erano corrette. Lior Lehrs, ricercatore al Jerusalem Institute for Israel Studies, su Haaretz del 3 febbraio 2013 ha dato la sua lettura dei fatti: riguardo la rivolta egiziana, la più contigua ad Israele, Tel Aviv ha tenuto conto soltanto del rischio di minaccia per la sua sicurezza perché il governo di Netanyahu non ha mai ritenuto la regione araba ‘matura’ dal punto di vista politico e sociale ed ha guardato al ‘risveglio arabo’ come ad un insieme di episodi di instabilità cronica di cui il Medio Oriente è da sempre disseminato.

La tesi del capo del Likud è stata spiegata anni addietro in un suo libro ‘Un posto tra le nazioni’ nel quale chiarisce che Europa e Usa erano stati chiamati ad innescare il processo di democratizzazione (e dunque di crescita, ndr) del Medio Oriente primancora di avviare i negoziati di pace che ponessero fine alle lotte interne. Queste aspettative dopo vent’anni sono state disattese – probabilmente per la miopia occidentale - e Tel Aviv ha dunque interpretato la ‘primavera araba’ come una forma di ribellione sociale contro i regimi che poteva sfociare – nella peggiore delle ipotesi - nella diffusione di cellule terroristiche su scala regionale. Mai avrebbe immaginato che i Paesi limitrofi avevano raggiunto quella ‘maturità’ essenziale per ‘alzare la testa’ (ndr) e protestare al fine di rivendicare diritti civili, partecipazione politica, libertà di espressione, uguaglianza.

Insomma, Netanyahu era convinto che la regione araba in assenza di stabilità politica, di una sana dialettica interna, incapace di controllare le Forze armate, i confini, le diverse etnie, gli avrebbe consentito di continuare ad operare oltre i propri confini con azioni militari spot contro le incursioni terroristiche, di minacciare di reprimere i governi deboli come quello di Hamas, di collaborare con le dittature di Mubarak e Ben Alì, in cambio di una tacita intesa sul mantenimento della sicurezza regionale.

Incuriosisce a tal proposito la posizione degli israeliani che, al contrario del loro governo – scrive Roberto Iannuzzi nel suo libro Geopoltica al collasso - hanno pensato che le rivolte erano un segno di vitalità delle società arabe giustamente insorte contro le dittature, ed anche temuto che la democrazia non sarebbe stata accessibile ai popoli libico ed egiziano, ma anche tunisino, a causa di una forma di debolezza connaturata alle società musulmane.

Dopo la caduta della dittatura egiziana, Israele si è reso conto che le rivoluzioni avevano portato al potere nuovi gruppi con i quali era opportuno dialogare pena l’ostile diffidenza verso lo Stato ebraico. Incoraggiato anche da alcune personalità israeliane che gli hanno suggerito di formulare una proposta di pace utile a  scongiurare due possibili pericoli:  in primis che l’Egitto diventasse una minaccia per il mancato controllo dei propri confini favorendo il libero transito ai profughi, clandestini e ai terroristi del Sinai. In secundis, per il timore che si stabilisse un asse strategico Egitto/Hamas per sostenere il ruolo di quest’ultimo nella Striscia di Gaza.

Quando i Fratelli musulmani hanno preso il controllo del Paese, Israele ha salutato positivamente la nuova compagine politica, ma di lì a poco sono emerse evidenti  disparità di vedute tra Tel Aviv e Il Cairo sulla situazione del Sinai, le quali sommate alla politica poco revisionista di Morsi, aggiunte alla scarsa considerazione del governo di quest’ultimo da parte delle monarchie arabe, ha raffreddato le aspettative israeliane nei confronti del governo egiziano e di conseguenza a considerare il rischio che la possibile normalizzazione dei rapporti fra gli Stati del Golfo e Hamas attribuisse a quest’ultima un ruolo importante nel processo di pacificazione arrischiando così l’architettura degli Accordi di Oslo e decretandone il fallimento.

Alla luce di un possibile ripristino dei rapporti tra Hamas e Israele, mediato dal Qatar, Netanyahu si è reso conto che correva il rischio di trovarsi costretto ad accettare un’apertura della Striscia di Gaza e di porre fine all’embargo. La cronaca recente ci racconta che Israele - per la salvaguardia dei suoi rapporti con i Paesi del Golfo- non ha voluto pagare un prezzo così alto.

Nel frattempo, l’autorità palestinese aveva portato avanti la sua iniziativa all’Onu perché gli si riconoscesse l’autorità di Paese osservatore non membro. Sebbene contrastata perché non in linea con gli Accordi di Oslo, Abu Mazen era riuscito a strappare consensi sia all’Assemblea generale dell’Onu sia ai Paesi filoisraeliani (come l’Italia). Ma questa mossa di Abu Mazen giudicata tardiva dagli osservatori, non ha stravolto gli equilibri/squilibri tra le parti, tant’è che fette di società civile palestinese invocano tuttora lo smantellamento dell’Anp ed auspicano il ritorno alla situazione precedente agli Accordi di Oslo perché – dichiara Ibrahim Shikaki, lettore all’università di al-Quds di Gerusalemme – ‘l’Anp si è trasformata da governo con un mandato collettivo in una istituzione che si preoccupa solo della sua sopravvivenza riscuotendo le tasse e pagando i salari’.

Il risultato delle elezioni in Israele dello scorso gennaio ha ribaltato le aspettative del primo ministro che aveva come prioritaria – nel suo programma elettorale - la sicurezza nazionale, ed ha messo in cima alle preoccupazioni del Paese, la minaccia nucleare iraniana che ha indotto il governo di Netanyahu a costituire un fronte sunnita in funzione antiraniana (‘irresponsabile ignorare l’Iran’, ha dichiarato alla stampa internazionale, Ansa 10 marzo) e ad assumere un atteggiamento di rispetto di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi. Poi ha delimitato i confini dell’alleanza con i Paesi del Golfo e con l’Egitto facendo intendere che la Palestina non è ‘merce di scambio’.

Se esiste un’alleanza – fanno sapere fonti israeliane – è frutto di convergenze di interessi limitate nel tempo e non certo di una sinergia di vedute sul prossimo futuro dei territori occupati e sull’evoluzione dell’Anp. A conferma di ciò, qualche giorno fa, il primo ministro israeliano, intervenendo a New York alla conferenza annuale dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), il più influente gruppo di pressione americano a sostegno di Israele, ha lanciato un appello al leader palestinese di ‘abbandonare la fantasiosa idea di inondare Israele di rifugiati’ ed ha aggiunto che  nel caso si trovi un accordo di pace sarebbe ‘certamente attaccato da Hezbollah, Hamas, al Qaida ed altri’ (fonte agenzia TMNews).

È fuori di dubbio che sia giunta l’ora che l’establishment israeliano dialoghi concretamente con l’Occidente per affrontare insieme le questioni mediorientali in addivenire sulla base di comuni interessi laddove esistano, limitando ambizioni e controversie. Ammorbidendo posizioni reciproche, ove possibile, ed evitando di esacerbare gli animi già compromessi a causa di una serie di azioni che violano – in alcuni casi - il diritto internazionale. Qualche giorno fa è stata impedita la costruzione di un  parco giochi vicino l’accampamento beduino di Khan al Ahmar, in Cisgiordania, dono del governo italiano. Un portavoce dell’amministrazione civile – riporta su Haaretz Amira Hass, giornalista israeliana – le ha spiegato che ‘le attrezzature (scoperte da un drone che sorvolava l’area soprastante il campo) sarebbero state montate senza permesso su un terreno statale’, aggiungendo che il consolato italiano era stato avvertito in anticipo. Nel linguaggio israeliano il ‘terreno statale’ si usa per definire le terre palestinesi sulle quali non è possibile chiedere un permesso all’amministrazione israeliana perché questa nega ai beduini di costruire alcunché sui terreni dove vivono da decenni. (fonte Internazionale)

 

(segreteria@mariellacolonna.com)

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