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di Mariella Colonna

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Così sono cambiati Nord Africa e MO. Più Russia, meno Stati Uniti


Di Mariella Colonna


Quando nella seconda metà del dicembre 2010 giunse la notizia delle proteste di piazza in Tunisia (Mohamed Bouazizi si diede fuoco per reazione contro il regime di Ben Alì), per l'Europa e l'America fu un fulmine a ciel sereno, e l'inizio di pressanti interrogativi a cui trovare risposta.

Fino ad allora esse avevano guardato alla Tunisia come ad un Paese 'modello' del nord Africa e del mondo arabo, in quanto filoccidentale ed economicamente stabile, con strettissimi rapporti economico/commerciali con Francia e Italia, la cui popolazione però mostrava improvvisamente tutto il suo malcontento verso le angherie dello Stato e delle sue forze di polizia.

Il sacrificio di Bouazizi, quale forma estrema di ribellione, diviene il simbolo della protesta tunisina che per effetto domino registra episodi analoghi in Algeria, Egitto, Giordania, Marocco, Bahrein. Paesi, nella fattispecie, con un tasso di disoccupazione senza precedenti, in alcuni casi con una popolazione la cui età media non supera  i trent'anni, con un'economia debole e dipendente dall'estero, legata allo sfruttamento delle proprie risorse naturali, e con un ecosistema precario, nei quali è mancato l'apporto occidentale alla risoluzione dei problemi.

Questa drammatica realtà ha acceso le coscienze di una nuova generazione distante da ideologie laiche o religiose, con grande dimestichezza con la comunicazione tecnologica, che si è affacciata alla politica per affermare la giustizia sociale, la libertà di espressione, i diritti civili calpestati.

A lungo repressa dai regimi al potere, questa folla di attivisti, studenti, disoccupati, ma anche sindacalisti, operai, impiegati, fino a quel momento era stata considerata - scrive Azmi Bishara in 'Invisible Arab: The promise and peril of the arab revolution' - 'come una bomba demografica, un fardello economico o un serbatoio di estremismo'

Diverse e anche contrastanti le interpretazioni che hanno tentato di spiegare la 'primavera araba'. Alcuni l'hanno definita 'primavera democratica' per le richieste di libertà, uguaglianza e partecipazione alla vita politica avanzate dai manifestanti. O 'rivoluzioni postislamiche' per evidenziare le rivendicazioni civili e sociali e non religiose. Oppure 'rivoluzioni postcoloniali'  perché per la prima volta si trattava di denunce interne al mondo arabo e non desiderio di liberazione da un dominio straniero. Altri hanno fatto riferimento ad un 'risveglio arabo' per il carattere nazionalista di lotta contro la dittatura. Altri, è successo in Iran, l'hanno definita 'risveglio islamico' per evidenziare che la lotta si è ispirata ai principi dell'Islam quasi in continuità con la Rivoluzione iraniana del 1979. Per alcuni altri si è trattato di 'inverno islamico' a causa dell'ascesa delle forze di ispirazione islamica all'indomani delle rivolte.

Il tentativo di spiegare la ratio di questi tumulti risulta per certi versi contraddittorio e strumentale, ma evidenzia un aspetto fondamentale: sono state smontate forme di governo non democratiche, che in alcuni casi governavano da oltre cinquant'anni, e che per altro verso hanno incoraggiato la reazione di forze repressive e controrivoluzionarie pronte a seminare il caos pur di impedire l'emergere di un nuovo ordine che decretasse la loro fine.  

Tutto ciò ha fiaccato ulteriormente la popolazione che sperava in un miglioramento economico e politico rivelatosi impossibile da realizzare in un arco di tempo così breve, e ha determinato un ulteriore scivolamento verso una condizione di crisi e di instabilità. Questa condizione si è verificata soprattutto nei Paesi caratterizzati da un compromesso senso di cittadinanza e appartenenza nazionale, dal quale hanno tratto vantaggio affiliazioni di natura religiosa, etnica, tribale, settaria, che si sono infiltrati nei nascenti gruppi di potere per intraprendere derive ammantate di democrazia. Incuriosisce il fatto che i governi pseudo democratici subentrati alle autarchie con le rivolte del 2011 e 2012 spesso non sono riusciti a smantellare l'impianto dei vecchi regimi. È il caso (e non solo) dell'Egitto dove con i Fratelli Musulmani si è adottato - nel loro breve periodo di governo - un modello economico in continuità con il passato, essenzialmente ispirato ai principi del neoliberismo. Spicca altresì la peculiarità dei partiti saliti al potere in Egitto e Tunisia, con i leader che hanno guidato la fase post rivoluzionaria che erano in gran parte espressione del passato e non della 'primavera democratica', dalla quale in realtà non era emersa una vera e propria classe dirigente.
Quale la situazione attuale?

Dopo il crollo dei regimi e le guerre civili che hanno senza dubbio rotto gli equilibri del vecchio ordine regionale nord africano e mediorientale, non si è ancora chiarita l'architettura del nuovo assetto politico di una sterminata regione che va dal Maghreb all'Asia centrale, e che sta scivolando - ahimè - verso una instabilità ulteriore fatta di incertezze politiche e perduranti disordini sociali. Le cause sono diverse e tutte concatenate: la loro fragilità politica ed economica sommata al declino americano e al tracollo economico occidentale, sono espressioni di una 'crisi di sistema' che ci riguarda tutti indistintamente.

Il vuoto politico ed il caos generato dal tracollo dei regimi mediorientali ha scatenato una battaglia regionale ed internazionale per l'egemonia. In attesa che il gigante economico cinese uscisse allo scoperto con un ruolo politico di maggiore predominanza in Medio Oriente, la Russia - inaspettatamente - ha colmato il vuoto  che gli States hanno lasciato in Medio Oriente proponendosi come un attore essenziale - in particolare nella guerra in Siria - in grado di poter interloquire con Obama, e di ritagliarsi un'importanza impensabile fino a qualche anno fa.

In conclusione, sembra essere in atto la definizione di un nuovo mondo multipolare che si sta costruendo sulle ceneri dell'influenza americana in Medio Oriente, sugli esiti della guerra civile in Siria, sui fragili equilibri che ruotano attorno alla questione iraniana (di cui la questione nucleare è solo un aspetto), sull'assenza di una politica estera europea, e più in generale sullo spostamento degli equilibri mondiali, sul cui sfondo sta avendo luogo una crescente competizione per l'accaparramento delle riserve energetiche. Ma ciò che allarma maggiormente è che attorno a questo cambiamento esistono interessi locali e internazionali in conflitto tra loro e difficilmente sanabili perché la posta in gioco alletta - ed allo stesso tempo spaventa - tutti.

(segreteria@mariellacolonna.com)

Fonte: 'Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale' di Roberto Iannuzzi

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