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Food da non usare

di Antonino D'Anna

cassata record

Cibo e religione, due accoppiate che rischiano di entrare in conflitto. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, il numero 2290 sottolinea: “La virtù della temperanza dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l'abuso dei cibi, dell'alcool, del tabacco e dei medicinali. Coloro che, in stato di ubriachezza o per uno smodato gusto della velocità, mettono in pericolo l'incolumità altrui e la propria sulle strade, in mare, o in volo, si rendono gravemente colpevoli”. Quindi: se volete mangiare, bere e fumare potete farlo, ma ovviamente senza esagerare. Difficile però contenersi davanti ai dolci siciliani, che spesso sono nati proprio nei conventi ad opera delle monache di clausura. Cannoli, cassate, Minne (seni) di Sant'Agata, agnelli di pasta reale (su questi Michela Brambilla non avrebbe da ridire) sono alcune delle ricette più famose e apprezzate nell'isola. E di essi, a suo tempo, si è occupata anche la Chiesa.

“SANTE” CASSATE- Per dire. Siamo al Sinodo della Diocesi di Mazara del 1575, si tiene dopo il Concilio di Trento: piena Controriforma, con l'Inquisizione siciliana che in quanto a severità non era seconda a quella spagnola (e la gola, si sa, è uno dei vizi capitali). Bene: la diocesi di Mazara del Vallo, nel corso del Sinodo definisce la cassata come dolce irrinunciabile per le feste pasquali, ma vieta che sia preparata nei conventi durante la Settimana Santa. Motivo: le suore devono pregare e non possono essere distratte chiedendo loro di preparare i dolci. Leonardo Sciascia nel suo “Occhio di Capra” (Einaudi, 1984) cita un proverbio del suo paese, Racalmuto in provincia di Agrigento: “Cassati di Pasqua e gelati di Munti”, ossia cassate pasquali e gelati della Madonna del Monte, festeggiata la seconda settimana di luglio. Sono cioè quei prodotti che non conviene comprare all'ultimo, dal momento che vengono richiesti da tutti. Peraltro un dolce nato – forse – sotto la dominazione araba della Sicilia, essendo Quas 'at, “scodella” (la cassata si “costruisce” infatti a partire da una scodella rovesciata che serve per darle forma), la possibile etimologia del nome.

IL CANNOLO DELLA DISCORDIA- C'è poi un secondo dolce, praticamente un sinonimo di Sicilia. Ed è il cannolo. Ovviamente ripieno di crema di ricotta di pecora, sennò non vale. Precisiamo che la crema di ricotta di pecora è il trait d'union di tutti i dolci siciliani (o quasi) e, anche se da ultimo si è diffusa la ricotta di mucca, è questo il discrimine vero tra i prodotti. Diciamolo chiaro: in passato non potevate pretendere un cannolo riempito con la crema di ricotta di pecora in pieno agosto, per il semplice e banale motivo che nell'isola non era e non sarebbe stagione. Fa troppo caldo e le pecore non danno il latte adeguato. Anche se oggi i prodigi della tecnica permettono di superare gli intoppi estivi, sia chiaro. Comunque sia c'è chi, come palermoweb.com, attribuisce al cannolo un'origine frutto di uno scherzo da prete in quel del monastero della Badia Nuova (Santa Maria di Monte Oliveto), e qualcunaltro più malizioso arriva a sostenere che il cannolo potrebbe avere un significato fallico e sarebbe nato in quel di Caltanissetta. Il grande intellettuale palermitano Giuseppe Pitré, che raccolse detti, usi e costumi dei siciliani, riporta questa poesia: Beddi cannola di Carnalivari Megghiu vuccuni a lu munnu ‘un ci nn’è: Su biniditti spisi li dinari; Ognu cannolu è scettru d’ogni Re. Arrivinu li donni a disistari; Lu cannolu è la virga di Mosè: Cui nun ni mangia si fazza ammazzari, Cu li disprezza è un gran curnutu affè! (Bei cannoli di carnevale | Non esiste al mondo miglior boccone: | I soldi spesi son benedetti; | Ogni cannolo è lo scettro di ogni re. | Arrivano le donne e desiderano; | Il cannolo è la verga di Mosè: | Chi non ne mangia si faccia ammazzare, | A fede mia, chi li disprezza è un gran cornuto). A Cicerone viene infine attribuita la descrizione di un dolce siciliano fatto di una crosta dolcissima e con ripieno di latte.

(Segue: Ecco le minne del Gattopardo. E la sagra dell'agnello di pasta reale a Favara, in provincia di Agrigento...)

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