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Coppie di... fato

Violenza fisica e psicologica subita da parte di parenti o partner? Personalità devianti e disturbate con le quali vi relazionate ? Difficoltà a gestire la conflittualità familiare derivante da maltrattamenti ? A darvi una mano su Affaritaliani.it "Coppie di... fato: vittime, crimini e misfatti in famiglia", la rubrica al servizio dei cittadini tenuta dalla dottoressa Cinzia Mammoliti, criminologa, formatrice e autrice del saggio in materia di violenza psicologica "I serial killer dell'anima" (ed. Sonda). Per contattare la nostra specialista e avere consigli e aiuto scrivete a: lettereallacriminologa@affaritaliani.it

DOMANDA: Ho incontrato un narcisista perverso, ma molto perverso. Era il Luglio del 2009 quando dopo 21 anni indimenticabili come educatrice, giunse a mio malincuore il trasferimento in un Ufficio per motivi fisici. Era solo l'inizio di un lungo incubo. Dopo parecchi mesi dal mio arrivo, il mio responsabile carnefice definì la collocazione della mia scrivania: in un piccolo locale cieco, dietro una parete in modo che nessuno potesse vedermi. Quello lo strano e non casuale luogo, dove i momenti di attenzioni iniziali, sono stati presto sostituiti da infinite ore di umiliazioni professionali, menzogne, promesse mai mantenute, giorni di completa inattività, serrature chiuse appena rimanevo sola con lui, frasi sussurrate ininterrottamente e tentate azioni colme di sconcezze. Mi seguiva ovunque, non potevo nemmeno andare in bagno. Ma lui dichiarava che per me provava amore. Avevo ancora la forza di ribellarmi anche se dentro di me cresceva la sensazione di non avere più un mio pensiero, ero sempre più angosciata, disorientata, umiliata come donna e come lavoratrice, la mia volontà si affievoliva sempre più sopraffatta dalla paura, non avevo più né stima né fiducia in me stessa. Paradossalmente cercavo sempre più la riconoscenza e il rispetto del mio carnefice, nonostante mi avesse affermato, credo in un momento di lucida follia, di non poterlo fare perché non gli interessava farlo, perché incapace di provare sentimenti. Così facendo non facevo altro che offrirgli innumerevoli possibilità di sciorinare tutte le sue fantasie, i suoi comportamenti più perversi, la sua cattiveria. Un lampo di consapevolezza della follia che mi trovavo davanti, lo avvertii quando, apposta, misi una camicia dismessa da sua mamma. Mi sentii dire che “Così ero bella. Assomigliavo molto a sua mamma!” Ogni mattina al risveglio, mi ripetevo che piuttosto di continuare lì dentro mi sarei ammazzata. Riuscii ad ottenere un altro trasferimento solo alla fine del 2012. Ero distrutta, in preda a profondi sensi di colpa, rabbia per essere stata umiliata nel mio essere donna e per il mio fallimento professionale (ho dovuto lasciare il mio ambito lavorativo dopo 23 anni e per il quale avevo studiato la sera fino a conseguire la laurea). Ad oggi la mia sostituta si siede ad una scrivania ampia insieme a tutti gli altri in ufficio, di fronte al mio carnefice. Intrapresi nel 2013 una relazione con il mio stesso carnefice. Io con un “matrimonio” faticoso, anni di malattie alle spalle, il forzato abbandono del mio lavoro, indebolita dai tre anni trascorsi in quel maledetto ufficio. Perché l'ho fatto? Non mi rendevo conto ma la sua opera di distruzione non era ancora compiuta. Un anno e mezzo di isolamento, deprivazioni, promesse mai mantenute, umiliazioni, falsità, tirannia, avarizia, schifezze, perversioni (riproposte ancora sul lavoro), disprezzo della mia persona e del mio corpo. Era certo che non avevo più dignità, che non ero più un essere vivente ma solo un fascio di reazioni istintive privo di qualsiasi pensiero e volontà. Nella mia mente non c'erano ricordi ma solo paura. Paura che diventava sempre più angosciante nel tentativo di ripercorrere questo orrore per ricordare la mia vita precedente. Così nella paura le mie giornate iniziavano con urla e pianti, diventavo sempre più ossessiva nella ricerca di sue attenzioni e riconoscenze. Non ero più me stessa. Finii con l'accettare le briciole e ci si vedeva solo ed unicamente quando decideva lui, per tempi brevi e sufficienti per i suoi scopi, in qualsiasi momento della giornata ovunque mi seguiva. I suoi genitori non dovevano sapere niente (parlo di un adulto). Non avevo più il mio tempo. Pagavo tutto non solo con il mio corpo e con la mia mente ma anche coi soldi. Restituivo periodicamente e con gli interessi le sue telefonate, la benzina e se c'era anche una cena. Sua madre ogni qualvolta ci scopriva al telefono mi urlava parolacce indicibili. Ma lui diceva di amarmi, che avrebbe voluto dei figli e che la sua paura fosse quella che io diventassi il rammarico della sua vita. E intanto battute e schifezze qua e là con altre, anche sul lavoro. Giunse il mattino in cui portò a termine, nonostante mi fossi opposta con tutte le mie forze , l'ennesimo abuso. Mi sentii svuotata e senza forze. Cominciai a piangere, come spesso mi accadeva subito dopo, avevo un senso di morte dentro. Nel pomeriggio dello stesso giorno il mio carnefice mi telefona dicendomi inizialmente che non poteva stare senza di me, ma poi proseguendo con tono strano, come fosse un'altra persona, mi comunica che aveva detto ai suoi che lo pressavo, che potevo andare a casa sua per parlare con loro, che lì tutti mi volevano bene, e che poi avrebbero chiamato i Carabinieri perché io avevo bisogno di aiuto. In preda al panico bloccai l'auto, nella mia mente la psichiatria, il tentativo di sottopormi ad un ricovero coatto. Scappo. Nell'ultima telefonata, in presenza dei suoi, il mio carnefice mi riferisce sempre come se fosse un'altra persona, che non c'era mai stato niente, che io mi inventavo tutto, che non c'era mai stato nessun tipo di “rapporto”, che l'ha fatto solo per sfogarsi (ma non c'erano stati rapporti?), che era gay e che in futuro avremmo dovuto solo salutarci come bravi colleghi, che non voleva diventare lo zimbello del luogo di lavoro, che il suo numero di cellulare non sarebbe più esistito così come io non sono mai esistita, e che se avessi voluto parlargli, sarebbe stato possibile farlo solo in presenza di un amico Carabiniere. Volevano farmi passare per pazza. Da due mesi è felice insieme ad una ragazza (sua collega di lavoro responsabile in una ditta esterna), anche lei educatrice, con la quale sta vivendo momenti e vacanze bellissime, finalmente con i suoi genitori. Sul luogo di lavoro è diventato serissimo e un “gran professionista”. Io sto cercando disperatamente di riaccendere il lume della fiducia e stima in me stessa. Ho paura di ciò che ho vissuto e del pensiero che a questa possa anche aver voluto bene. Per ora i miei occhi hanno ricominciato a vedere i volti e i musetti delle vite a me care. Nell'orrore di una realtà troppo dolorosa per essere vista avevo perso il contatto con la vita. V.S. RISPOSTA : ed è esattamente quello che accade a chi si relaziona troppo a lungo con un narcisista perverso cara lettrice. Il vortice di contraddizioni, ambiguità, violenza che caratterizza le modalità di questi soggetti gravemente disturbati provoca in chi li vive una vera e propria perdita di contatto con la realtà e con la vita come dice lei. Il paradosso di questo disturbo consiste poi nel fatto che i malati sono loro e si ingegnano in tutti i modi per far passare per folli le loro vittime. E nella follia si rischia anche di cadere se non si mantengono i piedi ben piantati per terra. Mobber sul lavoro e abusante nella vita privata questo squallido e pericoloso soggetto l ha costretta a vivere un'esperienza molto dura dalla quale sta, però, riuscendo a liberarsi dimostrando forza e coraggio. Un'altra vittima è ora caduta nella sua rete e lei si preoccupa che a questa donna lui possa aver voluto bene. E'impossibile cara V. Loro riescono a vedere e amare solo se stessi. Non c è posto per altri o altre. Il nucleo del loro disturbo é l anaffettività e il sadismo emotivo. Probabilmente la nuova sventurata subirà o ha subito quello che ha dovuto subire lei. Mi permetto però un sentito consiglio: lavorando il soggetto in un ambito delicato come quello dell'educativa e avendo quindi la gestione non solo di risorse umane ma anche di persone socialmente o mentalmente svantaggiate ritengo sia il caso di informare i suoi superiori di modo che possa essere destituito da un incarico che non è minimamente in grado di ricoprire e col quale potrebbe fare incommensurabili ulteriori danni. Chieda aiuto a colleghi, parli con coordinatori della struttura in cui lavora, si tuteli con un avvocato di modo da non rischiare denunce per calunnia sapendo quanto sono bravi a ribaltare la realtà. Ma non lo lasci impunito. Agisca Un caro saluto Cinzia Mammoliti www.cinziamammoliti.it

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