Europa, la Mosca al naso

a cura dell'on. Alessia Mosca

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Europa, la Mosca al naso
L’Europa prova a ripartire dal discorso sullo Stato dell’Unione

Il "discorso sullo stato dell'Unione" è una prassi che nasce negli Stati Uniti. E' il momento della vita politica del Paese che raccoglie il maggior numero di persone davanti alla tv, in cui il Presidente annuncia gli impegni che il suo governo assumerà nei mesi successivi. E' un discorso di visione ma anche di identificazione, nel quale la retorica americana trova la sua più alta realizzazione, contribuendo a rafforzare il sentimento patriottico per il quale sono noti al mondo.

Dal 2009, con il Trattato di Lisbona, anche l'Unione europea ha un momento simile. Durante la sessione plenaria del mese di settembre, il Presidente della Commissione tiene un discorso programmatico davanti al Parlamento europeo, ai media e, dunque, ai cittadini di tutta Europa: un'innovazione introdotta per aumentare la trasparenza e la democraticità dell'Unione europea ma che potrebbe, forse, diventare anche qualcosa di più. A partire dal discorso di ieri, tenuto da Jean Claude Juncker.

"L'Europa è il panettiere di Kos che porta il pane ai rifugiati che continuano ad arrivare, sono le persone alla stazione di Monaco che li accolgono con un lungo applauso" ha detto Juncker, e ancora: "L'Europa che non conosce la solidarietà non è un'Europa in cui voglio vivere".

L'Unione europea ha portato, da decenni, pace e stabilità nella nostra regione e questo ci richiama a responsabilità precise: "Possiamo costruire muri, possiamo costruire recinzioni. Ma immaginate per un secondo di essere voi, al posto di queste persone, con vostro figlio in braccio, il mondo che conoscevate completamente distrutto intorno a voi. Non esiste un prezzo che non paghereste, non c'è muro che non salireste, nessun mare che non affrontereste, nessun confine che non provereste ad attraversare, se è dalla guerra o dalle barbarie del cosiddetto Stato islamico che state fuggendo".

Il discorso di ieri può segnare l'inizio di un nuovo capitolo dell'Unione europea e non è un caso che il principale tema trattato fosse la crisi dei rifugiati. Davanti a questo fenomeno di proporzioni enormi e destinato a durare nel tempo, l'Europa è stata per lunghi mesi a un bivio: riscoprirsi Unione o cessare di esistere.

Durante questa crisi terribile, che ha rischiato di sfasciarci, abbiamo riscoperto le ragioni che ci tengono insieme al di là e al di sopra di quelle meramente economiche. Guardando quel bambino alla stazione di Monaco camminare avvolto nella bandiera europea, quella bandiera è, forse per la prima volta, diventata la nostra. "Ecco l'Europa", abbiamo pensato, l'Europa che ci corrisponde, che sentiamo casa, che dobbiamo difendere dagli egoismi nazionali, dai particolarismi, dalla cecità di chi, davanti a una tragedia umana simile, non sente l'istinto di aiutare. Un istinto caratteristico delle comunità, dove naturalmente ci si aiuta l'un l'altro: noi forse comunità non lo siamo mai stati davvero ed è da qui che nascono molti dei nostri problemi attuali.

Una comunità non si costruisce "in laboratorio", a colpi di leggi. Nella sua costruzione confluiscono moltissime spinte, di cui quella normativa è (solo) la base e la condivisione è, forse, la più importante. Condivisione di una storia, di valori, ideali, obiettivi, futuro. Ma anche condivisione di informazioni: come ci si può affezionare a un sistema così complesso e farraginoso come quello delle istituzioni europee? I cittadini non sanno come funzionano, con quali responsabilità, governate da chi. E non si può amare ciò che non si conosce. Per questo è così importante che eventi come quello di oggi arrivino a tutti e da tutti siano visti, ascoltati, compresi.

Accanto alle riforme istituzionali e al dibattito sul processo di integrazione, serve, allora, un'azione dal basso. Prendere coscienza del nostro essere cittadini europei. Alimentare e nutrire il senso di comunità. Di appartenenza. Di identità. Ho contribuito, per questa ragione, alla nascita di una scuola di educazione civica europea, in cui i ragazzi possano confrontarsi direttamente, senza filtri, con protagonisti della politica, esperti e studiosi e diventare (questa è l'ambizione) a loro volta "ambasciatori" dell'identità europea. E' un piccolo esperimento, in cui tuttavia credo molto, che vuole essere il mio modo di contribuire alla realizzazione del "sogno europeo" in cui si sono ritrovati tanti ragazzi della mia generazione e che spero possa entusiasmare ed emozionare ancora molte generazioni a venire.

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