ICTLaw/ Ordini professionali dei medici contro il Ddl sicurezza: la legge dello Stato prevale sulle norme deontologiche

Lunedì, 2 marzo 2009 - 12:00:00

di Luca Maria de Grazia

Ha fatto discutere, e non poco, l'emendamento al Ddl sicurezza che abroga il divieto di denunciare alle autorità gli immigrati irregolari che si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche. Tanto che Il Consiglio nazionale della Fnomceo (la Federazione degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) ha affermato in un documento (approvato all'unanimità) che la procedura di segnalazione si pone "in netto contrasto con i principi della deontologia medica, espressi in particolare dal giuramento professionale e dall'articolo 3 del Codice deontologico, che impongono ai medici di curare ogni individuo senza discriminazioni legate all'etnia, alla religione, al genere, all'ideologia, di mantenere il segreto professionale e di seguire le leggi quando non siano in contrasto con gli scopi della professione". Aggiungendo che, per quei medici che si attenessero alla novità contenute nel Ddl sicurezza approvato in prima lettura al Senato, potrebbero scattare sanzioni disciplinari.

Come sempre, cercherò di fare chiarezza sugli aspetti giuridici della vicenda.
Da una parte potrebbe esistere una norma di legge che imponga ad un soggetto esercente una delle professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione ad un albo professionale (art.2229 Codice Civile) di denunciare all’Autorità di Pubblica Sicurezza un soggetto che si sottoponga alle proprie prestazioni.
In altre parole, i medici dovranno segnalare lo stato di clandestinità del soggetto che si sottoponga alle loro cure.

Qui vorrei solamente richiamare l’attenzione sulla circostanza che, nel nostro Paese (ma non solamente) vige un sistema c.d. gerarchico delle fonti del diritto, che partono dalla Costituzione (la quale, per inciso, ha dovuto parzialmente cedere il passo ai trattati internazionali) per scendere alle Leggi, alle varie forme di emanazione di atti aventi forza di legge, per poi scendere ulteriormente alla normativa statale ministeriale, ed alla normativa regionale (in parte riservata alle regioni ma comunque sempre sotto ordinata rispetto a quella statale), per arrivare alle normative provinciali, comunali, e, finalmente, a quelle di origine privatistica e, da ultimo, alla c.d. “consuetudine”.
Tutte cose che si  studiano nei primi anni dei corsi di Giurisprudenza.

Ecco, i Codici Deontologici sono di fatto delle norme consuetudinarie che hanno assunto rilievo interno, ovvero sono valide per i soggetti che appartengano a quel determinato ordine, ma non possono – come si suole dire – essere opposte al’esterno. (La medesima circostanza, peraltro, si verifica per le Circolari Ministeriali, che secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione non sono cogenti nemmeno per gli Uffici dell’Amministrazione dhe le abbia eventualmente emanate).
Ora, possiamo dare per scontato che gli Ordini Professionali siano enti pubblici non economici con autonomia patrimoniale e finanziaria e con caratteristiche di autonomia e di indipendenza nei confronti dell’ordinamento statale.
Ma questo non può significare che possano porsi “al di fuori” dell’ordinamento statale.

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