ICTLaw/ Imputato di furto scagionato da Facebook? In Italia non sarebbe sufficiente

Ha fatto scalpore la notizia dell'imputato per il reato di furto "scagionato" da Facebook: all'ora del furto era collegato al social network. Eppure, specie nel nostro ordinamento, questa prova non sarebbe affatto sufficiente: se un utente scrive messaggi su Facebook non vuol dire automaticamente che si trova a casa sua

Martedì, 17 novembre 2009 - 09:54:00

di Luca Maria de Grazia
avvocato

Da Google News: "Facebook: prova decisiva per scagionare un imputato dal reato di furto", 13 novembre 2009.

Beh, come sempre, la notizia, specialmente nel nostro ordinamento, riportata così non potrebbe corrispondere alla verità dei fatti.

Cerchiamo di capire il motivo.

Nel diritto italiano esiste una differenza sostanziale tra una prova che sia considerata tale in un determinato processo (penale, civile, amministrativo, tributario, ecc. ecc) e quella che viene considerata "prova" dalla pubblica opinione.
Nel senso che la prima ha elementi direi quasi di sacralità che ovviamente la seconda non possiede; in altre parole, un giudice non potrà mai basare la propria decisione sul "sentito dire", ma su elementi che unitamente ad altri possano ragionevolmente far pendere la decisione da una parte o dall'altra.

Se esaminiamo il caso concreto, occorre comprendere che la circostanza che l'utente "Pinco Pallino" (dietro al quale si cela il sottoscritto, magari) abbia scritto determinate cose sulle proprie pagine di FB non vuole dire automaticamente che in quel momento l'utente fosse a casa propria (e quindi magari distante dal luogo nel quale il reato sia stato compiuto)
Non dico che non si possa arrivare alla quasi certezza, ma sicuramente non è la medesima cosa di una ripresa fotografica o una ripresa video.

Vediamo perché: in realtà il provider di contenuti (FB nello specifico) è a conoscenza che l'utente si è connesso da un determinato indirizzo I.P. ; il provider che fornisce la connessione all'utente è (deve essere) a conoscenza del fatto che al momento X quell'indirizzo I.P. fosse assegnato all'utente in questione, e che quell'indirizzo corrisponda ad un punto di accesso alla rete situato fisicamente
Sin qui tutto bene... sembrerebbe. E probabilmente, se non vi sono motivi per dubitare di questa ricostruzione dei fatti... diciamo che l'alibi è a posto.
Ma poi vengono (dovrebbero sorgere) delle domande: l'indirizzo I.P. è davvero quello indicato? A quell'ora era veramente connesso Tizio piuttosto che Caio?

Vi assicuro che ho avuto a che fare con casi di errori giudiziali che farebbero tremare i polsi a chiunque... proprio per errori banali connessi agli argomenti dei quali stiamo discutendo.
E se la connessione fosse "mobile"? Da una parte potrebbe soccorrere la cella dalla quale la connessione è avvenuta (che ovviamente è individuata fisicamente sul territorio) ma dall'altra parte si potrebbe anche pensare ad una clonazione della sim.
Insomma, quello che voglio dire che occorre sempre riflettere sui fatti, e non dare per scontato mai niente; i processi, nonostante tutto, sono ancora una cosa seria e devono essere trattati come tali.

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