ICTLaw/ I blog sono come i giornali? Per la Cassazione, libertà di manifestazione del pensiero non coincide con libertà di stampa

Lunedì, 23 marzo 2009 - 15:17:00

di Luca Maria de Grazia
avvocato

I blog: sono stampa? Sì, no, forse, in determinati casi, insomma sembra sempre che quando sono toccati determinati argomenti gli animi si scaldino fortemente.
Se ne è fatto un gran parlare in questi ultimi tempi, troppo spesso per “sentito dire” oppure senza avere letto con attenzione la decisione della Suprema Corte di Cassazione. Per chi fosse interessato a leggere la sentenza per intero, tra gli altri indirizzi, questo.

Questa è la massima (ossia il principio di diritto estratto dalla sentenza)
Corte di Cassazione, Sezione III penale, Sentenza 11 dicembre 2008 (dep. 10 marzo 2009) n. 10535
I messaggi lasciati su un forum di discussione (ma anche newsletter, blog, forum, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei, e così via) sono equiparabili ai messaggi che potevano e possono essere lasciati in una bacheca (sita in un luogo pubblico, o aperto al pubblico, o privato) e, così come quest'ultimi, anche i primi sono mezzi di comunicazione del proprio pensiero o anche mezzi di comunicazione di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa (neppure nel significato più largo ricavabile dall'art. 1 l. n. 62/2001, che ha esteso l'applicabilità delle disposizioni di cui all'art. 2 l. n. 47/1948), sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dall'art. 21, comma 3, Cost.

Ora,  il reato contestato è il seguente:
Art. 403   Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone.
[I]. Chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.
[II]. Si applica la multa da euro 2.000 a euro 6.000 a chi offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di un ministro del culto.

Ora vediamo come ha motivato la propria decisione la Corte di Cassazione:
I fatti si riferiscono alla circostanza che (in corsivo le parti della sentenza) a suo tempo fu respinta  : “…la richiesta dell'Aduc di revoca del sequestro preventivo di alcune pagine web di sua proprietà disposto il 20.11.2007 in relazione al reato di cui all'art. 403 cod. pen…”
Successivamente, il tribunale del riesame “…in parziale accoglimento dell'appello dell'Aduc, revocò il sequestro previa rimozione sul sito internet dell'Aduc delle espressioni e dei messaggi oggetto dei reati contestati, inibendone l'ulteriore diffusione…”

L'Aduc ha proposto ricorso per cassazione basando la propria difesa sui quattro punti che seguono:
1)  inosservanza dell'art. 21, comma 6, Cost. e illegittimità del sequestro preventivo poiché non attiene a reati contro il buon costume. Osserva che l'art. 21, comma 6, Cost. consente la limitazione dell'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero nei soli casi di manifestazioni contrarie al buon costume.
2)  inosservanza dell'art. 21, comma 6, Cost. e illegittimità del sequestro preventivo perché l'offesa ad una confessione religiosa non è contraria al buon costume.
3) erronea applicazione dell'art. 403 cod. pen. per erronea individuazione del bene giuridico protetto dalla norma. Osserva che, secondo una interpretazione costituzionalmente orientata, non c'è offesa se non vengono individuati i singoli individui, soggetti passivi della norma e portatori del bene giuridico da essa tutelato.
4) erronea applicazione dell'art. 21, comma 3, Cost. ed erronea individuazione dell'ambito applicativo del divieto di sequestro ivi previsto. Erronea interpretazione restrittiva del concetto di stampa che esclude l'informazione non ufficiale.

Qui comincia la motivazione della sentenza (ovvero la parte nella quale il “giudice” spiega come è pervenuto alla sua decisione):
Il primo motivo è inammissibile perché consiste in una censura nuova non dedotta con l'appello, e che non può quindi essere proposta per la prima volta in questa sede di legittimità.
Si tratta di un rilievo “tecnico”: di fronte alla Corte di Cassazione non possono essere proposte richieste che non siano state precedentemente proposte.

Il motivo è comunque manifestamente infondato perché l'art. 21, comma 6, Cost. vieta direttamente «le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume», disponendo altresì che «la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni», ma non ha inteso dire che un comportamento, costituente manifestazione del pensiero, possa essere dalla legge vietato e previsto come reato esclusivamente quando sia contrario al buon costume, e non anche quando sia lesivo di altri beni ritenuti meritevoli di tutela, sebbene non lesivo del buon costume.
Qui la Corte ribadisce – anche se avrebbe potuto omettere qualunque commento – che l’articolo della Costituzione richiamato dall’Aduc vieta le manifestazioni contrarie al c.d. “buon costume” non solamente attraverso la stampa, gli spettacoli ed altre manifestazioni “pubbliche”, ma che le vieta “tout court”, nel senso che sono sempre e comunque vietate. Conseguentemente, la decisione del Tribunale del riesame è correttamente motivata.

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