Non Sprecare

a cura di Antonio Galdo
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Nuova puntata della rubrica di Affaritaliani.it in collaborazione con www.nonsprecare.it
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di Antonio Galdo

 

 

All’indirizzo della mia mail privata continuo a ricevere appelli con questo titolo: "Antonio, aiuta l’Emilia". La macchina della solidarietà privata, a sostegno delle popolazioni colpite dalle terribili scosse del maggio scorso, non si è mai fermata. E quella pubblica? E’ una montagna che finora ha partorito un topolino, con uno spreco enorme di risorse e di aspettative e con al solita valanga di burocrazia che in Italia riesce a travolgere perfino le vittime di un terremoto.

Dal mese di giugno scorso al dicembre 2012 sulla popolazione dell’Emilia sono piovuti 95 provvedimenti tra leggi, decreti e ordinanza commissariali. Un vero labirinto di norme e di scadenze che ha scoraggiato artigiani, commercianti e agricoltori che spesso sono sprovvisti delle strutture organizzative per affrontare questo rompicapo dell’Italia che si perde nella giungla degli aiuti. Risultato: ad oggi nessuna azienda si è fatta avanti per attingere al fondo di 6 miliardi, già stanziati e dunque pienamente disponibili, per la ricostruzione degli impianti danneggiati dal terremoto. Eppure, specie nella zona di Modena e Ferrara, sono migliaia i capannoni distrutti dalle scosse e il contributo messo sul tavolo dal governo e dall’amministrazione regionale è molto generoso: ben l’80 per cento dei soldi concessi per la ricostruzione sono infatti a fondo perduto. Niente prestiti, niente interessi, e niente rate da restituire. Eppure la risposta, in coro, è stata finora sempre la stessa: no, grazie. "Le norme per la ricostruzione cono complicatissime e altrettanto infernale è la procedura. Bisognerebbe cambiare l’Italia per affrontare, senza il macigno della burocrazia, il problema del dopo terremoto" commenta Giuliana Gavioli, responsabile del settore biomedicale della Confindustria di Modena, uno dei comparti più colpiti dal disastro del maggio scorso.

Anche la prima misura concreta di aiuto alle popolazioni emiliane, la dilazione fiscale, non ha avuto un particolare successo: le richieste non hanno superato la soglia dei 750 milioni di euro a fronte di uno stanziamento di 6 miliardi. In questo caso, a complicare il quadro degli interventi ci ha pensato la Cassa depositi e prestiti, intervenuta come intermediario su mandato del governo per non toccare il bilancio statale e peggiorare i conti pubblici con gli aiuti ai terremotati in Emilia. Stesso atteggiamento anche da parte degli agricoltori: solo 25 milioni di fondi europei utilizzati per le attrezzature rispetto a uno stanziamento di oltre 100 milioni.

La storia della ricostruzione in Emilia è emblematica di un Paese malato di burocrazia. I soli danni ai fabbricati nell’epicentro del terremoto superano la cifra di 1 miliardo di euro, i soldi per ristrutturarli ci sono, ma non si riescono a spendere per le scartoffie che li rendono inaccessibili. E le aziende, come la Oece Plastics di Medolla, scelgono la più grave delle scorciatoie: chiudono i battenti.

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