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Obiettivo Expo, il libro a puntate su Affaritaliani.it
"Obiettivo Milano", il noir a puntate su Affaritaliani.it che racconta l'incubo peggiore per l'Expo...

Expo è una partita importante che Milano si gioca davanti agli occhi del mondo. "Obiettivo Expo" è l'ultimo romanzo a firma di Roberto Caputo, politico di lungo corso, e della giornalista Nadia Giorgio. Aldilà della finzione letteraria, è un noir che lascia trapelare in maniera forte una città al banco di prova, da qui la scelta di Affaritaliani.it, in collaborazione con Robin Edizioni, di pubblicare ogni settimana un capitolo del libro, a partire da oggi fino alla chiusura di Expo. Dopo le polemiche, gli scandali, i tagli dei nastri, i no expo, gli expottimisti e le tantissime aspettative, il 1 maggio l'Esposizione universale ha aperto ufficialmente i battenti. Expo è però anche l'aria nuova che si respira in città: le migliaia di turisti, gli eventi, le culture e anche le paure. Non sono certo periodi facili questi, l'ombra del terrorismo, gli ultimi fatti di cronaca che hanno ferito l'Europa al cuore fanno paura. Una città fatta di contraddizioni, la consapevolezza di essere troppo brava a nascondere una parte di sè: le periferie, i ragazzini che fanno il palo, le prostitute albanesi, le risse, i nomadi, lo spaccio in mano ai nordafricani. Di contro: le vie della moda, del lusso, gli eventi, la movida. I riflettori di tutto il mondo si sono accesi su milioni di turisti che si incrociano con il destino del capoluogo meneghino. L’Esposizione universale è speranza, attesa, economia, ma anche la paura sorda che qualcosa di drammatico possa accadere. Dalla penna dei due autori emerge così il mood di una città che sta cambiando troppo o troppo poco. OGNI GIOVEDI' PER TUTTA LA DURATA DI EXPO SU AFFARITALIANI.IT IL NOIR A PUNTATE. PER LEGGERLO SUBITO COMPRALO IN LIBRERIA PER I TIPI DI ROBIN EDITORE

LA PRIMA PUNTATA

Chi ha paura muore ogni giorno, 
chi non ha paura muore una volta sola. 

Paolo Borsellino 

Sono nato che nevicava. Succede di rado nel mio paese e quando avviene la gente si ferma a guardare il bianco che copre tutto. Era la notte del 1 gennaio 1975, sono nato in una casa di pietra, in una via fatta di ciottoli e reti di pescatori. Il vento soffiava talmente forte che mio padre confondeva le urla di mia madre partoriente con il rumore che proveniva da fuori. Sono nato a Kilyos, guardando il Mar Nero e sognando di nuotare in quelle acque per il resto della mia futura vita. 
Passavo lunghi pomeriggi con mia madre a bere tè verde dopo essere rientrato a casa da scuola. Mi sedevo su un cesto grande che avevamo in cucina e la guardavo, mentre preparava la cena per la sera. Mi chiedeva come fosse andata a scuola e cosa avessi imparato quel giorno. Perché ogni giorno serviva per imparare qualcosa di nuovo, altrimenti era sprecato. 
La guardavo, seduta accanto al tandir, preparare e infornare il katmer, il nostro pane. Ne rubavo un pezzetto caldo, lo facevo anche se venivo rimproverato. Mi piaceva stare lì. 
D’inverno il buio scendeva presto, dovevo aspettare diverse ore prima di vedere mio padre apparire sulla soglia di casa con il suo sacchetto in mano. Lo aspettavo anche se lui non parlava quasi mai. Lavava i vecchi battelli del Bosforo, era troppo stanco per parlare, o forse era arrabbiato. 
“Sai, faceva davvero freddo quella notte” mi racconta mia madre. 
“C’era tua zia ad aiutarmi e le nostre due vicine di casa. Tuo padre, insieme agli altri uomini, fumava il sigaro e beveva raki, era infastidito dalle mie urla. Non ho mai provato un dolore così grande e una gioia così immensa come nel vederti venire al mondo.” 
Fa freddo. Dalla finestra posso vedere i gabbiani aprire furiosi le ali e scagliarsi con il becco a punta sul mare in cerca di pesce. Quando il mare è mosso i gabbiani sono felici, non come adesso che tutto sembra essersi fermato. Persino l’uccellino sul davanzale non sa come scrollarsi la neve dalle zampette, vorrebbe poter volare senza mai appoggiarsi, così non si sporcherebbe. 
“La neve non serve a niente, disturba e basta” penso, ma in realtà lo dico ad alta voce. 
“Non dire così” mi riprende lei. 
“È vero, non serve a nulla; la pioggia almeno fa bene ai campi.” 
“Si accoglie tutto quello che viene dal cielo, niente è inutile se lo manda Allah.” 
Rimango in silenzio e fisso quel bianco. 
La nuca appoggiata al vetro umido, i capelli neri corvino schiacciati sotto il peso della guancia. 
Le onde fanno rumore sulle barche ormeggiate, non pesca nessuno con questo tempo. 
L’odore di curcuma mi piace, mi scalda le narici. Lo avrei ricordato per tutta la vita quel pomeriggio, è stato l’ultimo che ho passato con mia madre. Avevo undici anni. Le ho detto addio e mi sono perso nei suoi occhi color giada bagnati di lacrime, mentre mio zio Cahil mi portava via. Mio padre era d’accordo con lui. Non potevano prendersi cura di me come il Corano imponeva, solo mia madre non sapeva nulla. Da quel giorno sono andato via da Kilyos e non ci sono mai più tornato. Ogni volta che sento il profumo di curcuma torno in quella casa, in quella cucina, vedo mia madre con il suo velo blu, gli occhi di giada. 

Un sole pallido, ma un cielo azzurro terso, un tepore che rompeva i rigori dell’inverno. Era fine marzo, stava arrivando la primavera dopo giorni grigi, freddi, piovosi e con molta neve. 
Al terzo piano di via Fatebenefratelli, Marco Ferrari spalancava la finestra del suo ufficio per respirare e togliere l’odore di stantio che impregnava la stanza. Era arrivato presto quella mattina. Erano le 8.30 e aveva fatto colazione: una brioche alla marmellata e un cappuccino tiepido. Di mettersi al lavoro non aveva per nulla voglia, ma sulla sua scrivania si era accumulato una sorta di castello di carte. Era tutta burocrazia che detestava: cartacce, che però doveva firmare, quindi tanto valeva togliersi il pensiero il prima possibile. L’aria ancora fresca gli faceva piacere, una sferzata di vitalità che serviva ad attutire quel fastidioso compito. Si slacciò la camicia allentando il nodo della cravatta, un supplizio che il ruolo di commissario gli imponeva. 
Non era un bel periodo, a Napoli si dice “ha da passa’ ’a nuttata”. Estrasse dal taschino della giacca la sua Montblanc, uno dei pochissimi vezzi che si era permesso, e con solennità iniziò con il primo foglio, quando bussarono alla porta. 
− Eh no, chi è che rompe i coglioni a quest’ora? − pensò rispondendo scocciato di entrare. “Buongiorno commissario.” 
“Cosa vuoi, Bacigalupo? Non vedi che sto tentando di lavorare?” 
“Infatti, meglio che non si affatichi troppo...” 
Bacigalupo conosceva Ferrari da anni, e questo gli consentiva di essere ironico e di sfotterlo. 
“Un giorno o l’altro ti faccio sbattere in un paesino sperduto della Calabria.” 
“Eh fosse vero... le solite promesse mai mantenute!” 
Ferrari gli lanciò il fermacarte che colpì come al solito la porta. 
“Pessima mira, deve tornare ad allenarsi al poligono.” 
“Sì, sì... Così ti sparo la prossima volta! Si può sapere cosa c’è di urgente?” 
“Commissario, ha chiamato il questore: questa notte in via Padova dei nordafricani sono stati aggrediti da un gruppo di rom e ci sono stati dei feriti, ma nessun fermo, i nostri sono arrivati troppo tardi. Un informatore della narcotici, un piccolo spacciatore tunisino, ci ha spifferato che oggi ci sarà una spedizione punitiva contro i rom. Il questore è preoccupatissimo che non si scatenino guerre tra bande nelle strade della città a poco tempo dall’inaugurazione di Expo. Lo hanno già chiamato il presidente della Regione e il sindaco.” 
“Manca solo il presidente della repubblica...” Ferrari ironizzava, ma sapeva bene quanto affari di questo genere potevano diventare delle vere rogne. Quando la politica si occupa di cose che non la riguardano arrivano sempre i guai. “Noi cosa c’entriamo?” 
“Il questore vuole che se ne occupi, anche perché noi abbiamo in carico Expo e poi si fida solo di lei, malgrado il suo caratteraccio.” 
“Adesso ho anche un caratteraccio! Se non facessimo di testa nostra, non arresteremmo nessuno!” 
“Ecco, appunto! Comunque dobbiamo muoverci: una nostra volante ci ha segnalato al Gratosoglio movimenti strani e proprio lì c’è l’accampamento degli Handovinic, il clan ritenuto responsabile delle aggressioni di questa notte.” 
“Dai allora, andiamo, e fai in modo che non ci mandino a sirene spiegate, voglio un’auto civetta.” 
Marco Ferrari era quasi felice di abbandonare i compiti da scrivano per un’operazione con un po’ di movimento. Prese la giacca e la pistola dal cassetto. 
Bacigalupo era già col motore acceso e partì sgommando. 
“Dove pensi di essere, all’autodromo di Monza? Senti, Alonso della Comasina, vai piano, che se no scendo e prendo il tram!” 
La radio gracchiava. La volante sul posto li stava avvisando che era in corso una rissa. 
“Muoviti!” urlò Ferrari a quel punto. 
Bacigalupo avrebbe voluto mandarlo al diavolo, ma lo conosceva da troppo tempo. Ferrari era insopportabile, ma restava il migliore. 
Milano non si era ancora svegliata del tutto, dormicchiava avvolta nel traffico ancora accettabile. L’auto aveva appena lasciato piazza Abbiategrasso e percorreva via dei Missaglia, in direzione Chiesa Rossa. Quando videro due gruppi che si stavano fronteggiando, la volante era a cinquanta metri, ferma, i due agenti a terra dietro l’auto oggetto di lancio di sassi e di bulloni. 
Ferrari e Bacigalupo scesero rapidamente. Il commissario si accorse subito che molti erano armati di coltelli e spranghe. 
Lampi, colpi secchi, un nordafricano cadde a terra in una macchia di sangue. Bacigalupo arma in pugno si buttò in avanti e sparò in aria. Ferrari vide un luccichio e capì che era rivolto verso il suo agente. 
“Baci, a terra!” urlò spingendolo con forza. 
Ferrari sentì un dolore lancinante alla spalla destra. Gli attimi dopo furono convulsi e veloci: una signora nera con una falce in mano lo chiamava. 
Il rumore dei colpi esplosi che fendeva l’aria, le urla, il suono a distanza dell’ambulanza: il buio. 

APPUNTAMENTO A GIOVEDI' PROSSIMO!

 

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