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Obiettivo Expo, il libro a puntate su Affaritaliani.it
"Obiettivo Milano", su Affari l'8° puntata del noir che racconta l'incubo peggiore per Expo...

Expo è una partita importante che Milano si gioca davanti agli occhi del mondo. "Obiettivo Expo" è l'ultimo romanzo a firma di Roberto Caputo, politico di lungo corso, e della giornalista Nadia Giorgio. Aldilà della finzione letteraria, è un noir che lascia trapelare in maniera forte una città al banco di prova, da qui la scelta di Affaritaliani.it, in collaborazione con Robin Edizioni, di pubblicare ogni settimana un capitolo del libro, a partire da oggi fino alla chiusura di Expo. Dopo le polemiche, gli scandali, i tagli dei nastri, i no expo, gli expottimisti e le tantissime aspettative, il 1 maggio l'Esposizione universale ha aperto ufficialmente i battenti. Expo è però anche l'aria nuova che si respira in città: le migliaia di turisti, gli eventi, le culture e anche le paure. Non sono certo periodi facili questi, l'ombra del terrorismo, gli ultimi fatti di cronaca che hanno ferito l'Europa al cuore fanno paura. Una città fatta di contraddizioni, la consapevolezza di essere troppo brava a nascondere una parte di sè: le periferie, i ragazzini che fanno il palo, le prostitute albanesi, le risse, i nomadi, lo spaccio in mano ai nordafricani. Di contro: le vie della moda, del lusso, gli eventi, la movida. I riflettori di tutto il mondo si sono accesi su milioni di turisti che si incrociano con il destino del capoluogo meneghino. L’Esposizione universale è speranza, attesa, economia, ma anche la paura sorda che qualcosa di drammatico possa accadere. Dalla penna dei due autori emerge così il mood di una città che sta cambiando troppo o troppo poco. OGNI GIOVEDI' PER TUTTA LA DURATA DI EXPO SU AFFARITALIANI.IT IL NOIR A PUNTATE. PER LEGGERLO SUBITO COMPRALO IN LIBRERIA PER I TIPI DI ROBIN EDITORE

L'OTTAVA PUNTATA

Ferrari decise di prendersi il pomeriggio libero per riordinare le idee e far scendere l’adrenalina. Voleva vedere le bimbe, gli mancavano come mai avrebbe creduto. Chiamò Federica per avvisarla che sarebbe passato a prenderle e le avrebbe tenute con sé anche a cena. La separazione per fortuna non aveva avuto risvolti problematici, cercavano di farsi meno male possibile e soprattutto di non creare problemi alle ragazzine. Non poteva dire nulla, Federica era impeccabile e, a volte, questa sua perfezione lo faceva sentire in colpa. Avevano due caratteri completamente diversi e il loro matrimonio, pieno di mille contraddizioni, aveva retto fino a quando Federica aveva mediato su tutto, sempre a suo favore. Poi la situazione era arrivata al capolinea. Era stata lei a decidere, certe cose sono sempre le donne a deciderle. Fosse stato per lui, non ne avrebbe mai avuto il coraggio, sarebbe andato avanti in quella sorta di limbo indefinito a vita. Anche questo aveva provocato la rottura con Francesca: era stato mollato e ora doveva ricominciare. Aveva un terrore pazzesco di una nuova storia, forse non era ancora pronto: doveva sedimentare, anche se non gli sarebbe dispiaciuto innamorarsi. Avere una di quelle relazioni che ti fanno sballare, che ti lasciano senza fiato. Emozionarsi di nuovo. Sarebbe stato bello, sperando che il suo cuore reggesse. Aveva già subito troppe scosse. Era felice di passare del tempo con le bimbe, voleva portarle da McDonald’s, ne sarebbero state entusiaste. Federica non voleva, ma alla fine non diceva nulla. Brontolava rammentandogli che un papà separato non deve sopperire alla sua mancanza concedendo vizi, ma lui se ne fregava. Cibo fetido e un sacco di regali: era stato un pomeriggio da urlo. Tanto valeva farsi cazziare per dei buoni motivi.

Erano le nove, le aveva riportate in perfetto orario, ma ora non aveva voglia di tornarsene a casa. Decise di andarsene alla Salumeria della musica, in zona Ripamonti. Avrebbe ascoltato dell’ottimo funky suonato da un gruppo emergente e si sarebbe scolato una sana birra, da solo. Era il modo migliore per mettere insieme i pezzi della vita senza dover dare spiegazioni a nessuno, senza dover parlare, senza discutere. Un piacevole silenzioso soliloquio, anche se la sua mente era un contraltare tosto.

 “Spegnete tutti il cellulare e togliete la batteria, non ho voglia che qualcuno possa sentire cosa c’è scritto su quel biglietto. Quando deciderò, riferirò tutto, ma per ora facciamoci gli affari nostri, ci siamo capiti?” Quella mattina erano arrivati tutti molto presto in centrale.

“È arrivato il traduttore?”

“Sì, è già qui.”

“Va bene, ora cerchiamo di farci spiegare il pizzino.”

“Entra!”

L’uomo era un turco che parlava molte lingue, ma soprattutto i dialetti locali. Trafficava in frutta esotica e ogni tanto omaggiava gli agenti di qualche cassetta di primizie. Viveva a Milano da molti anni con sua moglie, una giovane turca che gli aveva dato due figlie. Lo utilizzavano come traduttore, non voleva essere pagato. Al massimo gli davano una mano per evitare lungaggini burocratiche nei suoi frequenti viaggi in Medioriente. Era fidatissimo, Ferrari avevo il sospetto che lavorasse nella stessa maniera per qualche servizio segreto straniero. Non ne aveva le prove, ma era quasi certo che il Mossad l’avesse assoldato.

“Dai, cosa c’è scritto?” Gli porse il bigliettino. L’uomo lesse e rimase in silenzio. Poi li guardò e rilesse con grande attenzione. Il suo viso impenetrabile si lasciò andare a una smorfia di paura.

“Parla!”

“È un dialetto turco usato anche in alcune zone di confine con la Siria... dice che voi occidentali infedeli state per celebrare la fiera del cibo con Expo. Qualcuno di voi morirà per il cibo, di tenersi pronti perché il momento è vicino.” Nella stanza scese un silenzio pesante quanto un macigno. Ferrari si alzò di scatto, aprì la finestra e si accese un sigaro.

Era imbarazzatissimo.

“Di questo non ne devi parlare con nessuno. Nessuno!” Avevano tra le mani una bomba.

Ora il problema era diventato politico. Avrebbe dovuto condividere quell’informazione con i servizi? La questione era troppo delicata e non si poteva giocare. La minaccia era molto seria e per nulla da sottovalutare. François era sicuramente in contatto con qualcuno e faceva parte di qualche organizzazione terroristica. Il problema era trovare gli altri.

“Commissario…”

“Dimmi Bacigalupo.”

“Stasera la narcotici farà la retata che abbiamo chiesto e domattina vedremo che pesci abbiamo trovato e se ci possono essere utili.”

“Domani sarà una giornata tosta: prima la riunione con i capi, poi gli interrogatori. Serata libera. Vi voglio freschissimi all’alba.”

Barbara colse l’occasione al volo per chiedere al commissario di andare a cena da lei e dalla sua compagna. Da vero uomo, sensibile al fascino femminile, non si fece desiderare troppo e accettò subito l’invito.

“Vado a casa, mi faccio una doccia e vi raggiungo. Porto io il vino. Però non si fa tardi, una serata tranquilla, sono decisamente cotto, le ultime novità mi hanno frullato. Cardillo, mi dai un passaggio?”

“Andiamo commissario.”

La macchina era una bella berlina sequestrata alla ’ndrangheta. “

Cardillo, rallenta. Sarò paranoico, ma qualcuno ci sta seguendo. Inventati qualche strada, vediamo cosa succede.”

Arrivarono dopo un percorso assurdo sotto casa del commissario. Notarono subito una Peugeot blu parcheggiata a pochi metri: c’erano a bordo due uomini. Era chiaro, erano lì per loro.

“Commissario non scenda, vengo io a prenderla e l’accompagno fin dentro casa.”

Avrebbe dato la vita per il suo capo. Scese dall’auto, estrasse la pistola e la fece ben vedere ai due. Anche Ferrari aveva la mano sul calcio. Entrarono dal portone, lo sguardo dritto di chi vuole mandare un chiaro messaggio. Salirono in ascensore. Era tutto tranquillo, la casa era in ordine. Quando Ferrari si affacciò alla finestra se ne erano già andati. Meglio. Forse volevano solo spaventarli o fargli capire che li tenevano d’occhio.

“Commissario io vado, ma stasera chiami un taxi. È più sicuro.” “

Non preoccuparti. Domani ci facciamo dare il filmato delle telecamere dalla banca di fronte a casa, se siamo fortunati troviamo qualcosa.”

Doccia veloce e poi chiamò un taxi.

Quella sera per andare a cena uscì con la pistola, non lo faceva mai, la portava solo in servizio, ma tirava una brutta aria, meglio essere tranquilli.

Paola era l’opposto di Barbara: mora, scurissima, capello corto leggermente crespo, occhi neri come la pece, pugliese. Una bella quarantenne che lo accolse sorridendo.

“Mi presento da sola perché Barbara si sta ancora preparando: è tremendamente lunga.” Aveva un viso bello, sincero, gli piaceva.

“State sicuramente sparlando di me!” Barbara uscì dal bagno ridendo. Lupus o meglio lupa in fabula. Niente jeans, vestitino cortissimo mozzafiato.

“Lusetti, però... niente da dire! Ti proibisco di venire così in ufficio!” Per cena Paola aveva preparato un menù pugliese: burrata, deliziosi fusilli all’incazzata, involtini al sugo.

“In casa proibisco anche a Barbara di fumare, ma stasera sei l’ospite d’onore, siediti vicino alla finestra ben aperta e gustati il tuo sigaro, io intanto ti porto un ottimo cognac per farti digerire meglio la mia pessima cena.”

“Non dire cazzate, era tutto buonissimo.”

Si stava proprio bene: l’atmosfera era rilassata. Si vedeva che tra le due donne c’era un sentimento vero: i loro sguardi, quel modo di sorridersi. Erano davvero una bella coppia. Barbara mise un cd degli Incognito, sicuramente Francesca l’aveva istruita sulle sue preferenze musicali.

“Marco, stanno per arrivare alcuni amici, non ti dispiace vero?”

“Ma va’, figurati!” “

Sono conoscenze di Paola, io li ho incontrati una volta sola e oltretutto in mezzo a un sacco di gente.”

“Non preoccuparti, Marco, sono molto simpatici, anche se possono apparire un po’ strani, diciamo eccentrici. Sai, tre si occupano di moda e una fa la giornalista” era intervenuta Paola.

“Quella secondo me è solo una smorfiosa e basta e se la tira troppo!” “

Ma smettila Barbara, gelosa! E poi sarei io la terrona!”

“Ok, basta... visto che non sono coinvolto e quindi imparziale sarò io a dare un giudizio.” Erano scoppiati tutti e tre a ridere.

Pochi istanti dopo suonò il citofono.

I tre ragazzi erano vestiti in maniera improbabile. Dietro di loro si nascondeva una figura femminile. Ferrari la vide. Gelo. Sullo schermo passò rapidamente il film del suo ultimo anno, un film che non avrebbe avuto alcuna voglia di rivedere. Faceva troppo male. Un pugno nello stomaco. Nessuno dei due aveva il coraggio di avanzare verso l’altro: due statue.

Barbara lo guardò interrogativa.

“Vi conoscete?” Data la loro reazione la domanda suonò più che lecita.

“In un certo senso...” Stava sul vago prima di raccogliere le idee, di studiare la prossima mossa.

“Ciao Maria…”

“Ciao commissario.”

Era tutto terribilmente difficile. Era certo di averla intravista qualche giorno prima, ma averla lì di fronte cambiava decisamente la prospettiva. I suoi fantasmi riaffiorarono tutti in una danza macabra. Maria, Maddalena. La donna che aveva lasciato andare nonostante sapesse bene che era un’assassina. I suoi sensi di colpa, quell’indagine che gli era costata quasi il posto.

“Ho preparato una torta di mele e abbiamo aspettato voi per mangiarla. Marco, vai in frigo e apri una bottiglia di spumante.”

Ferrari era impacciato, per quanto si sforzasse non riusciva a nascondere il suo turbamento. La situazione peggiorò quando Maria si sedette accanto a lui e gli mise la mano sulla spalla. Marco reagì di scatto. -

“Ti ho fatto male?” gli chiese con voce titubante.

“Ho una ferita alla spalla.” Spudoratamente una scusa.

La sua mano sulla spalla gli fece più male del colpo di pistola. Un lungo brivido. Non riusciva neppure a capire se era desiderio o paura.

“Come stai commissario? È un po’ che non ci vediamo.” Sarebbe dovuto fuggire. In fondo per lui era un’assassina, anche se non esistevano prove contro di lei.

“Bene, molto bene, la solita vita da sbirro.” Gli sfiorò una mano, non apposta, ma il cuore gli batté duro come a un concerto rock.

“Sono stanco, scusatemi, sono appena uscito dall’ospedale.” Ferrari doveva uscire da quella situazione e Barbara aveva capito al volo.

“Vai, domani ci aspetta una giornataccia, ti chiamo un taxi.”

“È il mio indirizzo e il mio cellulare.” Maria gli aveva allungato un foglietto.

Un tumulto di emozioni, non riusciva a comprendere se averla vista gli aveva fatto piacere o gli aveva dato tremendamente fastidio. Era come tornare indietro nel tempo, rivivere situazioni che aveva rimosso. Tutto tornava a galla e la cosa proprio non gli piaceva. Aveva appena ritrovato una sua tranquillità e non voleva privarsene.

“Signore, siamo arrivati. Sono venti euro, vuole la ricevuta?”

Il taxi l’aveva portato a casa in un attimo, si guardò in giro, la strada era deserta, il portone ben illuminato, ma per precauzione, dopo aver pagato, scendendo, mise la mano sulla pistola. Improvvisamente, si aprì il portone, fece un balzo all’indietro e si mise di lato pronto a difendersi.

“Commissario, l’ho spaventata?” Era l’avvocato del piano di sotto che usciva con il cane.

Salì a piedi cercando di non fare rumore e senza accendere la luce delle scale. Vecchia precauzione, del tutto inutile, perché in quel momento suonò il bip dei messaggi: era Barbara che gli chiedeva se era tutto a posto. Era tutto a posto. Nessuna intrusione. Forse si stava preoccupando eccessivamente. Aveva sete. Non di acqua. Un bicchiere di vino bianco sarebbe stato ottimo, accompagnato dall’ultimo cd di Paolo Conte.

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