Le Pillole di PLEF

Oltre la Green Economy
a cura di Planet Life Economy Foundation

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Le Pillole di PLEF

di Federico Giacomarra, per Planet Life Economy Foundation
 
Qualche giorno fa, il 16 settembre, presso la sede dell' Enea di Roma, in vista degli Stati Generali della Green economy che si terranno a Rimini il 5 Novembre, è stato presentato il “Documento introduttivo per l’Assemblea Nazionale Programmatica sulla Responsabilità Estesa del Produttore”. L' EPR sembra  essere una naturale conseguenza del concetto di economia circolare: un produttore si prende cura del proprio prodotto pensandone e attuandone la dismissione, con la finialità di produrre prodotti più riciclabili. Osservando alcuni sondaggi sulla “resource efficiency and green markets Report” di dicembre 2013, sembrerebbe proprio che le aziende in Europa si stiano già muovendo verso un'economia circolare, difatti ben il 93% del campione ha adottato una strategia di efficientamento delle risorse fra cui: minimizzazione dei rifiuti, risparmio energetico, risparmi dei materiali, risorsa idrica, vendita dei propri scarti e uso di fonti rinnovabili. In un altro documento di sintesi la UE (MEMO 2 luglio 2014) indica le strategie principali di attuazione di un piano green per le PMI: conservazione delle risorse più a lungo nel sistema produttivo (riciclo e uso di maggiori quantità di materia prima seconda), diminuendo allo stesso tempo gli sprechi.

Tante sono le implicazioni di questo cambio di prospettiva; gli attori di  questo cambiamento proprio il 16 settembre all' Enea hanno detto la loro sull' EPR, esprimendo apertura nei confronti di una pratica (quella del riciclo) che attraverso i vari Consorzi Nazionali gode già di ampia diffusione.
In generale è emersa una necessità di avere una normativa più chiara su tutti quegli aspetti riguardanti l'EPR, a partire dalla definizione di una terminologia condivisa più precisa, come evidenziato dallo stesso Joachim Quodem responsabile di EXPRA, che a livello mondiale riunisce varie organizzazioni che si occupano di recupero del packaging, lavorando su base no-profit. Anche Anna Claudia Servillo (Presidente del Comitato di vigilanza e controllo dell' Accordo di programma sui veicoli fuori uso)  è d'accordo e fornisce alcuni esempi di come il ciclo di gestione del fine vita delle auto solo nel 2012 abbia subito, a causa di un vuoto normativo sulla responsabilità del veicolo dopo la cancellazione dal pubblico registro, una radiazione del 5% in più delle auto esportate all'estero (per lo smantellamento o recupero) e conseguente perdita di materia prima seconda.

Un secondo aspetto molto importante emerso durante l'incontro è la necessità di una distribuzione degli oneri per le imprese che prenda in considerazione come l'internalizzazione delle esternalità ambientali nella gestione del fine vita dei prodotti non debba ricadere solo ed esclusivamente sul produttore, ma su tutti gli attori della catena: produttori, utilizzatori, mercato, autorità locali, operatori di settore della gestione dei rifiuti, siano essi pubblici o privati, riciclatori e gli altri soggetti socio – economici. Questa posizione viene sostenuta, fra i tanti, da Maurizio Pernice, Direttore Generale del Ministero dell'Ambiente e da Tommaso Campanile di CONOE, che evidenzia come sia più corretto parlare di responsabilità estesa e condivisa. Ed è proprio Ronchi (Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile) che fa presente che tali oneri non possano ricadere sul consumatore attraverso prezzi e tassazioni più alte, proprio quest'ultime negli ultimi anni aumentano vertiginosamente (tassa sui rifiuti urbani +60% non attualizzato in 8 anni, aumento maggiore dei costi medi sulla differenziata + 36%).  Tali oneri vanno recuperati attraverso un'efficienza della filiera del riciclo e delle performance del sistema di gestione, uno dei passaggi chiave verso la green economy.

Altre considerazioni sono di carattere esclusivamente economico: in generale le PMI sarebbero ben felici di ridurre il contributo statale per la gestione del fine vita dei rifiuti e questo implicherebbe in una situazione di libero mercato costi più bassi per i consumatori.
E ancora sempre in tema di internalizzazione si pone l'accento su come tali oneri debbano essere commisurati all'impatto che il prodotto ha sull'ambiente, in base alla riciclabilità. Ed è infatti Plata di PLEF, Planet Life Economy Foundation, che suggerisce come loop positivi si possano scatenare solo in una situazione di libero mercato, come più che sugli oneri si debba insistere sulla premialità degli attori  anche attraverso la semplificazione di accesso ai capitali. Inoltre se si parla di minimizzazione dei rifiuti non si può non parlare di riduzione del packaging, tema che in Italia è molto sentito, visto che il 5,4 % della produzione mondiale è tutta italiana (http://www.istitutoimballaggio.it/dati-di-mercato/).

Un ultimo accento lo si potrebbe porre sull'intervento di Marcello Cruciani (Direttore, Direzione Legislazione Mercato Privato, ANCE). In relazione ad alcuni degli obiettivi del 2020 come il 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, Cruciani pone l'attenzione sulla necessità di flessibilità. Difatti una grossa parte di quello che dovrebbe essere considerato rifiuto da costruzione e demolizione, in grande parte proveniente da microdemolizioni viene oggi smaltito come rifiuto urbano. Serve più chiarezza per esempio sulle certificazioni CE dei materiali, capire inoltre come l' EPR si potrebbe adattare a situazioni di fine vita degli stessi materiali da costruzione anche dopo 50 o 60 anni la loro posa in opera. Di sicuro una certa flessibilità è necessaria, ma ancora di più sarà necessario uno sforzo di condiviso dalle imprese al progettista, su nuove modalità progettuali e di produzione verso il riuso e il riciclo.

E per concludere, un veloce tuffo nel passato...Siamo negli anni 60', l'imprenditore Alfred Heineken nota che le proprie bottiglie di birra esportate in un'isola del Mar dei Caraibi, una volta terminato il loro uso primario venivano buttate sulle spiagge. Heineken fece un esperimento e provò a fabbricare un nuovo tipo di bottiglia, che nel secondo ciclo di vita una volta recuperata potesse essere utilizzata come modulo costruttivo,o più comunemente “mattone” a basso costo per sopperire alla notevole pressione della domanda abitativa. Ma forse i tempi non erano maturi e il consiglio d'amministrazione dell'azienda, per paura che il proprio prodotto venisse associato ad un immagine di povertà, nonché alle possibili implicazioni legali derivanti dalla produzioni di un vero e proprio materiale da costruzione, decise di non portare avanti il progetto. Non serve porre l'accento su quanto fosse innovativo un progetto del genere, ma viene sicuramente da chiedersi se proprio la circular economy non possa fornire oggi i contenuti necessari allo sviluppo di nuovi modelli di condivisione del sapere attraverso collaborative commons e sistemi a progettazione “aperta”.

Tags:
epreconomia circolareplef
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