Le Pillole di PLEF

Oltre la Green Economy
a cura di Planet Life Economy Foundation

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Le Pillole di PLEF

di Jane Rose Speiser, per Planet Life Economy Foundation

Sono appena tornata da un viaggio di cinque settimane negli Stati Uniti, mio paese d’origine, con varie osservazioni e notizie fresche da divulgare. La prima è positiva: gli orsi polari dell’Alaska non si estingueranno a causa del riscaldamento del pianeta; la compagnia aerea che mi ha trasportato sopra l'oceano ha perfezionato la temperatura glaciale ideale per portare le pregiate creature pelose in Antartide e sta collaudando il tutto su passeggeri umani volenterosi (così facendo, stanno anche risparmiando combustibile). Anche la seconda notizia è positiva: i camerieri dei ristoranti di lusso hanno ampliato il loro vocabolario e migliorato la pronuncia italiana: oltre a saper dire 'cihnqueehi teihhreh', sanno anche pronunciare scioglilingua come 'peihnneh ahlllarrabiahhtah' (saper cucinare un piatto del genere è un po’ più complesso, ma ci provano).

Da lì, anche le mie riflessioni diventano più complesse. Chiunque torni nel luogo dove è nato, deve confrontarsi con il contrasto di valori e di cultura tra il dove vive e il suo luogo d’origine. Questo lo fa per capire perché sia andato via, se mai avesse dimenticato le ragioni della sua scelta, e per capire se vuole tornare. Le conclusioni che ho tratto io, non sono molto ottimistiche; sono soggettive e questi appunti sono una mera briciola di ciò che potrebbe diventare un saggio dieci volte più ampio per raccontare tutto in dettaglio… così sia.

La prima cosa che balza agli occhi ad un’espatriata di lunga data, che ha trascorso trentotto anni a lavorare in Italia, tornando ogni tre o quattro anni negli USA per aggiornarsi, sono i contrasti estremi e i paradossi della vita quotidiana oltre oceano. Il divario tra i ricchi e i poveri è di un ordine di grandezza superiore a ciò che si trova qui. La distanza tra le varie opinioni politiche e sociali non viene mai colmata dal dialogo; la polarizzazione estrema ha creato una forma di ‘apartheid’ della parola: esprimere un'opinione diversa dal coro - di qualsiasi appartenenza esso sia - vuol dire non essere mai più invitata a cena, tanto la “non appartenenza” spaventa. Nonostante ciò l'America continua ad incantare, ipnotizza e attira i nuovi arrivati e i cittadini stessi, con la promessa delle opportunità illimitate per gli individui più capaci. La promessa di una meritocrazia teorica, in qualche luogo della galassia, ha un'attrazione magnetica sulla psiche umana: non è facile rinunciare a credere che in qualche luogo una tale cosa esista davvero.

Da queste opinioni, magari categoriche, passo a qualche dettaglio riguardo a ciò che ho visto e sentito in cinque luoghi diversi, da San Francisco a Buffalo, da zone rurali come Eureka a zone urbane come la riconversione industriale a Portland, Oregon e Silicon Valley. Ho incontrato dodici colleghi/amici di lunga data, grosso modo tra i quaranta e gli ottant'anni d’età. Dieci di essi stavano affrontando gravi problemi di salute: il cancro, i problemi cardiaci, il diabete, l'avanzamento della sordità e la perdita della vista, l'incapacità di camminare per più di pochi passi a causa dell'obesità, le terribili malattie auto immuni. Affrontavano questi problemi con stoicismo e a volte con un ottimismo ostentato, come se fosse la normalità (negli Stati Uniti il non dimostrarsi ottimista è un’eresia, come nell’Europa il non dimostrarsi pessimista!). Si sforzavano di lavorare a ritmi forsennati nonostante i loro malanni e non si fermavano a chiedere se qualcosa nel loro ritmo di vita stesse aggravando la loro situazione di salute.

Una tale domanda non era da porsi in un paese dove l'ambizione è un obbligo, un valore quasi religioso. Mettere in discussione lo scopo dell'esistenza, l'acquisizione di un patrimonio materiale più ampio, sarebbe visto come un atto criminale. Questo desiderio di misurarsi unicamente attraverso il denaro e i beni materiali affliggeva i ricchi tanto quanto i poveri. L'insicurezza di non avere abbastanza o di poter perdere tutto da un attimo all'altro, aleggiava su tutto, come una foschia di una consistenza da tagliare con la motosega. Rendeva le persone che incrociavo fragili, ansiose, permalose e suscettibili. Non sono aggettivi lusinghieri in Italia, ma negli USA questi comportamenti erano considerati essi stessi una normalità. Espressioni come: sindrome bi-polare, crisi di panico, sindrome ossessivo-compulsiva, narcisismo estremo, erano all'ordine del giorno, popolavano tutte le conversazioni. Di espressioni come 'Basta la salute' o 'Queste sono cose che capitano ai vivi', neanche l’ombra: agli americani bisognerebbe spiegarne il significato.

Era la fragilità psicologica che più mi colpiva in questo viaggio, aggiunta all'abitudine di addobbare ogni situazione con un giudizio di valore. Mettersi in mostra sembrava l'unico modo di assicurarsi di esistere. Non essere all'assalto equivaleva a perdere l'identità. Lavorare sessanta/settanta ore alla settimana era una regola accettata per approdare alla meta del successo materiale. Chi non sottostava a questa regola rischiava di essere licenziato o taciuto di pigrizia. Non c'è niente di nuovo in questa spietatezza, insita nella cultura americana. Sul tema hanno scritto dozzine di autori dagli anni trenta in poi, e soprattutto nel boom economico del dopoguerra. In effetti è la stessa spietatezza che tutti gli immigrati, a prescindere dal luogo di provenienza, hanno adoperato verso se stessi, per sciogliere i legami con gli affetti e il proprio passato, quando si imbarcavano sulle navi transatlantiche. Senza questo rigore non avrebbero campato nella nuova terra: era d'obbligo asportare la parte vulnerabile di se stessi e questo atteggiamento è stato trasmesso in qualche modo oscuro alle future generazioni, come avviene in tutte le specie allevate ed incrociate per favorire certe caratteristiche.

Così vedevo una società di persone che si arrampicavano sempre più in alto, su una base sempre più traballante, persone che si esprimevano in modi sempre più pontificali per affrontare le vertigini crescenti. Pochi giorni prima della mia partenza sono stata bloccata per diverse ore nell'aeroporto di Chicago in seguito all'incendio doloso appicciato ad una delle torri di controllo: duemila voli cancellati, diecimila voli ritardati con coincidenze perse per più di una settimana, danni di miliardi di dollari. Ordinaria amministrazione. Tutto ciò per mano di un singolo individuo disoccupato, squilibrato, amareggiato, vendicativo che non voleva morire nell’anonimato, ma desiderava suicidarsi in una maniera più vistosa. Atto che non è riuscito a compiere perché è stato arrestato e portato in rianimazione prima che il taglio della gola potesse avere un effetto definitivo. Un povero pazzoide? O un indizio del futuro?

La cosa che più mi preoccupava mentre passavano le settimane, era la paura, se fossi dovuta rimanere più a lungo, di diventare come i miei connazionali, di essere risucchiata, mio malgrado, nei loro modi di agire, di diventare iperagitata ed istrionica come loro, pur di sopravvivere; essenzialmente di perdere l'equilibrio ed il senso della misura. C'era questo rischio, subdolo, di adeguarsi alle abitudini che vedevo intorno a me, di mettermi a credere all'equazione semplice che il talento, l'aggressività e l'accanimento mi avrebbero portato a sfondare nel mio ramo; bastava dedicarsi all’auto-glorificazione sfrenata e non mollare. Per fortuna, nel mio ramo di scrittrice di satira, l'equazione non è cosi semplice o lineare; così mi sono salvata dalla tentazione sopracitata.

Ho detto addio con sollievo al barbone sdraiato sul marciapiede accanto alla sua sedia a rotelle, vicino al portone del mio loft originale di San Francisco, negli anni settanta.  Ho detto addio al condominio nuovo appena costruito a cento cinquanta metri del loft, dove per la modesta somma di tremilatrecento dollari al mese si può affittare un monolocale! Adesso la zona è diventata un indirizzo radical-chic. Ho detto addio alle penne all’arrabbiata stracotte e mi sono messa tranquilla finalmente sull'aereo di ritorno, questa volta con quattro strati di vestiti addosso, per fare la mia parte nel collaudo della salvezza degli orsi polari. Sono atterrata giusto in tempo per il diluvio di Genova, tre giorni per arrivare a casa da Milano alla Liguria del Ponente. Una quercia enorme che si è sradicata, è crollata a dodici centimetri a sinistra della mia automobile…un po’ più in là sarebbe stato peggio. Tutto il mondo è paese.

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