Le Pillole di PLEF

Oltre la Green Economy
a cura di Planet Life Economy Foundation

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Le Pillole di PLEF

di Emanuele Plata

In occasione di un appuntamento organizzato dall'Associazione Italiana Analisti Finanziari a Roma  presso l'auditorium della storica sede dell'IRI, in via Veneto, si sono sentite le valutazioni del responsabile studi economici di Banca Intesa De Felice, di Maria Cannata del Tesoro, del vicedirettore di Banca d'Italia Fabio Panetta, di Lorenzo Bini Smaghi e di Gorno Tempini.
Tutti gli intervenuti hanno espresso previsioni e considerazioni positive sull'economia in Europa e in Italia, prendendo spunto dalla convergenza, in gran parte inattesa, di tre fattori potenti: il prezzo del petrolio in ribasso coi suoi effetti sia sulla bilancia commerciale che sulla bolletta energetica, il cambio dell'euro in flessione rispetto alle altre monete e la liquidità eccezionale in arrivo come conseguenza del quantitative easing della BCE.

Tutti hanno dichiarato attese di aumento del PIL italiano previsto per il 2015 al +0,4 e Panetta, in particolare, si è sbilanciato su un effetto incrementale possibile di un punto tondo. Bini Smaghi, seppur in polemica tecnica con il tesoro, ipotizza effetti del Q.E. ancora superiori proprio per la necessità che quegli acquisti di titoli a rendimenti “negativi” passino rapidamente di mano in mano.
Il dubbio tuttavia che è emerso è se questo insieme di combinazioni positive verrà recepito e utilizzato per accelerare in tutti i campi o, al contrario, se finirà per accomodarsi pigramente.

Il primo pensiero va all'attuazione delle riforme, quindi chiama in causa il governo e qui l'intervento dell'economista Taddei è stato forte e chiaro: le riforme avviate e quelle che verranno, sono strutturali e consequenziali nel tempo, fiscale la prima, sul lavoro la seconda e poi, come ci si aspetta, quella relativa alla P.A., sull'istruzione, integrate fra loro dalla nuova legge elettorale.
Il secondo pensiero rimanda agli investimenti e qui, a parte il riepilogo delle azioni avviate da Cassa Depositi e Prestiti, che sempre più assomiglia alla vecchia IRI (per altro con la caratteristica di base di usare i risparmi dei depositanti della posta che, ancorché garantiti dallo Stato, sono a rischio di correttezza statutaria), si fa riferimento all'attrattiva di capitali dall'estero, come quelli raccolti dal fondo strategico della CDP; tuttavia sull'ampliamento dei capitali a rischio impiegabili nell'economia reale da parte di chi li ha in Italia, investitori privati, imprenditori in proprio e banche, c'è ancora una fitta nebbia.

Pare che il risparmio gestito cresca, ma mi chiedo: dove va, all'estero?
I capitali che con la disclosure rientreranno, come verranno usati, dove verranno indirizzati?
Perché gli investimenti stentano, eravamo capaci di farli solo in edilizia ed in infrastrutture?
E ancora: il rinnovo di impianti e l'adozione di piani di ricerca o di comunicazione sono considerati ancora un lusso?

Non credo si tratti di una patologia italiana, ma a mio parere di un fenomeno influenzato dalla perdita di controllo di numerose industrie, passate di mano in mano, da imprenditori italiani ad esteri. Influenza anche l'aspettativa di breve termine e quindi il mancato sostegno alla conversione che per eccellenza rappresenterebbe un New Deal, ovvero quella dalla brown alla green economy.
Bisognerebbe che la delega fiscale affidata al governo sfruttasse a pieno questa opportunità, spostando in modo significativo il carico fiscale dal lavoro all'ambiente e utilizzando gli incentivi solo nella direzione virtuosa per l'ambiente ed il sociale.

In questo senso anche il calo del prezzo del petrolio dovrebbe servire non tanto a far calare il prezzo, rilanciando la convenienza al consumo dei fossili, ma ad aumentare le risorse godibili dal deprezzamento in essere, per finanziare l'efficientamento che, ancor più delle rinnovabili, porta vantaggi al paese. Questo perché l'efficientamento porta lavoro, essendo un’attività ad alta intensità di mano d'opera e il tema del lavoro, accanto alla funzionalità della nuova legge, è il tema su cui focalizzare l'attenzione, perché se il PIL riprende a crescere ma non va nella direzione di risolvere dei gap  ambientali e sociali, saremo anche stati capaci di consolidare la ripresa, ma solo in regime di diseguaglianza, e non è detto che il mercato nel 21° secolo la sappia ridurre, così che ci troveremo sempre di più in difficoltà.

Non c'è dubbio quindi che le riforme accompagnino il ciclo economico, ma queste riforme devono interpretare il cambiamento necessario per il global shift in atto, riponendo l'uomo e l'ambiente al centro del dibattito e favorendo gli interventi anche elaborati da stati centrali e dalla commissione di Bruxelles, ma coerenti con questa priorità detta SOSTENIBILITA'.
Riforme, investimenti e occupazione quindi assieme a prezzo del petrolio, cambio euro e liquidità BCE nella visione di una società SOSTENIBILE, verificabile grazie non solo al PIL ma anche al BES (benessere equo sostenibile), che in Italia giusto vent’anni fa, con l'avvio dell’indagine multiscopo, con analisi soggettive, veniva avviato.

 

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