Le Pillole di PLEF

Oltre la Green Economy
a cura di Planet Life Economy Foundation

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Le Pillole di PLEF

Da più parti giungono indicazioni sulla priorità del lavoro. Una ragione per porre questa priorità è puramente di principio e cioè l'idea, alla base della nostra stessa costituzione, che sancisce le fondamenta della nostra Repubblica proprio sul lavoro. Principio costituzionale che, pur avendo avuto nel corso del tempo numerosi critici che non vedevano come la Repubblica non potesse dar riconoscimento a chi metteva investimenti anziché lavoro, è pur sempre un principio ben precedente rispetto a quello più recente che sancisce il pareggio di bilancio!

Per altri più che il principio vale la preoccupazione di ordine sociale e cioè la preoccupazione che masse di senza lavoro possano rappresentare un pericolo sia per le proteste che possono determinare, sia per il degrado che possono palesare, sia per la povertà, la sofferenza e la necessità di sussidi che possono richiedere come infine per la degenerazione malavitosa che ne può scaturire. Altri ancora per la perdita di un volano che trasforma i salari in consumo e che genera nuova produzione e indicatori di contabilità positiva.

Su una cosa, tuttavia, sembrano tutti sensibili e d’accordo: pur considerando fisiologico che la piena occupazione non esiste come non esiste il perfetto libero mercato, il livello di disoccupazione raggiunto è troppo elevato.

Allora perché questa piaga da noi è così attuale?

Qualcuno individua le cause nella globalizzazione, spiegando che il fenomeno dell'apertura dei mercati e della circolarità dei beni e delle persone ha fatto sì che molte produzioni si spostassero dai paesi originali ai paesi col più basso costo della mano d'opera. Qualcun'altro collega questa piaga alla rigidità del mercato interno del lavoro, ai suoi costi lordi, alla sua preferenza a tutelare la conservazione del posto piuttosto che a crearne dei nuovi o per i nuovi ingressi; qualcun’altro ancora l'attribuisce al divario tra capacità richieste e capacità offerte, esemplificando, verso il basso, la mancanza di buoni operai/artigiani, l’indisponibilità a fare lavori umili, la mancanza di mobilità e, verso l'alto, la carenza di professionalità e di formazione verso la domanda intellettuale e tecnica sempre più sofisticata.

Ma c'è o non c'è un’altra motivazione più sistemica e allo stesso tempo più concettuale?  Ovvero c'è o non c'è una causa nella poca occupazione dovuta alla non convenienza del lavoro umano?

Io credo di sì, e non è che si debba aprire un capitolo di doglianze contro la tecnologia, la robotica, la domotica, i sistemi automatizzati, etc., bensì aprire un altro discorso di prospettive sull'uomo!

Intendo dire che se l'uomo è così ampiamente sostituibile dalle macchine o dai software, intesi come sistemi logici sensoriali, significa che nella stragrande umanità che abbiamo conosciuto avevamo una stragrande presenza di “umanidi”, ovvero di soggetti chiamati a fare la macchina e non solo in catena di montaggio ma - come si sostiene oggi in modo invasivo - dappertutto, in agricoltura, negli uffici, nei servizi, nel commercio.

Stando così le cose, la risposta di sostanza e di lungo termine non sembra essere quella di rimettere in circolo umanidi in grado di fare concorrenza con basso costo alle macchine, ma di far evolvere l'umanide a livelli cui la macchina non arriva facilmente. Si scopre così che tutte le funzioni intellettualmente rilevanti sono più a rischio che non quelle relazionalmente rilevanti; in altre parole si possono avere macchine abilissime nello sfruttare algoritmi e gestioni complesse sul piano tecnico scientifico, in grado esse stesse di progettare e produrre altre macchine dotate di minori celle intelligenti, mentre è più difficile immaginare di avere macchine in grado di sviluppare nuove celle intelligenti collegate alle sensibilità e allo sfruttamento delle emozioni percepite.

Proiettando questo scenario in modo futuribile, si vedrà allora che l'occupazione si persegue più facilmente riducendo la base di soggetti da occupare, aumentando la produttività meccanica e concentrando la formazione degli esseri umani sulle capacità relazionali, emotive e di visione sistemica e non funzionale.

Ma che prospettiva è questa? È una prospettiva da “grandissimo fratello” in cui la determinazione è in mano a chi ha i capitali per scegliere una strada e dirigerne la percorribilità. E' una strada perseguibile con la “moral suasion” di controllo demografico, di promozione degli egoismi individuali, di controllo delle nascite, di emancipazione dei generi, di famiglie destrutturate, piuttosto che in contesti più arretrati, di genocidi estesi e riorientamento delle masse.

Maestro e regista inatteso può essere il pianeta stesso, con le sue evoluzioni naturali e con l'inconsistenza tra stili di vita e capacità di carico. Può essere che il cambio di paradigma auspicato per un maggior rigore ambientale e sociale prefiguri il famoso collasso della popolazione per arrivare ad un nuovo equilibrio, quindi, anziché evitarlo ponendovi delle contromisure, attivarlo per poter raggiungere nuovi e apparentemente più durevoli status quo.

Tutto ciò però significa distruggere valore prima di poterne avere del nuovo e in questa distruzione  non preoccuparsi del valore degli umanidi!

Se invece al proposito occupazionale associamo anche quello della costruzione del valore, la risposta, mettendo al centro il capitale umano, punta a fare valore attraverso le persone e il loro pensiero unico e distintivo che le contraddistingue.

Si tratta allora di fare in modo che il sistema nel mondo riconosca meglio dove si costruisce valore con le persone grazie alla loro qualità piuttosto che grazie alla loro quantità e si scoprirà che questo succede, sì in un mercato aperto e planetario, ma attraverso la qualità di ciascun sito che, provvedendo a quantificare la sua autosufficienza, calibrerà in autonomia il suo sviluppo con le scelte consapevoli di ricreazione e di impiego delle macchine tramite la loro intelligenza artificiale.

Ancora una volta quindi la soluzione è nel territorio e nelle scelte partecipate di piccole comunità in grado di confrontarsi con tutti. E' qui che bisogna andare, è in questo che bisogna confrontarsi.

 

 

Emanuele Plata

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