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Il Sociale
In Cig da 6 anni, senza speranza. La lotta dell’operaio Frosolone

Stamattina, attorno alle 7, sul proprio profilo Facebook, dove da tredici giorni sta raccontando il suo sciopero della fame l’operaio Fiat cassaintegrato da 6 anni, Antonio Frosolone, ha scritto: “Ho iniziato a bere liquidi, mi sento bene, continuo il mio percorso non mangiando e non assumendo farmaci, ma il mio percorso è ad una svolta”. Adesso Frosolone assume anche succhi di frutta e yogurt. Dice che le forze gli stanno tornando, il morale appare buono. La sensazione, anche di quelle persone che gli stanno più vicino, è che Frosolone potrebbe interrompere presto la sua protesta civile. Ieri sera, nel corso dell’incontro intitolato “Siamo tutti Antonio Frosolone”, organizzato dall’Osservatorio politico parrocchiale della chiesa di S. Felice in Pincis, in collaborazione con la rivista “Città Nuova”, ci si attendeva che l’uomo – collegato telefonicamente da casa sua – già annunciasse l’interruzione dello sciopero della fame.  L’assemblea pubblica si è tenuta presso la rettoria di Maria Santissima del Carmine, nella piazza Municipio di Pomigliano d’Arco: presenti tanti operai cassaintegrati e licenziati, ad ascoltare la lettura sociologica del fenomeno del disagio collegato alla mancanza del lavoro fatta da don Peppino Gambardella – “il prete operaio” di Pomigliano d’Arco -  e a raccontare le proprie storie di sofferenza.

Dal 22 agosto scorso Frosolone, 51 anni, diabetico e cardiopatico, in cassa integrazione da circa 6 anni, aveva sospeso l’assunzione di cibo, acqua e farmaci, tenendo un diario di questo suo “percorso personale” – come lo chiama lui - sul proprio profilo Facebook. Solo ieri mattina, quando a casa sua si erano recati in visita il segretario nazionale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini insieme al parroco don Peppino Gambardella, Frosolone aveva bevuto alcuni bicchieri d’acqua. Frosolone ha perso oltre 15 chili di peso negli ultimi 12 giorni, nella sua abitazione di Lago Patria, una frazione di Giugliano sul litorale domizio, a metà strada fra Castel Volturno e Pozzuoli. «A febbraio e poi in maggio si sono suicidati due miei colleghi - afferma l’operaio cassaintegrato del World Class Logistic (Wcl) Fiat di Nola (settore logistico fornitore dei componenti alle linee di produzione) - prima Pino de Crescenzo di 44 anni e poi Maria Baratto di 47 anni. Altre persone che conosco, privati della dignità del lavoro, hanno tentato di darsi la morte in questi mesi. Ho il dovere di far conoscere questo dramma collettivo, non voglio restare nell’oblio e prendere solo il sussidio…». Attualmente sono più di 300 gli operai del Wcl in cassa integrazione, ma sono oltre 3 mila gli operai della Fiat e del suo indotto napoletano nella stessa condizione. Giuseppe Terracciano, segretario regionale della Fim-Cisl, ha detto: «Tutta la Campania è una polveriera pronta a esplodere, serve una politica di governo che affronti subito questa emergenza nazionale».
 
A 9 anni garzone di salumeria e poi di bar, titolo di studio terza media ottenuto con la scuola serale, Frosolone era entrato in Fiat nel 1989. «Contando anche questi ultimi 6 anni di cassa integrazione, sono 25 anni che lavoro nell’industria dell’auto Fiat», racconta il cassaintegrato. La prolungata mancanza del lavoro ha contribuito a far saltare anche il suo matrimonio con la signora Ersilia, fisioterapista da cui ha avuto due figli, Celestina di 23 anni, laureatasi in lettere alla Federico II di Napoli e Maria di 12. In fabbrica ha sempre lottato per i diritti dei lavoratori, vicino alla Fiom-Cgil prima e poi ai Cobas. «La perdita del lavoro mi ha fatto smarrire, ultimamente mi sono anche separato - spiega il cassaintegrato - Negli ultimi anni ho vissuto in una “stanza buia”, ho cercato a lungo un po’ di luce per avere ancora speranza nella vita. I quasi mille euro di sussidio non mi sono mai bastati, non mi hanno mai accontentato…».  Il senatore Giovanni Barozzino, capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà in commissione Lavoro a Palazzo Madama, si era recato sabato scorso in visita da Antonio Frosolone. «La sua dignità è già stata calpestata abbastanza - ha dichiarato - dopo sei anni di cassa integrazione: Antonio ha sentito di non poter garantire più un futuro e forse nemmeno un presente ai suoi figli, oltre che a sé stesso. Per questo ha scelto di utilizzare, quale strumento di denuncia dell’umiliazione in cui si è venuto a trovarsi, l’unico rimastogli a disposizione: il proprio corpo, smettendo di alimentarlo e di curarlo».

L’operaio Frosolone, che in queste ore ha almeno ripreso a bere, adesso dice: «Dio mi protegge e ha messo, anche in questi ultimi 12 giorni del mio percorso personale, delle persone straordinarie sul mio cammino: i miei colleghi per l'affetto che mi hanno dimostrano ogni giorno, l'affetto e l'amore della famiglia Pirozzi. Lo ringrazio per avermi dato la possibilità di conoscere due uomini straordinari come don Peppino e don Aniello, che Gesù Cristo li protegga e benedica». Sul caso Frosolone si è mosso anche il vescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma che ha contattato la segreteria di Stato del Vaticano per sollecitare un intervento di papa Francesco. Qualche giorno fa, don Aniello Tortora, responsabile della pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Nola e parroco della chiesa del Rosario, a Pomigliano, aveva pregato così: «Che tutti gli operai rientrino al più presto in fabbrica». Poi aveva aggiunto:  «Basta con le chiacchiere e l'assistenzialismo, la gente non ce la fa più».
 
Don Peppino Gambardella sostiene che il sacrificio personale di Antonio servirà. «Dobbiamo rimettere l’uomo al centro della società, il lavoro deve essere uno strumento per fare il bene di tutti, questo è il messaggio che ci propone Antonio con il suo coraggioso esempio». Poi, quasi di rimando, racconta questo episodio: «Ieri mattina, quando eravamo in casa sua con Landini, abbiamo riletto insieme la lettera di Giacomo, una delle lettere cattoliche del Nuovo Testamento, quella che contiene la condanna della “maledetta ricchezza”». Una lettura sempre attuale e scelta non a caso.

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