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Il Sociale
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di Fabio Frabetti

Perdere il lavoro è già di per sé un dramma. Se poi quando si tenta di far valere i propri diritti si viene ulteriormente bastonati dalla giustizia, è sempre più difficile rialzarsi. Specie dopo aver superato i 50 anni ed in luoghi dove toccare qualche potentato può precludere qualsiasi tipo di rapporto futuro.

BOCCONI AMARI - Per oltre 30 anni Edi Morini aveva lavorato nello studio di un noto ginecologo di Pinerolo: «Ho iniziato a lavorare il 9 maggio 1977. Ero segretaria e assistente del dottore. Questo lavoro mi ha regalato molte soddisfazioni: ho conosciuto due generazioni di mamme, parecchie sono diventate mie amiche. Avere le mattine libere mi ha permesso di godermi la prima infanzia di mio figlio Michele e di collaborare con diversi giornali. Poi nel 2008 senza alcun preavviso e giusta causa il medico mi licenzia, sostenendo la tesi della drastica riduzione di ricavi e l'impiego saltuario di sua moglie a titolo gratuito». Oltre all'aspetto positivo di questa occupazione, non ultima la sicurezza di uno stipendio mensile, ci sono però molte cose che non vanno: «Fin dal 1990 ho iniziato a subire forme pesanti di mobbing al ginecologo per il quale lavoravo O accettavo quella situazione o perdevo il posto. Ero in un momento di grande difficoltà personale ed economica e così, mio malgrado, fui costretta ad accettare. Evidentemente, quando si è stufato di me, ha pensato bene di disfarsene. Io non ho mai cercato vendetta, ma solo quello che mi spettava. Magari arrivare alla pensione. Ecco perché fin da subito ho tentato la strada della conciliazione».

NEL TRITACARNE - Edi impugna il licenziamento contestando la giusta causa, aggiungendo che era impiegata per molte più ore rispetto a quelle ufficiali e per le quali percepiva 700 euro al mese. E' l'inizio del calvario. «Gli avvocati che contatto sono stati attivi e propositivi fino ad un certo punto, per poi divenire improvvisamente distaccati. Io chiedevo soltanto che venisse riconosciuto e retribuito il mio lavoro che si protraeva ben oltre l'orario contrattuale. Sono stata licenziata per mancanza di lavoro, ma quel medico opera ancora: lo stipendio che mi dava lo otteneva in un solo pomeriggio. Capisco che un giocattolo usato venga a noia ma poteva lasciarmi la mia briciola dopo 31 anni e mezzo di lavoro. Oppure chiedere la cassa integrazione. Ma non l'ha fatto per paura di accertamenti fiscali e previdenziali. Ogni volta che eravamo vicini ad una conciliazione stranamente scattava lo slittamento dell'udienza. Alla fine si era trovato un accordo per 35 mila euro, benché la mia causa ne valesse cento mila. Tiro un sospiro di sollievo, ma poi una volta in udienza la controparte negherà l'esistenza di quell'accordo. Nel corso di tre anni ho subito anche atti vandalici e il mio appartamento è stato messo a soqquadro per ben due volte. Sarà un caso che certi testimoni della mia controparte vivevano nelle immediate vicinanze?».

VIAVAI DI GIUDICI - Durante la causa di primo grado il giudice cambia per ben due volte: il primo giudice aveva riconosciuto il grado superiore facendo salire Edi dal quarto al terzo livello di inquadramento. Il secondo aveva ammesso i testimoni che erano stati respinti in precedenza ma poi viene trasferito alla Corte dei Conti ed il suo sostituto senza neppure tentare una mediazione tra le parti, senza ascoltare i testimoni restanti respinge tutte le sue richieste condannandola addirittura al pagamento delle spese legali che oggi sono arrivate a più di 9000 euro. «Curioso che il mio avvocato sapesse il mercoledì che avremmo perso il venerdì. La mamma del giudice, inoltre, era una paziente del medico che avevo portato in giudizio e molti testimoni della sua difesa avevano comunque a che fare con lui. La sentenza è stata quanto meno frettolosa: in sostanza si dice che siccome io lavoravo anche per un giornale le mie rivendicazioni non erano fondate. Cioè io non potevo avere due lavori come tante altre persone? Incredibile. Così ora mi ritrovo disoccupata, ultracinquantenne e senza certo la possibilità di poter pagare tutti questi soldi. Rischio che la mia casa venga pignorata Il primo avvocato mi aveva assicurato che nelle cause di lavoro le spese vengono compensate tra le parti. E invece tocca pagarle tutte a me». Anche in appello il ricorso di Edi viene respinto e si attende il verdetto della Cassazione. Ora la donna è affiancata dallo studio legale di Claudio De Filippi che si è reso disponibile a rilevare la causa.

L'ULTIMA BATOSTA - Nel frattempo però i guai di Edi non sono finiti. Per una lettera scritta dalla donna e pubblicata in un blog il giudice di primo grado che aveva dato ragione al medico l'ha querelata per diffamazione. Nella denuncia il giudice nega di avere alcun tipo di vicinanza o collegamento con il ginecologo chiamato in causa da Edi respingendo quindi ogni accusa di aver fatto deliberatamente una sentenza a suo favore: «È stato uno dei miei ex avvocati, storicamente legato alla mia famiglia, a suggerirgli addirittura di denunciarmi. Lo stesso che, dopo avermi rassicurato la sera prima sulla sua presenza, non si presentò all'udienza in cui venivano ascoltati i miei testimoni, lasciati all'ultimo momento ad una giovane dello studio che dichiarò di non conoscere la mia vicenda. Nonostante abbia dimostrato che l'articolo pubblicato sul blog non contenesse insulti e considerazioni offensive e che il titolo ritenuto oltraggioso non era stato scelto da me, sono stata rinviata a giudizio ed il processo inizierà ad ottobre. Rivendicando ciò che mi spettava ho finito per rimetterci in serenità, salute e soldi. Mentre il medico continua indisturbato a esercitare la propria professione. Devo anche avere 192.000 dal giornale per il quale ho lavorato in nero non per mia scelta e che è stato condannato a risarcirmi: ancora non ho visto un soldo, non hanno mai versato contributi e quindi non mi spetta neanche la disoccupazione. Chi fa rispettare le sentenze? Spesso mi sono imbattuta in giudici dal potere assoluto e in troppi avvocati che li temono invece di difendere i propri assistiti»

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