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Transessuali senza più aiuto, la presidente: "Dovrò tornare a prostituirmi"
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"Mi andrò a prostituire sotto Palazzo San Giacomo, così vedranno con i loro occhi in che condizioni hanno ridotto me e le altre persone come me". Lancia un grido di allarme Loredana Rossi, presidente dell'Atn, l'Associazione Trans Napoli, nata nel 2007 per sostenere le transessuali nelle loro battaglie per la dignità e il diritto al lavoro, alla formazione e alla salute. Dopo un lungo passato in strada, Loredana è diventata operatrice sociale grazie ad alcuni progetti della cooperativa Dedalus, che ha poi ispirato anche la costituzione dell'Atn. Ma a Napoli tutti i servizi per le transessuali sono stati chiusi: dall'unità di strada al consultorio, ai servizi di sostegno psicologico e di tutela legale. La ragione? Mancanza di finanziamenti. "L'ultimo in ordine di tempo - dice Loredana Rossi - è l'appartamento per persone transessuali in difficoltà, che avevamo aperto grazie al sostegno della Fondazione con il Sud, e che accoglieva anche trans indigenti. Qui hanno voglia di dire che Napoli è una città accogliente: nessuno è disposto a dare lavoro a una trans, e molte sono costrette a scegliere la prostituzione per sopravvivere".

 

 

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Ora, a 52 anni e dopo otto anni di lavoro sociale, anche Loredana si trova al bivio di una scelta difficilissima. "Oggi sto andando a contrarre un debito di mille euro per non essere costretta ad andare in strada. Ma quando termineranno anche questi soldi, la prostituzione sarà una scelta obbligata. E insieme ai miei sogni, finiranno anche quelli di tante trans per le quali sono un punto di riferimento da anni. Insieme alla mia credibilità, moriranno le loro speranze". “Questa è una sconfitta politica che non riguarda solo me ma anche tutto il mondo sociale e le associazioni Lgbt che si occupano dei diritti delle persone transessuali”, dice Loredana. “Vorrei poter contare ancora su di loro e sulla sensibilità delle amministrazioni locali, del Comune di Napoli e della Regione Campania, ma anche del Governo nazionale. Purtroppo hanno tagliato tutti i fondi per i progetti per le persone transessuali: il sistema di protezione sociale per noi non esiste più. È un anno inoltre che aspettiamo che il Comune ci assegni un bene confiscato alla camorra: niente”.

Ma quella del lavoro non è l'unica questione aperta, per l'Atn: nei giorni scorsi l'associazione si è schierata apertamente a fianco di una trans ricoverata in un reparto maschile di un ospedale napoletano, solo perché sui documenti risulta ancora la sua identità maschile. "È l'ennesimo episodio del genere - dice la Rossi - che accade e che siamo costrette a denunciare. Sono anni che accorriamo negli ospedali, a fianco di persone transessuali ricoverate d'ufficio nei reparti maschili, senza alcuna considerazione per il loro aspetto, la loro identità, il loro essere donne a tutti gli effetti. E ogni volta mi trovo a pregare i primari di turno affinché le spostino nei reparti femminili. Quando non c'è questa possibilità, basterebbero anche stanze più consone alla loro situazione, come quelle dove sono ricoverati degenti anziani, che non sono nella condizione di mettere in imbarazzo una transessuale per il suo aspetto". “Ho visto morire tante trans – dice ancora Loredana Rossi – perché si ricoveravano troppo tardi, proprio per non andare nei reparti maschili. Questo perché sulla carta d’identità c’è ancora il nome maschile. Eppure siamo a tutti gli effetti delle cittadine italiane: perché dobbiamo essere discriminate sulla salute, sul lavoro, su tutto?”. (da redattoresociale.it)

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