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Speciale Quirinale
Un Capo dello Stato senza ideologia


Di Ernesto Vergani
 

È sorprendente e lascia perplessi che nel dibattito sulla elezione del nuovo Capo dello Stato si eviti, indicando i candidati, di usare parole come ex democristiano, ex comunista, ex socialista, "catto-comunista", liberale e via discorrendo.

D'altronde fino all'altro giorno Matteo Renzi si era limitato a parlare di arbitro "super partes", Silvio Berlusconi di personalità (da evitare) inserita pienamente nel contesto del Pd. Il che vuol dire tutto e il suo contrario poiché nel Pd sono confluite le due "chiese" storiche italiane: quella cattolica e quella comunista.

E del resto Matteo Renzi è l'erede della tradizione della Democrazia Cristiana di sinistra, resa pragmatica dallo spirito del tempo. Dall'altra parte la rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi si è ridotta agli aspetti economici trascurando i principi fondamentali dell'elezione diretta dei rappresentanti del popolo sulla base dei principi del federalismo (e basti guardare all'Italicum).

Al di là delle logiche della politica italiana, il nuovo Presidente della Repubblica sarà scelto nel braccio di ferro dei due leader sulla base di ragioni per così dire "inconsapevolmente negative" alla luce della  loro storia.

Se, come sembra, prevarrà Matteo Renzi, la decisione sarà ricondotta alle confortevoli certezze delle origini (Sergio Mattarella). Per Silvio Berlusconi la preferenza si sarebbe invece dovuta indirizzare in ordine su un ex socialista (per esempio Giuliano Amato), un ex comunista (Piero Fassino) e per ultimo un "catto-comunista" (Romano Prodi).

 

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