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"Mi sono dopato in tutti i sette Tour vinti, senza il doping sarebbe stato impossibile vincerli. Non ho inventato io la cultura del doping ma non ho nemmeno cercato di fermarla". Epo, ormone della crescita, testosterone, doping ematico. Lance Armstrong non si e' fatto mancare niente. Altrimenti non avrebbe mai conquistato sette Tour de France di fila tra il '99 e il 2005. Il 41enne ex corridore di Austin, dopo aver negato per tutta la sua carriera di aver barato, si arrende e confessa. Lo fa in una lunga intervista (due ore e mezza) a Oprah Winfrey, la signora della tv americana e tra le donne piu' influenti del pianeta.

Nella prima parte del colloquio andata in onda nella notte, Armstrong vuota il sacco e perche' non l'abbia fatto prima non lo sa nemmeno lui, "forse e' troppo tardi, questa situazione e' tutta una grande bugia che ho ripetuto tante volte. La storia era perfetta, era la storia di chi aveva superato una grave malattia, vinto il Tour, con un matrimonio perfetto, figli. Una storia perfetta ma non vera". In una stanza d'albergo di Austin, in Texas, l'ex corridore squalificato a vita dall'Usada e privato di tutti i risultati ottenuti dall'1 agosto '98 in poi, comprese le sette vittorie alla Grand Boucle e il bronzo olimpico di Sydney, non nega nulla, ammette che il sistema doping adottato durante la sua carriera era studiato, "vincere era la cosa che mi interessava di piu' ma niente a che fare con quello della Germania dell'Est negli anni Settanta-Ottanta", precisa Armstrong, che prende le difese di Michele Ferrari ("lo vedo come un brav'uomo") assicurando che "l'ultima volta che ho superato la linea e' stato nel 2005", dunque niente ricorso al doping quando ha deciso di tornare in sella quattro anni dopo. Prima, pero', e' tutta un'altra storia. "Mi dispiace per chi non crede nel ciclismo, per chi non crede nei miracoli", confessa. E via col racconto.

Tutta la colpa e' mia - riconosce Armstrong - doparmi era come gonfiare le ruote o mettere acqua nelle borracce, faceva parte del lavoro, non cerco scuse ma la vedevo cosi' e ho preso le mie decisioni. Non capivo l'enormita' della cosa e cio' che conta e' che sto cominciando a comprenderlo. Capisco che la gente e' arrabbiata, quella che ha creduto e tifato per me ne ha tutto il diritto, trascorrero' il resto della mia vita provando a riguadagnarmi la loro fiducia e scusandomi". Tutto e' cominciato col cancro ai testicoli, "prima della diagnosi ero competitivo ma poi ho portato nel ciclismo l'atteggiamento spietato del vincere a tutti i costi che ho assunto combattendo la malattia", ma nega di aver mai costretto i compagni a imitarlo: "Ero il leader della squadra ma non c'e' mai stato da parte mia un ordine diretto, non e' mai successo. Eravamo tutti adulti e facevamo le nostre scelte, c'erano anche compagni che non si dopavano". Evasivo su come superasse i controlli ("all'epoca non erano molti i test fuori dalle competizioni per cui ti ripulivi per le corse"), ammette che solo in un caso ha avuto un 'aiuto', con un certificato medico retrodatato per una pomata che gli ha consentito di giustificare una positivita' agli steroidi al Tour '99. Per quanto riguarda invece la presunta positivita' al Giro di Svizzera 2001 che sarebbe stata insabbiata dall'Uci dietro una sua cospicua donazione (100 mila dollari nel 2005), l'ex corridore assicura che "non e' vero, mi avevano chiesto un aiuto e l'ho fatto. Ma non c'era alcun test positivo, nessun incontro segreto, non sono un fan dell'Uci ma questa storia non e' vera". Armstrong si dice ora pronto a collaborare con l'Usada, a presentarsi davanti all'eventuale commissione per la verita' e la riconciliazione. "Ho sbagliato, ne sto pagando il prezzo e me lo merito".

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