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MarcoMarsullo

Vanni Cascione ha un'unica fede, il calcio, e un unico dio, José Mourinho. Dopo anni da mister di squadre scalcagnate della provincia campana e con un'infinita collezione di esoneri, è incaricato dal direttore sportivo Lucio Magia, faccendiere dal viso gitano, di allenare l'Atletico Minaccia Football Club. Alla promessa di poter disporre di una rosa di calciatori eccellenti corrisponde però un reclutamento spericolato, tra patteggiamenti, prostitute nigeriane e reduci di reality show. Cascione si ritrova in squadra un attaccante schiavo della colite cronica, un mediano clandestino schierabile solo in trasferta perché in casa è piantonato dalla polizia, un portiere cocainomane, uno stopper detto «Trauma» e non per caso, un ex concorrente di Sarabanda e persino un meccanico e un cuoco... Con questa improbabile formazione, vincere il torneo si prospetta complicato. Figuriamoci se ci si mette pure la camorra.

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT LA PRIMA PARTE DEL TERZO CAPITOLO
(per gentile concessione di Einaudi Stile Libero)
 

Le tette di Stefania D’Airone dettavano legge nello studio di Cloud-Sat Sport. Erano compresse in un tubino nero, elegante. Dalla mia postazione, mentre mi sistemavano il microfono, l’ammiravo ripassare la scaletta dell’intervista. Era talmente bella che si faceva fatica a guardarla senza aver voglia di portarle un mazzo di fiori, una scatola di cioccolatini, di invitarla per una serata di gala in qualche auditorium. Alla mia destra, la pelata di Ciccio Murzialli rifletteva le luci di scena. Dall’altra parte, Mario Parenti e Massimo Lauro scherzavano tra loro. Era la prima intervista esclusiva che rilasciavo a mezzo tivvú da quando allenavo nella Liga. Allentai un po’ la regimental blu a strisce azzurre, mi passai una mano sulla guancia; la barba era lunga al punto giusto. Voi non immaginate nemmeno quanto sia difficile mantenerla in questo stato costante di «tre giorni». Dovrei ingaggiare un barbiere personale e assegnargli una delle stanze del mio attico a Madrid, cosí da averlo sempre a disposizione per mantenere invariato il livello della mia barba. E dunque del mio charme. Accavallai le gambe, preparandomi alla diretta con un piccolo colpo di tosse. Misi gli occhi a mezz’asta, in quell’espressione schifata che mi era tanto congeniale. Ero pronto, attendevo solo che la trasmissione cominciasse. Un tizio con le cuffie in testa lanciò il countdown. Dieci, nove, otto e cosí via, fino a «in onda!» La camera due partí sulla D’Airone. – Buonasera, benvenuti, – salutò lei con un sorriso delicato. – Questo pomeriggio è con noi Vanni Cascione, il neoallenatore del Real Madrid. La camera si spostò su di me. Abbozzai un sorriso e non mi scomposi piú di tanto. Sollevai giusto una mano, ma poco, niente di che. Dovevano capire che gli stavo facendo un favore, che non mi prestavo al circo mediatico e alla prostituzione intellettuale. Che quell’occasione di vedermi in tivvú era talmente rara che avrebbero dovuto sfruttarla fino all’ultimo istante. Lo share sarebbe stato cosí alto che se ne sarebbe parlato per settimane nei tiggí sportivi: avrebbero mandato in onda spezzoni della mia intervista nelle edizioni serali, a ripetizione. Stefania D’Airone prese fiato: – Mister Cascione, buonasera. Partiamo subito con la prima domanda che tutta Europa vorrebbe farle: può favorirmi un documento? Strinsi gli occhi, e una o due rughe mi comparvero sulla fronte. – Prego? – Un documento d’identità, avanti. – Non ho capito la domanda… Aprii gli occhi ma un sole indecente forzava le palpebre. Sembrava di assistere a un’esplosione nucleare. In bocca avevo il fiele, gli occhi attaccaticci e cisposi. Nelle orecchie non c’era piú il brusio della Cloud-Sat, ma lo sfrecciare delle macchine sulla statale e Isoradio che annunciava traffico intenso all’altezza di Roncobilaccio. Non ci stavo capendo una mazza, come al solito. Al posto di Stefania D’Airone c’era un giovane e baffuto carabiniere che, appoggiato al finestrino, mi fissava, l’espressione glaciale e la mandibola serrata. – Un documento, signore. Ciancicai un po’ di saliva e mi sistemai per bene sul sedile. Al mio fianco, il posto del guidatore era vuoto, la portiera spalancata. Mi girai. Magia se ne stava con le mani sul lunotto posteriore, il culo all’infuori. Dietro di lui, un altro carabiniere eseguiva un’accurata perquisizione. Vedevo il volto di Magia contrarsi a piú riprese mentre rispondeva stizzito al palpeggiatore. L’audio della disputa era azzerato da Isoradio, che adesso parlava di un’auto in fiamme sulla tangenziale di Milano. – Signore, è la quarta volta che glielo ripeto, – e il carabiniere sguainò rapido la Beretta, puntandomela contro. – Mi dia un suo documento. Non mi costringa a usarla, non sarebbe la prima volta, – lo sguardo si fece piú teso, mentre indietreggiava arma alla mano. – S-sí, un attimino… c-che lo cerco… – realizzai che i carramba ci avevano fermato. Chissà cosa era stato capace di combinare quel cazzone di Magia. Infilai tremando la mano nel jeans e sfilai il portafoglio. Estrassi la carta d’identità e la girai all’appuntato Chuck Norris, che rimise nella fondina l’automatica. Consultò rapidamente i dati senza aprire bocca. Poi mi restituí il documento e s’avviò verso la volante. Dietro l’auto, Magia e il carabiniere stavano parlottando. Mi parve di vedere le mani dei due incontrarsi furtive, poi Magia si accorse d’essere spiato. Abbassai rapidamente lo stereo, appena in tempo per sentirlo lamentarsi del trattamento ricevuto: – Con i criminali che girano, trattate come latitanti alla brava gente! – urlava contro il giovanotto che, da par suo, si era incamminato verso il collega. I due si infilarono in macchina senza degnarci d’un saluto e sparirono a sirene spiegate verso nuove avventure. Magia rientrò nell’abitacolo sbattendo lo sportello. Era piú sudato del culo d’una scimmia e aveva la camicia tutta fuori dai pantaloni. – ’Sti stronzi di merda… ma vedi tu se è cosa! Mi hanno anche perquisito! Manco ’nu boss, oh! – Lucio, ma che cazzo è successo? – Dicono che non mi sono fermato al posto di blocco. Io manco li avevo visti a ’sti due insallanuti di merda. Duecento euro di multa per eccesso di velocità –. Finito di lamentarsi, strappò verbale e bollettino in mille pezzi. Mise in moto, abbassò il vetro elettrico e scaraventò fuori i brandelli di quella che aveva trattato come carta straccia. I pezzi del verbale esplosero a contatto con l’aria, coriandoli sulla statale. Per i primi cinque minuti un silenzio irreale occupò l’abitacolo. La tensione si tagliava col grissino e non mi parve il caso di fare ulteriori domande. Poi Magia si rilassò in un sonoro sospiro, il viso gli era tornato quello di sempre, paraculo e vispo. – Scusa Vanni, un piccolo imprevisto, – sorrise senza distogliere lo sguardo dalla strada. – Mò andiamo filati fino a Pomigliano. Un’ora di macchina e siamo arrivati. – Io mi ero addormentato, Lucio, non c’ho capito un cazzo –. Qualcosa di quella vicenda mi puzzava. – Sí sí, lo so, ti avevo visto. Ma fatti un altro poco di sonno. La strada è sempre dritta, ti sveglio io quando arriviamo, – e inserí nello stereo un cd di musica latinoamericana. – Non ho piú sonno, – risposi. Poi persi lo sguardo tra il mare senza onde e i lidi attrezzati per il campeggio...

 

(continua in libreria)
 

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