Processo Gea/ Chiesti sei anni per Luciano Moggi

Il pm Luca Palamara ha fatto le sue richieste di condanna nel processo Gea: sei anni per Luciano Moggi e cinque per il figlio Alessandro, per associazione a delinquere finalizzata all'illecita concorrenza con violenza e minacce. Per tutti, tranne che per Luciano Moggi, il pubblico ministero ha chiesto l'applicazione delle attenuanti generiche.

Martedì, 11 novembre 2008 - 23:00:00

MOGGI JR: MI FA MALE ESSERE DEFINITO IL FIGLIO DI LUCIANO


Alessandro Moggi
"Ho fatto il raccattapalle, ho provato con la carriera di calciatore, ma a venti anni ho pensato che il mestiere piu' congeniale a me e alla mia passione per il pallone fosse quello di procuratore che ho portato avanti dopo essermi laureato in legge. Sono partito dal basso, assistendo il portiere Cecere del Nola in C2 e cercando di imporre una mia autonomia personale e professionale perche' ancora oggi soffro quando qualcuno mi definisce 'il figlio di Moggi'. Sono riuscito ad affermarmi in un ambiente difficile come quello degli agenti sportivi, nonostante il mio cognome, grazie all'aiuto di Franco Zavaglia che posso considerare un secondo padre". Alessandro Moggi, imputato per associazione per delinquere finalizzata all'illecita concorrenza con minaccia e violenza assieme al padre e ad altre quattro persone, e' intervenuto al processo alla Gea World con alcune dichiarazioni spontanee per ribadire la propria innocenza e respingere le accuse del pm Luca Palamara. "Se io oggi assisto l'85-90 per cento dei giocatori che avevo con me prima che esplodesse lo scandalo Gea - ha detto Moggi jr - significa che il mio metodo di lavoro e' buono. Sono stato io a rinunciare nella primavera del 2006 a quegli atleti che necessitavano di un'assistenza immediata perche' io non ci stavo con la testa e non ero in grado di seguirli. Impiego piu' del 50 per cento del mio tempo a guadagnarmi la fiducia delle societa' di calcio senza cui non potrei mai aiutare un giocatore professionalmente ed economicamente. E sono contento di dire che, passati quei mesi di difficolta', molti giocatori hanno manifestato nuovamente la fiducia nei miei confronti. Il passaparola per chi fa questo lavoro e' importante. Quanto alla Gea, questa era nata dalla volonta' di costruire un qualcosa di imprenditoriale e di aziendale. La mentalita' porta a porta non mi appartiene". 

Per Alessandro Moggi, le accuse che gli ha lanciato il procuratore Caliendo in questo processo hanno una chiara spiegazione: "Lui mi ha corteggiato insistentemente affinche' diventassi presidente e il personaggio piu' rappresentativo della sua societa'. Non scatto' quel feeling e, forse, gli brucio' molto il fatto che io fondai con altri la Gea World. Mi dolgo, piuttosto, a fronte di alcuni articoli di stampa dell'epoca, di non aver mai chiarito in modo netto che questa mia societa' non aveva alcun rapporto con Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, pur conoscendo i loro figli che stavano nella Generale Athletic, tanto e' vero che nessun calciatore da noi assistito e' mai andato alla Lazio o al Parma. E non esisteva alcun legame con la Banca di Roma anche se tra i soci c'era Chiara Geronzi". Moggi si e' poi soffermato su alcuni casi oggetto di imputazione (i presunti illeciti nelle procure firmate da Nicola Amoruso, Emanuele Blasi, Fabio Gatti, Giorgio Chiellini, Giovanni Tedesco) per spiegare di non aver mai fatto nulla perche' il calciatore revocasse il predecente mandato e andasse con lui: "Sono sempre stati loro a scegliere me perche' insoddisfatti del lavoro svolto dal loro precedente agente. In alcuni casi, sono stati i padri dei giocatori a inseguirmi pretendendo che curassi le attivita' del loro figlio. Io non ho mai tolto niente a nessuno". Quanto al contratto di David Trezeguet, Moggi ha confermato che "l'incontro avvenne presso la sede della Juve soltanto perche' era comodo ad entrambi trovarci li'. Usammo un salottino di attesa per fare due chiacchiere. Poi non mi ha neppure dato il mandato...".

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