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La verità è che se uno vuole ce la può fare anche da solo.
Sì.
Sfatiamo il mito della meritocrazia andata a puttane.
Risolleviamo lo spirito di noi giovani, crediamoci ancora.
Lo so, è difficile; lo so, i grandi sono espliciti con noi; sono cattivi; sono realisti, ma sono anche bravi a farci perdere le speranze; lo so, vediamo le cose andare veramente, veramente male. Però, a contrario, oggi una cosa la voglio dire io.

Io, che mi sono laureato e mi sono portato dietro il sogno della ricerca universitaria; io, che mi sono sentito dire sempre, da tutti, che la strada dell’università è chiusa, inaccessibile, dura, difficile, fatta per quelli che sono portati avanti da chi conta, non per quelli “a piede libero”; io, che me ne sono andato alla volta di una città che non conoscevo pur di arricchire le mie conoscenze; io, che mi sono sempre sentito un gradino sotto; io, che non ho un’intelligenza superiore alla media e non ho una conoscenza maggiore di quelli della mia età; io, che sono un normodotato testardo; io, che sono realista e cinico, ma a volte sognatore e ambizioso; io, che ho partecipato in un solo anno a otto concorsi pubblici per accedere alle varie scuole di dottorato di ricerca in Italia; io, che ho studiato sotto al mio ombrellone quest’estate cibandomi di manuali di diritto amministrativo, assecondando la mia passione, accettando il sacrificio; io, che ho vissuto sui treni per tre mesi al fine di poter fare prove scritte e orali di tutti questi concorsi; io, che ho superato le prove scritte inaspettatamente; io, che non sono stato segnalato; io, che ho vinto un dottorato di ricerca.

C’ho creduto, mi sono impegnato, c’ho messo la buona volontà, mi sono stressato, e ce l’ho fatta.
Non lo so se ce la farò nel futuro, ancora, come ce l’ho fatta oggi.
Non lo so se sarò fortunato ancora.
Non lo so se questa sarà effettivamente la mia strada, oppure mi faranno fuori nell’immediato perché non sono fatto per la ricerca (oppure, perché c’è qualcuno che alla ricerca è più adatto di me); intanto, io ce l’ho fatta.
Da solo.
E non perché sono bravissimo, intelligentissimo, bellissimo.
Non perché sono allievo di, figlio di, nipote di, cugino di, amante di.
Non perché ho studiato fino alla nausea, ingurgitando nozioni tanto per e gareggiando con gli altri per essere il meglio.
Non perché mi sono prostrato a professori nelle varie università.
Semplicemente, perché il destino ha voluto che così fosse. E che il mito fosse sfatato dalle circostanza concrete.
L’Italia è malata, è vero. Ma forse c’è ancora qualcosa di sano, in lei, in alcuni momenti della sua esistenza.
Cerchiamo di coglierlo, questo qualcosa. Facciamo sì che questo sano appartenga a noi. Teniamolo in vita. Se ci convinciamo del fatto che tutto è malato, non riusciremo mai a curarla, questa Italia. non partiamo scoraggiati: proviamoci. Proviamoci sempre. Non si può mai sapere.
Non è il tuo turno, ti diranno.
Lì non c’è speranza, continueranno a dire.
Ma tu, provaci.
Il caso disegna delle storie che non sempre sono prevedibili e vanno come avevamo immaginato (o, peggio, avevano programmato).
Tu sfidalo.
Non avere timore. Di cosa hai paura? Al massimo, andrà come avevi pronosticato. Se non sarà come credevi, vorrà dire che avrai sbagliato a pensare male. E verrai sorpreso in positivo.
Quindi, di cosa hai paura?
Di rimanerci secco perché troppo contento quando vedrai di avercela fatta da solo?
Non avere paura.
Io non ne ho avuta.
O meglio, ne ho avuta, ma ho fatto finta di non avercene.
Quindi, abbia paura; ma nascondila. Falla da parte.
Io non sono migliore degli altri.
Io nono sono più bravo degli altri.
Io non sono più capace degli altri.
Io non sono più coraggioso di te.
Io sono come te.
Perché io sì e tu no?
Perché tu non potresti avere questa fortuna?
Provaci.

Impiegherai il triplo del tempo rispetto a quelli che hanno la strada spianata, magari; ma tu non arrenderti. Provaci. Vai avanti. Datti da fare. Non ti scoraggiare.
Fatti male, porta i segni. Soffri pure, ma provaci.
Ti fidi di quelli che ti dicono che il fuoco non brucia più, se non provi a toccarlo tu stesso per sentire davvero la sua innocuità?
Lo dico anche a me stesso, ancora, per tutte le altre esperienze di vita che dovrò affrontare: provaci.
Fallo.
Fallo tante volte.
Se non va, rifallo.
Suda, fatica.
ottieni.
E, alla fine, gioisci.


Un dottorando

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