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Veneto
Acqua alta Venezia 5

Il rito serale di un ristoratore di Venezia era prendere le fatture non fiscali, i foglietti con i conti segnati e tutte le carte che provavano incassi non registrati tramite scontrino e metterli a bollire in una teiera. Poi, quando il materiale era completamente stato macerato dall'acqua e dai suoi cento gradi, quel che ne rimaneva finiva nel canale.  Il tutto, a quanto pare, documentato da un video realizzato da un ex dipendente, che aveva tentato di estorcere all'uomo del denaro in cambio del silenzio su tutto quel fatturato in nero.

L'ex dipendente, un cameriere che aveva lavorato per quattro anni nel ristorante ai piedi del ponte degli Scalzi, a dicembre aveva chiesto 2 milioni di euro per non consegnare alla Guardia di finanza i filmati girati all'interno del locale con telecamere nascoste. Secondo gli uomini delle Fiamme Gialle, mancano ancora diverse verifiche per provare a quanto risalga l'ammanco nei confronti del fisco, ma sembra che gli incassi dichiarati fossero solo il 50% di quelli effettivi. Il ristorante,  infatti, aveva dichiarato un fatturato annuo di 1,3 milioni di euro, mentre per gli investigatori gli incassi effettivi arrivavano a circa 2,5 milioni.

Le prove di un registro in nero, o semplicemente le tracce di un incasso non dichiarato, venivano distrutte mettendole in ammollo. Investigando un po', le forze dell'ordine hanno scoperto che a Venezia è uno dei metodi più utilizzati dagli evasori per distruggere la documentazione compromettente. Per non intasare gli scarichi, poi, la brodaglia di fatture viene versata appunto nel canale più vicino.

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