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Viaggi

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

La scia di sangue l’hanno ripulita. Resta un mazzo di fiori. Appeso lì fuori, giusto davanti al Bar del Rosso di piazza Belloveso. Qui, qualche alba fa, Kabobo ha ucciso a colpi di piccone una delle sue tre vittime. L’alba sa anche essere crudele. Lo sa anche Roberto che mi accompagna nel primo caffè di un lunedì che da notte sta diventando giorno. Quello che per me è un inizio per lui è una fine. Sta per tornare a casa dopo una notte di lavoro a bordo del suo taxi. “Se non cambia qualcosa in fretta io da qui me ne vado” ripete ancora una volta. Di fronte a noi i colori stanno cambiando, i portoni dei palazzi si stanno aprendo, i motori si stanno accendendo. In lontananza il rumore di un tram. Le ruote della bicicletta partono lente mentre percorro le strade di Milano. Passo vicino a tanti cantieri. Qui tra meno di due anni ci sarà l’Expo. Dicono che per la città sarà una grande opportunità.

Milano Bar del Rosso 2

Il Bar dove Kabobo ha ucciso una delle sue vittime

GIORNO 1 - Il Naviglio è sgombro. Nessuna traccia dei tavolini festanti di locali e ristoranti. L’immondizia riempie la Conca Fallata. Un coniglio spunta fuori dal nulla attraversandomi la strada. Dall’altra parte ecco il casello elettrico di Moirago. Ora è diventato una casa-atelier. Una coppia di artisti, moglie e marito, organizzano stage e laboratori di scultura. I loro lavori sono esposti nel giardino addossato al canale che collega Milano a Pavia. Dicono che in inverno quando sale la nebbia facciano paura.

Quando il Naviglio diventa Ticino, Pavia è già viva. Per strada si vedono ancora cartelli e manifesti: “Basta slot”. Qualche ora fa qualche centinaio di persone ha marciato per la città contro il gioco d’azzardo. “Quelle macchine succhiano la vita”, dice l’edicolante. “La gente è disperata e lo Stato gli ruba i soldi con le macchinette”. A Pavia c'è il record nazionale. Una slot machine ogni 110 abitanti, con una spesa media pro-capite che oscilla attorno ai duemila euro l’anno. “Hanno buttato giù un centro di aggregazione giovanile per farci su un piccolo casinò”. Governo biscazziere. Così lo chiama la parte di città scesa in strada contro quella che è diventata la terza impresa italiana per fatturato.

Quando il Ticino diventa Po, Pavia è già alle spalle. Quest’anno la primavera è stata spietata e ha scatenato tutta la pioggia che aveva in corpo. L’acqua è venuta fuori dagli argini. Per arrivare a Piacenza la bici deve attraversare anche un po’ di fango. E poi eccola lì, Piacenza. Altra città stesso problema. Qui l’invasione delle slot machine è stata dichiarata emergenza sociale. Lo si scopre al bar su una copia del giornale locale Libertà. In provincia è nato un pool di contrasto al gioco. Tra le iniziative un marchio per chi non accoglie i videopoker. “La Regione Emilia Romagna sta lavorando a un progetto di legge condiviso finalizzato al contrasto, alla prevenzione e alla riduzione del rischio della dipendenza dal gioco d’azzardo”, spiega Massimo Trespidi, presidente della Conferenza territoriale sociale e sanitaria. Però qui i bambini giocano ancora a calcio per strada. Il pallone rotola proprio in piazza del Duomo, senza freni, mentre arriva il tramonto e l’aria si fa un po’ più fredda.

Piacenza   Piacenza, bimbi giocano a calcio in piazza Duomo

GIORNO 2 - Al mattino qui non si corre. Il tempo sembra diverso. Le biciclette passano docili in piazza Cavalli. Le rastrelliere sono piene ma le strade sono quasi vuote, tanto da chiedersi dove siano tutti i proprietari delle due ruote. Il momento del caffè è dilatato. I movimenti più lenti, tranquilli persino. La coppia di ragazze che parla al tavolino di fianco mi sembra di conoscerle da sempre. Mi sento in provincia, mi sento tra la gente. Mi sento in Italia.

L’Emilia è come un gigantesco albero. La via Emilia è il suo tronco. Cittadine e paesi che si incontrano percorrendola sono i suoi rami. La sua gente è la sua radice. Le ruote attraversano piano i suoi piazzali, avamposti che in automobile non erano mai apparsi così lontani l’uno dall’altro. Ad Alseno una panchina della fermata di un autobus serve da temporaneo rifugio da un sole che è già diventato aggressivo. Parma mi accoglie all’ora di pranzo. Calda e un po’ indolente. Qui un anno fa sembrava essere cominciata la rivoluzione. I giorni di gloria, Parmalat, coppe europee e metropolitane immaginarie erano lontani. Il vento nuovo non li ha però riavvicinati. Anche nel Piazzale della Pace si respira un’aria di disillusione. La bellezza del duomo è nascosta sotto le impalcature. La rivoluzione del sindaco del Movimento Cinque Stelle, Federico Pizzarotti, sembra già spenta. E l’inceneritore della Iren è sempre acceso.

La fame ogni tanto colpisce giusto in mezzo al pomeriggio. A Calerno, piccola frazione in provincia di Sant’Ilario d’Enza, ha da poco aperto un nuovo bar. “In realtà di nuovo c’è la nostra gestione”, spiega Ben-yi, 27enne che da qualche mese guida il locale insieme alle due sorelle. “Ma qui mi chiamano tutti Benji come il portiere dei cartoni animati”. Peccato che il compagno di squadra di Holly fosse giapponese e lui invece sia cinese. “All’inizio c’era un po’ di diffidenza ma adesso le cose vanno molto meglio”. Nel giro di pochi minuti entrano vari abitanti dei palazzi alle spalle del locale. Una signora gli lascia in affidamento una bimba in carrozzina. “Devo andare dal dentista, torno tra un’ora, ok?”. La gente si fida di Ben-yi e delle sue sorelle e lui ha già capito tante cose. Un angolo del bar è diventato un centro autorizzato per le scommesse sportive: “Qui amano tutti il calcio, no?”. Holly e Benji, appunto.

GiglioReggio Emilia, stadio Giglio

A dire la verità in questo periodo a Reggio Emilia, pochi chilometri più avanti, si ama tanto anche la pallacanestro. La squadra locale sta giocando i playoff per lo scudetto contro Roma. Pedalando in centro all’ora di cena ci si accorge che in tutti i bar e ristoranti della città del Tricolore i televisori sono sintonizzati sulla partita. Alla fine non andrà bene ma sembra non prendersela quasi nessuno. Qui sono abituati ad avere un rapporto complicato con lo sport. Il Giglio, primo stadio italiano di calcio proprietà di una società (la Reggiana), è in bancarotta. Anche se all’inizio della prossima stagione pare che il Sassuolo del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lo affitterò per giocarci in serie A. Il Giglio diventerà Mapei Stadium. Le istituzioni sono contente, la gente non sembra curarsene più di tanto. “A nord della ferrovia io non ci vado mai”, dice un anziano lettore della Gazzetta dello Sport seduto su una panchina del parco del Popolo. “Lì ci sono solo immigrati. Figurarsi se vado là allo stadio a vedere le partite di una squadra che non è nemmeno di questa città”. L’hotel in cui dormo è a nord della stazione. Il figlio del gestore è un ragazzo giovane e conosce l’italiano meglio di suo padre. Quando arrivo, con il casco sudato in testa e le gambe un po’ affaticate, lui sta urlando al telefono: “Mi sono rotto, non mi puoi prendere per il culo, capito?”. Suo padre sorride e si scusa. Le urla continuano. Poi si fermano. “È da tre mesi che abbiamo l’impianto di riscaldamento rotto. Sono venuti per ripararlo ma hanno solo peggiorato le cose. Ci stanno prendendo in giro e intanto noi continuiamo a perdere clienti”. Di fiducia qui sembra essercene un po’ meno.

ModenaModena, largo Garibaldi

GIORNO 3 - Al mattino Modena ti accoglie piano piano. La via Emilia ovest da campagna diventa paese. Tocca il parco Emilio Ferrari quando da paese diventa città. Lì, poco lontano, c'è la sede della Panini. Dalle figurine ai supereroi della Marvel qui continuano a produrre sogni. Sogni che possono diventare incubi, come il 29 maggio 2012. "Per la prima volta ci siamo fermati mezza giornata", racconta Marco Lupoi, direttore editoriale di Panini Comics, ricordando il sisma di un anno fa. Continuando a pedalare si arriva in piazza Mazzini e piazza Grande. Una scolaresca in gita fa foto davanti alla Torre Ghirlandina. Una coppia di anziani commenta che loro no, ai loro tempi di foto in gita non ne facevano. Da largo Garibaldi la fontana dei due fiumi sembra ai piedi di una gigantesca ragnatela di fili elettrici. Ci si chiede come possano essere rimasti in piedi quando la terra ha tremato.

DSC02001  Danni al centro di terapia integrata La Lucciola

Ventotto morti e 13,2 miliardi di euro complessivi di danni. Il terremoto ha devastato la provincia di Modena. Stuffione di Ravarino è un piccolo complesso di case e fattorie a una manciata di chilometri da Mirandola. Tra l'una e l'altra capita di percorrere anche chilometri. Ci arrivo nel pomeriggio. La bicicletta attraversa strade di campagna silenziose, minute e piene di vento. I pedali sembrano quasi girare all’indietro. Natura, campi e animali. Qualche trattore. Solo questo fino a dove gli occhi possono vedere. Qui si trova il centro di terapia integrata infantile La Lucciola. Una struttura che accoglie bambini e ragazzi tra i 3 e i 18 anni con disabilità fisiche e mentali, seguiti con una modalità innovativa di riabilitazione. "Gli edifici hanno subito danni per oltre un milione di euro", spiega il dottor Bencivenni, psicologo del centro. "Le donazioni non sono sufficienti a ricostruire, siamo ancora in attesa dei fondi necessari per tornare alla normalità". Dal sisma in avanti i bambini svolgono le attività all'interno di tre piccole casette prefabbricate. "Ma sono unità operative minime", continua lo psicologo. "Gli spazi angusti ci hanno obbligato per tutto l'inverno ad andare continuamente da una casetta all'altra, nel fango, nel freddo, sotto pioggia e neve". Una buona parte delle oltre 25 mila aziende che hanno dichiarato danni non hanno mai ricevuto nessun fondo per ricostruire, nonostante lo Stato abbia stanziato oltre dieci miliardi di euro. "Colpa della burocrazia", spiegano in tanti. L'Emilia si lamenta poco, ma soffre tanto.

BolognaBologna, sullo sfondo ecco spuntare le Due Torri

GIORNO 4 - È ancora mattino presto nella piazza di Anzola quando già le Due Torri fanno capolino tra i pensieri un po' assonnati di un'altra mattina di fine maggio. Poco dopo eccole lì le Due Torri, in fondo a una strada piena di auto e di gente che attraversa disordinatamente. Ecco sulla destra la piazza del Nettuno e poi un altro bar coi tavolini già disposti fuori. Piazza Maggiore è un placido salotto. Due turisti inglesi sorseggiano una pinta di birra e parlano delle ferrovie di Londra. Una bambina piange perché lei no, in un altro museo non ci vuole entrare. In via Zamboni due ragazze parlano di neorealismo e Fellini con un libro in mano. Sotto al portico di via Piella una piccola finestrella si apre su un canale d'acqua che lambisce le fondamenta delle case. Sì, questa è ancora Bologna. E non può essere davvero il 2013.

Dopo Bologna non c'è più campagna. Le piccole cittadine si susseguono l'una all'altra. San Lazzaro di Savena, Ozzano, Osteria Grande, Castel San Pietro. Osservo tutto. Il cane che abbaia dietro al recinto, il ragazzino con la borsa da tennis, quei fiori che si ci passi vicino ti pungono sulle braccia. La bicicletta fa parlare i luoghi in modo diverso. Dopo c’è Imola, non più in Emilia ma non ancora Romagna. Il mio amico Filippo mi riceve con la sua macchina, sempre quella di dieci anni fa quando qui correvano ancora i campioni della Formula Uno e suonavano le rock band dell'Heineken Jammin' Festival. "Che ci vuoi fare, ci hanno tolto tutto quanto", sospira Gianluigi. Al bar ristorante di Zolino lo chiamano ancora tutti il "Cop" ma nessuno racconta più le sue gesta sportive. Ora la grande promessa del calcio imolese per lavoro spacca il marmo. "Ma io qui non ci rimango mica. Sto già cercando lavoro in Spagna", dice mentre prende per il collo l’ennesima bottiglia di birra. "Oh, ti ricordi quella volta che da piccoli abbiamo visto Senna?", salta su qualcuno. "Qui ci è morto pure lui" risponde il "Cop" con una mezza risata. "Ma tanto io quest'altro anno vado ad aprire un bar in Costa Rica".

Santarcangelo  Santarcangelo e il campanone vecchio

GIORNO 5 - La pioggia bussa forte fuori dalla finestra. La notte è stata lunga e la strada da fare è tanta. Ormai è già pomeriggio e la stazione dei treni non è lontana. La tentazione di salire su un regionale è forte ma quando prendo in mano il manubrio i dubbi svaniscono subito. I pedali tornano a girare. Faenza e Forlì sono deserte, come se l'acqua che cade dal cielo avesse trascinato via tutti i loro abitanti. Cesena è plumbea ma ancora asciutta. Fuori dalla biblioteca Malatestiana un ragazzino si vanta con gli amici del suo nuovo smartphone. Le nuvole non lasciano tregua mentre ai bordi della strada ecco comparire i chioschi di piadina.

Ecco laggiù in fondo apparire Santarcangelo. Dalla bici, fermo in mezzo all’ennesima rotonda, vedo il campanone vecchio abbarbicato in cima al borgo. Il grigio si apre appena un po', sembra quasi che da un momento all'altro debba apparire un arcobaleno. Girando a destra, dalla via Emilia si arriva in piazza Ganganelli, dove c'era la casa di Tonino Guerra. Il grande sceneggiatore di tanti film di Antonioni, Monicelli, Tarkovskij e sì, anche di Federico Fellini. Nei bar si parla molto di Santarcangelo 2030, un progetto di ristrutturazione completa della città. Tra le idee quelle di unire le cinque piazze centrali con al centro il municipio e costruire un immenso parcheggio sotterraneo. "Lì sopra vogliono farci un centro commerciale naturale. Io mica ho capito bene che cosa vuol dire", racconta Gianni sorseggiando un calice di Sangiovese. È uno degli anziani seduti al bar. Se gli chiedi di Tonino Guerra ti racconta che lui sì che lo conosceva per davvero. “D’altronde in paese lo sanno tutti che io ero il suo migliore amico”. Intanto, proprio di fronte alla casa di Tonino, i bambini escono correndo e gridando dalla scuola elementare, divincolandosi dalle stanche mani di nonni che ormai parlano solo di amarcord. Salgo la scalinata con la bici a mano. Sotto il campanone quattro signore giocano a carte su un tavolino di plastica. Da lì si vede tutta la città, tutta la valle. È già sera. Le luci del futuro non cessano un istante di ferirci.

Casa Rossa 3Bellaria, la Casa Rossa di Alfredo Panzini

GIORNO 6 - È già tardi. È già tempo di viaggio, come direbbe Tonino. "Io non so che cos'è una casa", scriveva in una sua poesia. Io so che Bellaria per me è una seconda casa. Al porto le luminarie del luna park quest'anno non le hanno ancora montate. Al centro congressi c'è un raduno di fan di Star Trek. Come sempre mi perdo con la mia bici nel dedalo di viuzze vicine al ponte che porta a Igea Marina. Sono le viuzze mio nonno chiamava "casbah". In piazza Matteotti hanno messo una giostra. Sul viale dei Platani i negozi sono già aperti. Il passaggio a livello torna ad abbassarsi. Laggiù c'è il mare e il solito gruppo di tedeschi. Si preparano a guardare in qualche bar sulla spiaggia la finale di Champions League. Quest'anno anche il calcio è roba loro. Il vecchio negozio di alimentari è ancora aperto. Forse i tedeschi andranno a comprarci qualche birra. Quella piccola discoteca invece non c'è più. Ecco la strada che costeggia la ferrovia. E una casa rossa, quella di Alfredo Panzini.

GIORNO 7 - È già presto. Di nuovo tempo di viaggio. Dal molo si vede il sole apparire all'orizzonte, baciato dalle onde. Una barca è pronta a uscire dal porto. Un pescatore saluta la moglie, che gli allunga un sacchetto di plastica. La scia di schiuma è pulita. Quella che per me è una fine per lui è l'inizio.

Bellaria4
Il porto di Bellaria Igea Marina
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