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Viaggi
Mamme, figlie & altri disastri… in viaggio per l’America Latina

Affaritaliani.it racconta la vacanza in Sudamerica della critica d'arte Manuela Alessandra Filippi e la figlia, 23enne bocconiana, Céline D’Asaro Biondo.

Si tratta di un progetto concepito all'insegna dell’avventura e dell’emozione, nel quale una madre e una figlia decidono di partire insieme, sfidando tutti i luoghi comuni e anche se stesse "a zonzo per l’America Latina”. Il viaggio è stato dal 22 luglio al 31 agosto 2013. Non una fiction, ma un’avventura reale, da veri viaggiatori, alla ricerca della conoscenza profonda dei luoghi e delle popolazioni.

Come? Facendosi ospitare e vivendo gomito a gomito con gli abitanti dei diversi paesi, mangiando i loro cibi e attenendosi scrupolosamente alle regole dei paesi che visiteranno. Il progetto prevede un 'diario di bordo', corredato da immagini.
cuba Spiaggia nei dintorniSpiaggia nei dintorni di L'HabanaGuarda la gallery


 
IL DIARIO

di Manuela Alessandra Filippi


Non mi sono dimenticata di voi!
Diciamo che da quando sono saltata sulla passerella di Colonia, in Uruguay, per tornare in quel di Buenos Aires ne sono capitate di tutti i colori e cambiando luogo quasi ogni due giorni, non è stato sempre molto facile trovare una connessione che mi garantisse lo scambio di dati.
Come se non bastasse, una volta tornata alla base, 24 giorni fa, non ho avuto un attimo di respiro: tra la Vogue Fashion's night out , che quest'anno abbiamo affrontato raddoppiando la nostra presenza, sbarcando con ben 4 itinerari, 3 dei quali inediti, cuciti su misura per la Moda; la ripresa dell'attività di Città nascosta Milano; gli ospiti da tutto il mondo che si danno il turno a casa mia e il trasloco di mia figlia, che dopo 6 anni di indipendenza domiciliare è tornata da mammà, io non ho avuto un solo misero secondo per raccogliere idee, ricordi, scritti e non, e mettere tutto nero su bianco.
Così oggi approfitto di questa inaspettata finestra di tempo libero per riprendere le fila del nostro discorso, interrotto su un tema di grande interesse per tutte noi signore:
come sopravvivere per 30 giorni con due paia di pantaloni, due golf, due camicie, 1 gilet e 1 paio di scarpe!

Intanto cominciamo subito col dire che si può! Oltretutto parte di questo guardaroba l'ho anche seminato, letteralmente, lungo il cammino.
L'avevo promesso a me stessa e a voi: tornare più leggera, sia interiormente che fisicamente.
E così è stato: meno 3kg di peso, meno 3kg di bagaglio, meno kg imprecisati di zavorra mentale.
In compenso mi sono portata a casa: più leggerezza, la capacità di sorridere di tutto, soprattutto delle difficoltà e degli imprevisti, la consapevolezza che si può essere felici anche con niente e che si può fare a meno di quasi tutto.
Per inciso, io adoro i vestiti e vestirmi è un piacevole rituale.
Confesso anche, però, di aver finalmente capito e apprezzato l'intraducibile detto inglese "less is more". 
Imparare a giocare con le quattro cose che avevo come se fossero state dieci, è stata una grande palestra di vita e un valido esercizio per l'immaginazione.
Signore! Gli armadi pieni sono solo un monumento alla nostra incapacità di essere!
Immaginate, per un attimo, la bellezza di avere solo quel che serve.
Immaginate, sempre per un attimo, di eliminare tutte le cose superflue, spesso acquistate per colmare vuoti esistenziali, che poi immancabilmente restano lì, senza mai essere usate, o quasi.
Immaginate, infine, un armadio invernale composto così: un vestito da sera; tre da tutti i giorni; quattro pantaloni - dei quali 2 sportivi -  tre gonne; 4 giacche; una partita di camicie; altrettanti maglioni; 2 cappotti; 4 borse; 8 paia di scarpe "all included" - tra stivali, scarpe sportive, basse, coi tacchi - et voilà, avrete tutto quello vi serve!
Col vantaggio di poterlo rinnovare senza patemi d'animo, a ogni cambio di stagione!
Volere è potere!
Io per 30 giorni ho lavato il necessario, steso in modo intelligente, mescolato sapientemente ogni componente, guardandomi ogni mattina come se avessi addosso i vestiti nuovi dell'imperatore.
E funziona!
Ammetto di aver nutrito talvolta qualche insofferenza nei confronti dei miei scarponcini e di aver desiderato a tratti un bel paio di scarpe da femminuccia… Ma devo anche riconoscere che erano diventati la mia seconda pelle, i miei fedeli compagni di viaggio: mi hanno tenuto caldo quando avevo freddo; salvata nelle montagne quando gli altri scivolavano; nella jungla hanno salvato i miei piedi; sul basalto di Missiones hanno dimezzato i danni. Sono stati i silenziosi osservatori di tutte le mie scoperte, interiori e esteriori. Quindi resteranno con me, e nel mio guardaroba, fino alla fine!
Piuttosto non farò mai più un viaggio con lo zaino. Se non fosse stato che era in prestito, io l'avrei frullato dalla finestra già a metà del viaggio. Il prossimo che mi dice che gli zaini sono comodi, giuro lo gonfio di santa ragione!
Nessun adulto con un po' di buon senso può sostenere una tesi simile e io, d'altra parte, se non fosse stato per mia figlia, probabilmente non mi sarei mai fatta venire in mente di usarlo.
Non l'ho fatto a vent'anni, figuriamoci ora che ne ho 47.
L'America Latina, o chi per lei, si può attraversare con un più pratico trolley, che sarebbe andato benissimo anche a Cuzco, che è tutta un saliscendi di scale.

A proposito di Cuzco - dove vi avevo lasciato e la mia narrazione si era interrotta -  direi che è una delle poche ragioni, insieme al Lago Titicaca, per le quali è valsa la pena attraversare il Perù.
Dire che è meravigliosa è riduttivo e se dimenticate che i peruviani cercano di raggirarvi ogni due per tre, è un'insperata isola di bellezza, in tanta desolazione e miseria.
Percorrerla a piedi e perdersi tra le sue stradine è la cosa migliore per scoprirla e comprenderla. Qui è il caso di dire che bisogna guardarla dalla testa ai piedi: dall'attacco a terra fino ai tetti! Si, perché molti dei palazzi sono costruiti sui resti della città Inca e il contrasto tra i ciclopici e misteriosi blocchi di pietra - un gioco a incastri che nemmeno la tecnologia più avanzata oggi sarebbe in grado di realizzare - e la pittoresca architettura coloniale è davvero formidabile e di rara magia.
La cattedrale, con il suo trionfo d'oro, da far invidia all'altare di sant'Ambrogio, è sontuosa e gronda storia e tragedie da tutti gli interstizi. Le piazze aprono il cuore e lucidano la vista, immerse come sono in un'atmosfera rarefatta, sovrastata da cieli tra i più limpidi e surreali che abbia visto in tutto il viaggio. I musei non sono nulla di trascendentale ma valgono pur sempre "una messa".
Da non perdere, soprattutto al crepuscolo, il quartiere degli artisti, San Blas, un concentrato di cosmopoliti bohémien, commercianti incalliti, localini romantici, il tutto incastonato in un dedalo variopinto di viuzze e piazzette illuminate da luci soffuse, che sembrano fatte apposta per favorire gli amanti.
Un consiglio: evitate accuratamente di dare retta alle guide cartacee e fidatevi del vostro intuito per selezionare ristoranti e mete escursionistiche.
Tenete bene a mente che Macchu Picchu non solo si può visitare da soli ma che è altamente raccomandabile farlo. I biglietti d'ingresso per Macchu Picchu si comprano a Cuzco, così come il passaggio in treno che, per chi non volesse affrontare la costosa e disumana scarpinata nota ai più come "Inca trail", è il modo migliore per raggiungere l'agognata meta.
Evitate come la peste le proposte economiche con pulmino: la strada che percorre è tra le più pericolose di tutte il Perù e non sono rari gli incidenti mortali, soprattutto nella stagione delle piogge.
Se i vostri piani prevedono il ritorno a casa, non coi piedi davanti, lasciate perdere. Qualche dollaro in più vale ben la vostra vita!
Calcolate di dormire, si fa per dire, una notte a Macchu Picchu pueblo, il villaggio che si è sviluppato ai piedi della nota località nel giro di pochi decenni. Se siete di poche pretese non farete di sicuro fatica a trovare un letto. Tanto comunque ci dovete dormire pochissime ore, perché come vi ho già detto, in Perù tutte le attrazioni turistiche richiedono levatacce disumane.
E questa non fa eccezione, anzi!
Quanto al cibo, qui ho avuto una delle migliori esperienze gastronomiche di tutto il viaggio!
Un ristorantino, ma che dico, un tempio del gusto a 360 gradi. L'Indio Feliz, questo è il nome, è una miniera di meraviglie, un tripudio di dettagli e cura dei decori che stupisce e lascia senza fiato. Messo su da un francese vent'anni fa - la moglie nemmeno a dirlo è una del posto - questo ristorante meriterebbe da solo una trasferta e aiuta a dimenticare la tristezza di questo villaggio. Noi abbiamo assaggiato quasi tutto: dalla zuppa criolla, tipica minestra locale di verdura con formaggi dell'altipiano, alla Trota salmonata dell'Urubamba; dal pollo al mango della foresta di Quillabamba, alla Cebiche, per finire in bellezza con un assaggino di dolci da deliquio! Completa il quadro una impressionante carta dei vini, una vera gioia per me che non sapevo cosa volesse dire berne da ben 5 settimane.
Qué delicia que fue esta cena, no la voy a olvidar para toda mi vida!
La sveglia per salire al monte è alle 4am. Si, avete letto bene. La fila di gente che prende l'autobus per salire inizia a formarsi fin dalle 4:30 e se volete essere sicuri di essere tra i primi a entrare nella città inca, dovete essere tra i primi ad arrivare alla fermata.
Considerate che la cosa più suggestiva e indimenticabile è vedere l'alba dalla Porta del sole, un punto che dovrete conquistare scarpinando per oltre un'ora, una volta varcato l'ingresso alla città perduta.
La fatica vale lo spettacolo: vedere i raggi del sole farsi largo tra le cuspidi di queste cattedrali di montagne e accarezzare lentamente le rovine è un ricordo che rimarrà scolpito nella mia memoria per sempre.
Tutto il resto scompare di fronte alla potenza di questo rito naturale che si rinnova ogni giorno.
Da questo punto di osservazione vi sembrerà di abbracciarla tutta ed è l'unico angolo dalla quale si possa vedere in tutta la sua maestosità.
Passata la prima ora di estasi affrettatevi a gironzolare tra i ciclopici massi prima che arrivi l'orda di cavallette a sommergerla.
Si, perchè i nostri buoni peruviani, benchè l'UNESCO abbia fissato come numero massimo di ingressi 1400 persone al giorno, di biglietti ne vedono ben 4500.
Lascio a voi immaginare cosa diventi questo posto, passate le 11:00am.
Un inferno.
Io e mia figlia siamo letteralmente fuggite, a piedi, e siamo discese lungo il crinale della montagna, attraverso una ridente e ripidissma scalinata che copre quasi 1000 metri di dislivello. Se noi l'abbiamo fatta in meno di mezz'ora - certo eravamo allenate ormai da settimane a scarpinare in lungo e in largo - ce la potete fare anche voi, magari impiegandoci qualche decina di minuti in più.
Da evitare la discesa in autobus.
Se la salita era stata da brivido, non oso immaginare cosa sarebbe stato fare lo stesso percorso al contrario… Data la larghezza della carreggiata, a mala pena transitava un bus, figuriamoci con uno che sale e uno che scende.
I peruviani, comunque, hanno un concetto della guida su strada davvero surreale: termini come sicurezza, rispetto dei limiti di velocità, percorribilità delle strade hanno significati oscuri e per noi imperscrutabili.
Anzi, secondo me non sanno nemmeno cosa siano.

Tornate alla base, la mattina dopo ci siamo svegliate alle 5:00, tanto per cambiare, per prender il volo delle 8:00 che da Cuzco ci avrebbe portate al Lima e da Lima all'agognata Buenos Aires.
Partite in ritardo, siamo arrivate giusto in tempo per prender la coincidenza e qui mia figlia si è espressa in una delle migliori performace ginniche che mai le abbia visto fare: passare in scivolata, piegata a 180°, sotto i nastri del check-in! Obiettivo? Arrivare prima ai controlli di sicurezza! 
Ha persino rischiato di ricevere un applauso corale e compatto di tutti i passeggeri-spettatori che, malgrado fossero in coda e lei gli fosse passata bellamente davanti, avevano apprezzato molto la prestazione, non capendo una parola delle imprecazioni contro la compagnia di bandiera che mia figlia stava snocciolando nel frattempo.
Mai come in quell'istante sono stata felice che nessuno parlasse italiano!
Poco più di 5 ore di volo separano Lima dalla capitale Argentina.
Siamo atterrate a Buenos Aires in un freddo pomeriggio del 10 agosto alle 17:30.
Alle spalle ci eravamo lasciate il Perù e tutta la sua gelida miseria. E prima ancora Panama e la struggente e indimenticabile Cuba.
Panama… A proposito, più ci penso e sempre meno riesco a classificarla! Umidità? 95%. Probabilità di nubifragi? 95%. Fregature? 95%. Cosa ci sono andata a fare? Mah… Cosa non si fa per i figli!

Appena sbarcate all'areoporto Pistarini, ci è sembrato quasi di essere a Zurigo: pulito, organizzato, efficiente, quasi piacevole. Non ci sembrava vero!
Negli occhi avevo ancora le muffe ottuagenarie di quello di Cuba e il caos sovrano, unito alla sporcizia, di quelli peruviani. Quello di Panama, ça va sans dire, era una sala operatoria!

Quel pomeriggio ero ancora ignara di quanto il soggiorno in Argentina avrebbe cambiato la mia vita, le mie priorità, ma soprattutto i miei punti di vista su me stessa, sul mondo e sulle cose.

A distanza di oltre un mese e mezzo da quel fatidico giorno, se volessi ripercorrere tutto quello che ho vissuto, scoperto, conosciuto e incontrato, potrei riassumerlo così: una noche de invierno, me invadio una oleada de amor. Ahi Dios... que fue l'Argentina!
Qui ho vissuto una vera catarsi: come madre, come donna, come studiosa, come viaggiatrice.
Un concentrato di emozioni da togliere il fiato.
Ho litigato con mia figlia, ci siamo separate, ci siamo ritrovate più forti e unite di prima; ho avuto sussulti emotivi - che ho controllato perché questo viaggio aveva un altro scopo, all'interno del quale non erano compresi turbamenti ormonali - ho scoperto storie che mi hanno commossa fino alle lacrime; ho visto paesaggi e luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici tra i più suggestivi di tutto il viaggio; ho compreso quanti limiti posso superare e di quante schiavitù posso liberarmi; ho imparato una nuova lingua; ho ascoltato musiche mai udite; sognato in sesta fila al Teatro Colon, il più lussuoso e sfavillante nel quale abbia avuto il piacere di entrare. E come se tutto questo non fosse già abbastanza, attraversando questa terra che gronda storia e bellezza da ogni zolla e da ogni singola pietra, una ridda di idee e di progetti si sono affacciati nella mia mente. Ragionando per connessioni ho iniziato a mettere insieme i pezzi di una storia che ho urgenza di raccontare, ricostruire, sospesa tra arte, religione, storia, antropologia, diversità, lotte, rivoluzioni.

Ma andiamo con ordine. A Buenos Aires siamo rimaste ben oltre il tempo che avevamo stabilito. Quella città si è infiltrata nella mia pelle e non mi lascia più. Bella e scostante, cinica e poetica, ricca e decadente. Potrebbe avere tutto ma è corrotta fino al plinto più profondo, dunque dubito fortemente che senza una energica azione di bonifica politica possa sperare di risorgere, come meriterebbe, dalle sue ceneri. Tra fiori d'acciaio che si dischiudono all'alba per poi richiudersi al tramonto, palazzi principeschi, avenide solenni, piazze monumentali, musei all'avanguardia e quartieri pittoreschi - dal coloratissimo Boca, passando per Sant'Elmo e i suoi antiquari, per non palare del  fashion-trendy Palermo - ho avuto l'imbarazzo della scelta e non mi sono bastati otto giorni per vedere tutto.

Dopo la separazione con mia figlia, ho preso il solito bus cama e, in barba a tutti i programmi che avevo fatto prima della partenza dall'Italia, ho deciso di risalire con calma il fiume Uruguay, per poi arrivare fino a Iguazu, passando per Posadas.
In mezzo, tra le soste migliori annovero quella a Colon, una piccola cittadina affacciata sul fiume, largo pensate quasi 2km, davanti al quale mi sono riletta l'unico libro che avevo portato con me: le "Lezioni americane" di Italo Calvino. Una magia irripetibile mi ha permesso di divorarlo in poco più di una giornata: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza.
Questi sono i capisaldi dai quali ho deciso di ripartire e di portarmi a casa, insieme a tutte le ineffabili memorie ed esperienze fatte lungo il cammino.
La vera sorpresa mi aspettava a Posadas, una cittadina di frontiera bagnata dal rio Paranà, sulla sponda opposta del quale sorge Assuncion, capitale del Paraguay, il cui nome dovrebbe già dirvi qualcosa.
Mai scelta di luogo dove trovare rifugio è stata più felice e indovinata, soprattutto per i padroni di casa che mi hanno ospitata come se fossi una di famiglia. Carlos e Norma, così si chiamavano, sono stati a tal punto affettuosi con me da commuovermi. Li ho trovati tramite Airbnb, un sito che suggerisco a tutti coloro che desiderino viaggiare e non fare semplice turismo. Troverete case meravigliose e avrete modo di incontrare gente che altrimenti non conoscereste mai. E soprattutto è un sistema che a differenza del Couchsurfing, vi permette maggiore agilità nella gestione dei tempi. Essendo a pagamento, anche se modesto, vi salva da eventuali padroni di casa logorroici, trasformandovi da ospiti in "clienti", anche se sui generis.
La mia stanza, deliziosa, aveva tre quarti delle pareti di cristallo, tutte vista fiume.
Un spettacolo! Di notte, di fronte a me, si paravano tutte le vibranti lucine dell'altra sponda.
Ebbene, in questa terra di un colore ruggine acceso, dove anche le pietre sembrano fatte di sangue e fuoco, quasi sconosciuta a noi europei, sono incastonate le rovine delle reducciones gesuite, che conservano intatta una straordinaria forza e energia.
Artefici di questi complessi, un manipolo di chierici regolari della Compagnia di Gesù e il popolo Guaranì. Impressiona quello che sono riusciti a fare i gesuiti, soprattutto la loro capacità di rispettare e amalgamare culture e tradizioni. Sono decine le riduzioni sparse sul territorio, ma poche quelle oggi visitabili, dichiarate patrimonio dell'Umanità. Io ne ho viste tre: Sant'Anna, Nuestra Senora de Loreto e Sant'Ignazio Minì. Complice il mio padrone di casa, che mi ha scarrozzata in lungo e in largo per tutti i siti, ho anche avuto la fortuna di assistere a uno spettacolo notturno fatto di luci, suoni, proiezioni su acqua, ambientato tra le rovine della missione di Sant'Ignazio Minì, che in guaranì vuol dire piccolo. Di questo allestimento non parla nessuno; le guide turistiche lo ignorano e sono pochi i viaggiatori ad avere la fortuna di scoprirlo. Un'opera nell'opera, che non sfigurerebbe accanto a installazioni raffinate, come quelle concepite da Peter Greenaway per l'Ultima cena di Leonardo a Milano, o quella su Le nozze di Cana, realizzata a Venezia.
L'Argentina non è solo Perito Moreno, Penisola di Valdes, la Montagna dei Sette Colori, la Terra del Fuoco, o gli sterminati vigneti di Mendoza. È anche storia, arte, architettura, musica, importata è vero dal vecchio continente, ma che qui ha trovato declinazioni e sviluppi a noi sconosciuti.
Uno fra questi è l'esperimento gesuita, che nulla a che vedere con tutto quello che abbiamo sempre saputo sull'evangelizzazione selvaggia e sanguinaria. Tutt'altro. Qui i gesuiti hanno dato vita ad un esperimento a tal punto rivoluzionario e pericoloso, che la chiesa spagnola prima, e quella vaticana poi,  hanno pensato bene di espellerli e poi sopprimerli.
Se siete armati di curiosità e sete di conoscenza, e vi trovate dalle parti di Buenos Aires, prendete un autobus della compagnia Via Barloche - tutte le altre dimenticatele - e puntate dritto su Posadas, in terra di Misiones, non ve ne pentirete! Con due/tre giorni avrete tempo di visitare tutte quelle argentine e quelle disseminate in Paraguay.
Con la certezza, non trascurabile, di goderne il fascino in beata solitudine!

A due passi - solo 5 ore di bus! - avete le incredibili cascate di Iguazu, da I=acqua e Guazu=grande. Riservatevi due giorni pieni, necessari a vedere entrambi i lati e includere anche una puntata alla centrale idroelettrica tra le più grandi del mondo: quella di Itaipu, che in guaranì significa letteralmente "La pietra che suona".
Il modo più ragionevole per raggiungere le cascate dal lato argentino è con l'autobus di linea, che con pochi pesos vi porta fino all'ingresso. Qui comprate il biglietto, 230 pesos pari a 23 € - sui siti di promozione turistica paventano una spesa di ben 150 euro! - e vi togliete lo sfizio!
Mettete in conto che ci vuole una giornata per visitarlo tutto e per esplorare il parco nel quale sono incastonate. Se poi avete la fortuna di avere anche il sole dalla vostra, la perfezione è assoluta.
Per il lato brasiliano, una mezza giornata è più che sufficiente, visita alla centrale compresa.
Io le cascate le ho viste sotto una pioggia battente, stretta in una morsa di gelo patagonico, però devo dire che la potenza dello spettacolo mi ha fatto dimenticare il freddo polare, unito all'acqua che arrivava da tutte le parti!
Qui mi sono anche riunita con mia figlia e alla Garganta del Diablo abbiamo stretto il nostro patto d'acciaio di non belligeranza.

Iguazu è stata l'ultima tappa in Argentina, la penultima della nostra impresa.
L'abbiamo lasciata con molta malinconia e ci è mancata ancora prima di staccare i piedi da terra. Siamo salpate dall'Aeroporto di Foz do Iguaçu, la quarta più grande città della regione del Paraná e la 11a più grande del sud del Brasile, in un terso pomeriggio d'inverno e siamo atterrate a Rio de Janeiro alle 17:30 del 27 agosto.
Eravamo preparate alla solarità della città carioca, ai pan di zucchero tra i quali è adagiata, ma non eravamo preparate ad assistere a uno spettacolo naturale e architettonico di tale portata.
Rio de Janeiro, unica e irripetibile, come ogni prima donna non conosce mezze misure: o la ami o la odi. E noi l'abbiamo amata senza riserve.
Dicono sia pericolosissima, eppure noi l'abbiamo attraversata, in lungo e in largo senza problemi.
Le sue spiagge, Copacabana e Ipanema, sono una tentazione quotidiana per chi lavora lì e non mi stupisce aver scoperto che gli abitanti, più di ogni altro brasiliano, soffrono di depressione a ragione di questo dettaglio. Infatti, sfido chiunque a rimanere chiuso in un ufficio avendo a due passi dalle proprie finestre un mare invitante dove poter sguazzare tutto l'anno, e non poterlo fare. Peggio del supplizio di Tantalo!
Come avevo dichiarato prima di partire, qui mi sono concessa un discreto albergo, fronte spiaggia, scegliendo una stanza all'ultimo piano dalla quale godere ogni mattina la distesa infinita dell'oceano e la lunga lingua di spiaggia che dallo scoglio di Arpoador arriva fino allo chicchettoso quartiere di Leblon.
Mia figlia la vedevo solo a colazione. Ma era tutto sommato un passo avanti.
Avevamo deciso di comune accordo - o meglio, avevo accettato senza opporre resistenza - la decisione di visitare la città separatamente: lei con i suoi amici e io con i miei.
E così in compagnia di una ragazza, cugina di un caro amico romano, di rara bellezza e garbo, che per ironia della sorte aveva la stessa età di mia figlia, ho esplorato la metropoli.
Grazie a lei ho fatto una scoperta sorprendente: per i brasiliani, come per i portoghesi, gli unici giorni della settimana che hanno diritto di nome sono quelli del fine settimana, tutti gli altri sono solo un numero: segunda feira (che corrisponde al nostro lunedì), terça-feira, quarta-feira, quinta-feira, sexta-feira, sábado e domingo! Questo particolare la dice lunga sull'attitudine alla siesta e al divertimento del popolo carioca!


Avendo solo due giorni pieni a disposizione, ho condensato e scandito ogni visita quasi con svizzera precisione, salvo poi farmi travolgere a mia volta dalla maggiore tentazione locale. Lascio a voi immaginare quale.
Come prima cosa mi sono arrampicata con il trenino in cima a Corcovado!
Il Cristo è impressionante e la vista che si gode sulla città ha del sopranaturale.
Ridiscesa dal monte sono andata a fare spuntino al Parco Lage, villa coloniale trasformata in scuola d'arte an plein air! Altro che Parigi!
Pomeriggio a Santa Teresa e dintorni, tramonto a Urca sul muretto dell' omonimo bar, cenetta a Leblon e nanna cullata dalle onde di Arpoador.
Cosa avrei potuto volere di più?
Il giorno dopo, la mattina, in barba a tutti i programmi agguerriti di visita che avevo, mi sono spalmata sulla spiaggia di Ipanema,  e... lì mi sono allegramente ustionata!
Nel pomeriggio ho conquistato la vetta del Pao de-Açucar, prendendo la terza teleferica del mondo, costruita nel 1912 che, tra vertigini e scariche di adrenalina, mi ha regalato emozioni da brivido.
Sono rimasta fino al tramonto, malgrado la temperatura non fosse proprio invitante e un vento teso soffiasse da ore.
Però lo spettacolo è valso il congelamento!
La sera prima di partire ho trascorso più di un'ora sulla spiaggia a guardare le onde che s'infrangevano sul bagnasciuga, ascoltando il rumore del mare. E mentre mi dirigevo all'appuntamento con Nettuno, ho visto due brasiliani uscire di casa alle 23:00, con tanto di tavola e muta, pronti per andare a caccia di creste, sulle quali surfare al chiaro di luna.
Inutile dirvi che in un posto così, come a Buenos Aires - per altre ragioni s'intende - ci passerei la vita!

Siamo arrivati così al fatidico giorno previsto per il rientro alla base.
Nessuna di noi aveva una gran voglia di farlo.
Confesso, senza vergogna, che avrei preso volentieri un aereo per tonare a B.A. e lì fare come i primi emigranti del XIX secolo: tentare l'avventura.
È evidente che abbiano prevalso buon senso e ragionevolezza perché altrimenti non sarei qui a scrivere.
In più avevo un drappello di amiche che attendevano con ansia il mio ritorno e che avevano già organizzato un comitato di accoglienza a Linate. Come deluderle?
Per il ritorno l'agenzia mi aveva fissato un volo Rio-Roma con l'Alitalia. Con dispiacere devo dire che è stato sgradevolissimo e che forse la nostra, ormai si fa per dire "nostra", compagnia di bandiera è stata la peggiore di tutte quelle che ho avuto la fortuna di utilizzare in questo viaggio.
Servizio a bordo da terzo mondo, cibo pessimo, equipaggio simpatico come un attacco di varicella, tutti con un irritante accento romano, svogliati e stanchi ancora prima di partire.
Ben tornata a casa! Mi sono detta, mentre sconsolata ricambiavo uno sguardo di mia figlia, ancora più affranto del mio.
Quindici ore, tanto è durato il nostro supplizio a bordo.
Un viaggio lungo.
Sono passata da una notte all'altra, per ritrovare l'alba.
Che sensazione magnifica.
E come prevedevo, nulla è più come prima.
Il 31 agosto, alle 9:30 del mattino, come da copione, abbiamo toccato terra a Linate.
Ad attenderci, Patrizia e Cristina, che malgrado fosse un bel sabato d'estate, hanno rinunciato al mare per venirci a prendere e coccolarci un po'. Non avrei potuto avere accoglienza più festosa!

E sapete la prima cosa che ho fatto una volta arrivata a casa?
Alleggerirmi!
Perché questo viaggio mi ha insegnato che alleggerirsi è l'unico modo per passare felicemente attraverso la vita.
Così, dopo aver iniziato sabato con i vestiti, la metà dei quali li ho regalati, l'altra metà venduta, domenica mi sono liberata di quasi 100 kg carta!
La fatica che ho fatto per scaricarla tutta, mi farà ricordare di non accumularne dell'altra.

Qualcuno al mio rientro mi ha chiesto: "Com'è la vita nella nostra civiltà? Dopo un viaggio del genere non ti sembra tutto molto strano?".
A tutti ho riposto che la vita qua procede benissimo.
Ho raggiunto una tale leggerezza che non trovo affatto traumatico il ritorno.
La questione non è la vita in questa parte del mondo.
La questione è come si torna.
Se il viaggio ti cambia, nulla può scomporti.

Una mia amica, mi ha ascoltata in silenzio e alla fine mi ha detto "Il problema è quando si rimane incastrati con la realtà di tutti i giorni e, dopo un viaggio del genere, si conoscono altre situazioni nelle quali la collettività vive meglio, con "leggerezza" come dici tu, quella buona e produttiva. A volte non basta averla dentro, serve un territorio comune sul quale poterla condividere. Qui non è sempre possibile".

Ebbene, io invece direi che me la cavo benissimo e direi che la leggerezza è un fatto del tutto interiore. Non sono certa di aver sempre visto una collettività che vive in modo migliore. Anzi, credo di aver visto cose terribili che mi hanno fatto pensare molto.
La mia predisposizione d'animo di oggi è un misto fatto di esperienza e riflessioni, avviate ben prima del viaggio, e dove il viaggio ha rappresentato per me il banco di prova.

Ecco forse perché a me tornare in questo mondo non mi ha causato nessun trauma e nessun disagio. Vedo tutto dalla giusta distanza e con il giusto distacco.
Credo.
Fine della storia!

Grazie a tutti davvero di cuore per i consigli, l'aiuto, il supporto e l'affetto con il quale ci avete seguite.
Ai miei amici e a quelli di faccia libro; a Chiara e Elisabetta che hanno avuto cura della mia casa e dei miei gatti mentre non c'ero; ai lettori di Affaritaliani; a tutti quelli che ho incontrato lungo il cammino che, con il loro esempio, mi hanno aiutata a tornare a casa migliore e più forte di come sono partita.

Grazie al mio direttore che ha creduto in me e ha avuto la pazienza di attendere i resoconti che non arrivavano.

In ultimo, ma non per importanza, grazie a mia figlia, senza la quale, seppur tra alti e bassi, non avrei mai fatto questo viaggio; alla mia famiglia che mi ha supportato in questa avventura; a mio zio Carlo che, sfidando stanchezza, età e distanze, è venuto a salutarci il giorno della nostra partenza e ci ha pazientemente attese sotto casa per riabbracciarci il giorno del nostro arrivo; e ai miei genitori, che con la loro follia , la loro originalità e il loro essere male assortiti mi hanno insegnato a sopravvivere a tutto, anche a me stessa.

Buon cammino a tutti!

VIAGGIO copia
DOPO TRE SETTIMANE DI VIAGGIO:
 

LE PUNTATE PRECEDENTI

Buongiorno buongiorno!!
Venerdi glorioso! Aperti gli occhi, balzata come Bacco dal letto, ho preso il toro per le corna, rotto gli indugi e mollato gli ormeggi dalla comoda e rassicurante Buenos Aires!
Non sono andata molto lontana... è vero, pero' ho comunque attraversato il Rio della Plata e sono sbarcata a Colonia in Uruguay, ridente cittadina di stampo coloniale, dichiarata dall'Unesco, questa volta a ragion veduta, patrimonio dell'umanita'! Ora, la cittadina è davvero graziosa, un bon bon che manderebbe in visibilio le sciure, pero' se non foste in quel di Buenos Aires, non varebbe proprio la pena scomodarsi troppo per venirla a visitare. Soprattutto d'estate! Perche' qua, le decantate spiagge sono bagnate dal celebre Rio che di colore fa marrone discarica e tutto farebbe venir voglia di fare, fuorche' il bagno! Il giro del borgo richiede non più di un'ora, quello del grappolo di musei, semplici ma curiosi, un'altra. Considerati gli orari dei traghetti, più a buon mercato dei rapidi aliscafi (i primi impiegano 3 ore, i secondi 1; in mezzo circa 300 pesos di differenza) potete trascorere il restante del vostro tempo ad almuerzare :-) ovvero a fare spuntini a destra e sinistra. Qui quello che non dovete assolutamente mancare è il super sandwich CHIVITO! Una specie di panino gigante, una vera bomba per il fegato, delizia per il palato, udite udite: bistecca, bacon, prosciutto, uovo fritto, formaggio, lattuga, pomodoro, olive, peperoni e maionese! Io non ho ancora finito di digerirlo... Nemmeno facendo altri tre giri supplementari del borgo! Pero' ne è valsa la pena... Di certo quando torno a Milano non ne trovero' uno uguale... Come i macho gauchi argentini... Qui si che gli uomini si posson nomare tali! evviva la sincerità!
A proposito: volete sapere dove andare per mangiare il migliore CHIVITO di Colonia? A due passi dalla vecchia Plaza de-Armas, EL DRUGSTORE, divertente, colorato, musicale, cibo ottimo, un unico neo: un po' troppo caro. Peccato che il mio spagnolo mi basti appena per sopravvivere, altrimenti due paroline sul conto non le avrei lesinate :-) ora riparto di slancio, altro giro altra corsa! Imbarco immediato per Buenos Aires... Si torna alla base. Prossima destinazione? Aspettate e vedrete :-)
Ah! Immagino che vi siate chiesti che fine ha fatto mia figlia... Lei è rimasta nella capitale argentina. A buon intenditor, poche parole... E visto che la figlia ha un grande senso della privacy e io non voglio incorrere nell'ira funesta della pelide Céline, mi chiudo in rigoroso e sicuro silenzio. Mi mancano ancora 14 giorni prima di tornare a casa da quest'avventura e non vorrei fare la fine del topo anzitempo ;-)
Acc... Stanno mollando gli ormeggi senza di me! Devo saltare sulla passarella prima che la tolgano!

A proposito... Domani vi racconto, tra un museo e l'altro, come si fa a sopravvivere con due golf, due pantaloni, un paio di scarpe e una maglietta per 3 settimane!!
Alla prossima puntata :-)

E' stato impossibile scrivere e ancora di più scaricare qualche foto. Non solo per le pessime e quasi inesistenti connessioni in molti dei posti dove siamo state, ma soprattutto per i ritmi degli spostamenti, che sono stati quasi disumani. A Cuba internet non esiste e lo trovi solo nei grandi alberghi a costi proibitivi. A Panama siamo finite in un posto che definire fuori mano è un eufemismo. Come se non bastasse, l'unica cosa che ero riuscita a scrivere, chiedendo in prestito al padrone di casa il computer, è andato perduto perche' il nostro gentile anfitrione ha pensato bene di chiudermelo mentre mi ero addormentata sui tasti! Zelante e vegetariano, sebbene decisamente gentile, il padrone di casa lo ricordero' per avermi costretta, letteralmente e a tradimento, a restare a cena a casa malgrado i miei vani e ripetuti tentativi di portare fuori me lui e mia figlia! Cosi', nella ricca Panama, ho patito la fame e il coprifuoco... Perche' direte voi? Be', presto detto: se vai ospite a casa di qualcuno non puoi certo comportarti come se fossi in albergo. E se a questo aggiungi la sventura di capitare su un ospite logorroico bisognoso di compagnia, il disastro è totale. Morale della favola? Avevamo 4 gg da dedicare ad ogni sorta di esplorazione e alla fine siamo riuscite a vedere solo il Canale e Panama Vieja e l'inutile isla Taboga, di una bruttezza davvero rara. Io non so. Come facciano a definirla la Perla di Panama! Tutto il resto del tempo è stato fagocitato dalle distanze siderali esistenti tra la casa dove eravamo e le principali attrattive locali e il nostro loquace e inarrestabile padrone di casa.
Abbiamo lasciato Panama sotto un diluvio universale che in qualunque altro aeroporto del mondo avrebbe per lo meno ritardato, per motivi di sicurezza, i voli. Ma non a Panamà! Poche' aqui in Panamà, come in modo irritante andava ripetendo il nostro taxista, gli aerei partono anche con i tifoni! Porque' aqui in Panamà le regole degli altri paesi non valgono! Porque' aqui in Panama' facciamo un po' come cazzo ci pare!
Intanto un avvertimento agli shopping dipendenti: a Panamà ho comprato carica batterie e batterie, perche a Cuba non esistevano nemmeno quelle...Bene: intanto invece di vendermene uno che ne poteva ricaricare 4 me ne hanno venduti due, spacciandoli da due pile ciascuno, che invece ne potevano ricaricare 8! Doppia spesa, doppia fregatura! Si, perche' appurato il miserrimo raggiro ho poi con tristezza dovuto appuare che i caricabatterie AFGFA, made in Germany, hanno funzionato solo per 3 volte! Poi nada mas!!!
Non male vero? Porqueaqui in Panamà, quando vi freghiamo, lo facciamo per bene!
Ciliegina sulla torta, tanto per non farmi mancare nulla, all'aeroporto ho regalato alla mia banca e a quella locale una bella manciata di commissioni sbagliando l'importo in dollari da ritirare, che mi ha costretta a replicare l'operazione :-(

Ma la sfida più grande di tutto il viaggio doveva ancora arrivare...
E questa sfida si chiama Perù!
Tanto per cominciare, qualunque cosa tu voglia visitare, ti devi alzare tra le 2 e le 3 del mattino, se ti va bene. Immagina 11 gg cosi', di sveglie nel cuore. Della notte, di colazioni mancate, di pranzi inesistenti e cene insufficienti e hai un quadro della situazione. Una nazione sopravvalutata, che se non avesse dalla sua gli INCA, Macchu Picchu, il lago Titikaka, il fatto di andare di moda e di essere uno pseudo paese emergente, non se la filerebbe nessuno.e a proposito di paese emergente: noi che abbiamo attraversato il paese con ogni tipo di bus, dai "lussuosi" BUS CAMA - versione su gomma della bussines class in aereo - agli sconfortanti bus normali per peruviani, ne abbiamo viste di cose e di gente. Tanto per cominciare in Peru' non esiste il riscaldamento e l'acqua calda è un di più appannaggio di pochissimi, la maggior parte dei quali turisti. Considerato che in Peru' l'inverno esiste ed è anche rigido in molti parti del territorio, immaginate case fredde e docce gelate per tutti! Noi personalmente, in un autobus preso per raggiungere Puno da Arequipa, che nemmeno a dirlo partiva alle 3am, abbiamo viaggiato per oltre 5 ore sotto zero, perche' il riscaldamento non è previsto nemmeno sui mezzi di trasporto.
In generale, Lima che tutti bistrattano meriterebbe qualche giorno di più... La nostra unica giornata a Lima l'abbiamo trascorsa per meta' alla ricerca di un ATM che funzionasse, ricerca vana perche' il risultato è stato nullo per me e parziale per mia figlia, che è riuscita a portarsi a casa ben 400 Soles! Dopodiche', visitate le rovine della piramide preincaica incastonata al centro di Miraflores - considerato con molta immaginazione il quartiere chic della capitale - aver consumato il mio primo pasto a mezzogiorno dall'inizio del viaggio - basti dire che era il 1 agosto e io sono partita il 22 luglio!! - aver visitato il museo più bizzarro e originale nel quale mi sia mai imbattutta - e di musei ne ho visti tanti - con una collezione di ceramiche erotiche da far impallidire Rocco Siffredi e l'intera schiera di conigliette di Play boy, alle 18:30 siamo saltate sul BUS CAMA alla volta di Arequipa, dove l'unica cosa bella da non perdere è il Monastero di Santa Catalina. Il resto, tranne Plaza deArmas e stradine spagnole circostanti, è un incubo fatto di fango, polvere, miseria. E poi dicono che il Peru' è in forte crescita... Alla faccia, e se fosse stato in crisi, come sarebbe stato? Questa è una domanda alla quale non sono stata ancora capace di dare una risposta...
Ad ogni modo, arrivati ad Arequipa alle 9 del mattino del 2 agosto, alle 3 del 3 agosto eravamo di nuovo in pista, pronte per partire alla scoperta del Colca Canyon, dove alle 9 del mattino abbiamo avuto la fortuna di avvistare una dozzina di Condor! La solita fortuna del principinate!
Ritornate alla base per le 6, preso un aperitivo in cima ad uno dei Palazzi della PlazadeArmas al tramonto - uno spettacolo che vale le 5 rampe di scale a piedi - alle 2 eravamo di nuovo sull'attenti per saltare sul bus della speranza che ci avrebbe portate a Puno, ridente localita' sulle sponde del lago Titikaka...
Ridente... Dico solo che arrivate alla solita periferia fangosa di case fatte di adobe, i nostri occhi si sono riempiti di lacrime che non hanno avuto il coraggio di scendere.
Perche' la verita' è che un conto e' visitare un paese come questo saltando da un luogo all'altro in aereo. Dimorando in comodi e confortevoli alberghi... Un conto attraversalo come abbiamo fatto noi, di bus in bus, dormendo in case locali o piccoli alberghi dove abbiamo patito freddo e disagi di ogni tipo. Unica oasi inaspettata di paxce un delizioso hotel a Puno, il Colon Inn: camere riscaldate, tutto pulito e ordinato, bagno spazioso con acqua calda, una colazione abbondante - finalmente - e a due passi da tutto! Che dopo la disagevole esperienza di Arequipa, sembrava quasi il Four season!
Il lago Titikaka è uno spettacolo che merita il viaggio e le isole galleggianti di Uros, fatte di canne locali dove ci vivono popolazioni autoctone da almeno 500 anni da sole meriterebbero un'intera giornata. Se non avesse fatto il freddo che faceva, ci avrei volentieri pernottato... Ma io, a differenza loro, non sono abituata a dormire a zero gradi, e a lavarmi buttandomi nelle acque del lago a mezzogiorno, quando fuori ci sono tra i 12 e 15 gradi e l'acqua sfiora i 10•!
se vi propongono di andare a visitare invece l'isola di Takhile lasciate perdere! Non vale un solo minuto del vostro tempo e un solo soles del vostro portafoglio! Una fregatura su tutta la linea! Meglia la più interessante e suggestiva escursione alla scoperta di Sallustani, un complesso archeologico a pochi km da Puno, distrubuito sulle sponde di un piccolo e quieto laghetto di montagna!
Nemmeno a dirlo, la partenza da Puno alla volta dell'ultima tappa del nostro attraversamento peruviano è alle 9:30 di sera. Orario ufficiale previsto di arrivo al Terminal Terrestre di Cuzco: ore 5:00am. Orario reale di arrivo: ore 3:45!! Questo vi fa capire la velocita' folle tenuta dall'autista in una stretta strada che si arrampica perle montagne a 4mila metri, con burroni e strapiombi, senza nessuna forma di sicurezza! Vi dico solo che abbiamo fatto un viaggio che ci vede vive per miracolo, chiuse in questo bus senza luce, senza possibilita' di uscita, senza un solo pulsante di chiamata d'emergenza che funzionasse, a una velocita' di crociera che si è aggirata tra i 130 e - 140 km orari. La compagnia, che invitot tutti a non prendere nemmeno fosse l'ultimo posto disponibile - piuttosto rimandate di qualche giorno - è la Transzuela! Fuggitela come la peste, cosi' come la Flores! Un vero incubo. L'unica che potete considerare e nella quale potete riporre piena fiducia è la Cruz del Sur: comodissima, efficiente, sicura e con ottimi servizi a bordo, non ultimo riscaldamento e una calda e elegante copertina di rinforzo!
Per oggi è tutto.
Domani mattina vi raccontero' qualcosa di piu' di Cuzco e di Cuba, che tra tutte le tappe è quella che più di ogni altra mi è rimasta nel cuore...

 

MANCA UN GIORNO... - LA TERZA PAGINA DI DIARIO


BUONGIORNO, BUONGIORNO!
MOTORI CALDISSIMI, OPERATIVA DALLE 7am
PRONTA A PRENDERE POSTO SULLA PISTA DI RULLAGGIO

MANCA 1 GIORNO - 28 MINUTI E 40 SECONDI
ALL'IMBARCO IMMEDIATO PER IL SUD AMERICA E TUTTO VA BENE.

O QUASI...

Quest'ultimo giorno è iniziato all'insegna di Figlia valchiria, e pensando a lei, quando era ancora una frugolina tenera e tutta dedicata alla sua mamma, ho mosso i primi passi al mio risveglio
Questa sì che sarà un'avventura di quelle che racconterò ai nipotini!
- mi sono detta
se mai ne avrò
- ho poi pensato fra me e me...
Perchè Figlia valchiria, con la solita perentorietà che svela tutto il suo quarto di sangue teutonico, mi ha già chiarito le idee al riguardo: lei di aver figli non ne vuol proprio sapere e se voglio diventar nonna, dovrò adottarne qualcuno!
Niente di meno...
Vabbè, ce ne faremo una ragione, giusto?

Allora qui è tutto pronto, lo zaino è finito, il peso rispettato: Kg9,80!
Sono stata brava, non trovate?
Ho rispettato il terzo obiettivo che mi ero prefissata: non superare i 10 kg e viaggiare leggera.
Anzi, vi dirò di più: ho organizzato lo zaino in modo tale da lasciare in ogni luogo un pezzo e rispettare così il secondo obiettivo che mi sono data fin dall'inizio: alleggerirmi lungo il cammino e tornare con uno zaino più vuoto di quando sono partita.
Tornare più leggeri di bagaglio, metafora figurata e fisica per dare forma al primo più significativo obiettivo che lego a questo viaggio: entrare in comunione con me stessa, ascoltarmi per imparare ad ascoltare meglio gli altri, trovare un canale di comunicazione privilegiato e rispettoso delle reciproche differenze con mia figlia, dismettere le parti obsolete della mia anima e lasciare spazio alla leggerezza, quella che mi ha indicato Calvino tanti anni fa...
E così ora vi confido quale sarà l'unico libro che porterò con me in questo viaggio oltre, s'intende, le guide:
Lezioni Americane di Italo Calvino
Sarà di certo un ottimo compagno di viaggio.
Di certo uno tra i migliori che abbia avuto sin da quando, a soli 8 anni, ho letto il suo primo libro, regalatomi da Mater Mariagrazia Voghera:
Marcovaldo ovvero Le stagioni in città!
Bambina precoce, lo so, non me ne parlate!
Infatti ho avuto un sacco di problemi a scuola con i miei "compagnucci" di classe... Belve razziste che con saggezza ho riposto nelle cantine della mia memoria.
Succede sempre così, se ti allontani un po' dalla norma...
Però alla fine è stata una bella scuola di sopravvivenza quella dell'obbligo, seppur privata e disseminata di suorine benpensanti!
Cosa non avrei dato per andare a scuola dai Gesuiti!
Be', per oggi è tutto!

Ci rivediamo domani mattina all'alba,
ORE 6:00 am!

A POCHE ORE DELLA PARTENZA... - LA SECONDA PAGINA DEL DIARIO

DA QUESTO MOMENTO IL COUNTDOWN SI FA SERIO!
MANCA 1 GIORNO - 2 ORE – 15 minuti e qualche manciata di secondi
ALL'IMBARCO IMMEDIATO PER IL SUD AMERICA E TUTTO VA BENE.

O QUASI...

Sulla mia scrivania campeggiano in ordine sparso, una marea di fogli, prodotti in questi ultimi giorni: foglietti, post-it che, se ricomposti, darebbero vita al più lungo elenco di cose da fare, comperare, mettere a posto, disposizioni da dare, istruzioni da impartire, chiavi da duplicare, turni da istituire che abbia mai visto e prodotto in vita mia!
Lo sbarco in Normandia, rispetto all'organizzazione del mio viaggio, è stata una bazzecola!

Come se non bastasse, e come se non ci fosse già Figlia valchiria a tener deste le mei preoccupazioni, dulcis in fundo, da ieri anche mia madre ha pensato bene di aggiungerci un carichino da 90, giusto per gradire...
Come?
Presto detto: dopo 7 mesi di ricerca spasmodica di un inqulino al quale affittare la mia casa romana, dopo averne trascorsi altrettanti senza nemmeno l'ombra dipinta di un potenziale pigionante, da oltre due settimane avevo la fila fuori e un sacco di proposte interessanti...
Olè, mi son detta! È fatta!
WAS JUST AN ILLUSION!
La gioia è durata lo spazio di un MATTINO...
Perchè sapete Mater (leggasi mia madre) cosa ha fatto o, peggio ancora, cosa ha in MENTE di fare?
Nell'ordine: ha sospeso tutte le visite, ha chiamato un imbianchino e HA DECISO di aprire, lei, un B&B con la mia casa!!

Io, che finalmente gioivo contenta,
pronta a partire con l'animo più leggero,
sicura di tornare con un comodo inquilino e una garantita pigione...
Be'... inutile dirvi che non avrò né l'uno, né l'altra!

QUANDO UNO DICE: LE GIOIE DELLA FAMIGLIA!

 
 
 
PRE-PARTENZA: LA PRIMA PAGINA DEL DIARIO
 
 
 

BUONGIORNO A TUTTI!!!
MANCA POCO ALL'IMBARCO IMMEDIATO PER IL SUD AMERICA E TUTTO VA BENE.

 

O QUASI...

Ieri mi sentivo tutto sommato tranquilla...
Ero sopravvissuta all'ennesima divergenza d'opinione con Figlia valchiria - inutile dire che il tema centrale è sempre la questione economica, in questo caso io dico che bisogna portare dei contanti, lei dice che è una follia e che oggi si viaggia solo con carte - ero uscita viva da un'ora e mezza di lamentele estenuanti di un amico, senza di contro sciorinargli le mie, tanto sarebbe stata un'operazione sterile...
Insomma, avevo fatto il mio dovere, lavorato senza sosta, ritagliato il tempo per le ultime incombenze pre viaggio, tipo "costituzione della farmacia", compresi i due "vaccini tifo", vitamine, amuchine, disinfettanti e compagni cantando, tutto per la modica cifra di quasi 150 euro!!!
Avrei dovuto aggiungerne altri 480 per l'acquisto della profilassi antimalaria malaria...
Davvero troppi!
Ho optato per la vitamina B e un po' di attenzione.
Spendere quasi 500 euro mi sembra davvero eccessivo.
Tra l'altro ho scoperto che tutti i vaccini non sono mutuabili, nessuno!
Quindi tenetelo a mente quando fate i conti per andare dall'altra parte del mondo: vaccinarvi e far profilassi varie ed eventuali può costarvi almeno quanto il biglietto aereo...
Uomo avvisato, mezzo salvato :
Non ho mai preso tante medicine in vita mia, né fisicamente né acquistate in farmacia.
A questo punto, qualunque cosa accada, abbiamo tutto. E quando dico tutto, intendo dalla A alla Z!
Ecco, stavo pensando proprio a questo quando il mio occhio cade su una notizia in fondo alla prima pagina di Affaritaliani.
Strabuzzo gli occhi. Me li stropiccio. Li chiudo e li riapro, come quando ti va qualche granello fastidioso...
L'articolo è sempre lì!
(Vedere per credere: http://www.affaritaliani.it/cronache/mosche-nel-cervello170713.html)

Allora è tutto vero, non ho letto male...
Abbiamo fatto i vaccini contro la febbre gialla, la profilassi per il tifo, e chi più ne ha più ne metta,
ma questa proprio non l'avevo considerata!
E ora chi ci salverà dalle mosche?
È meglio che non lo dica alla figlia,
altrimenti oltre a farmi le pulci sui conti,
le salta pure la mosca al naso!!

Per oggi è tutto.

SI SALVI CHI PUOOOOOOOOOOO!

 

 

 

LEGGI IL PROGETTO DI VIAGGIO

 

 



 .

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