Café Philo

di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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#thedress, un dilemma filosofico. Il vestito cangiante "confonde"

Secondo il genetista Edoardo Boncinelli è tutto determinato dalla luce. "Un’ipotesi possibile di questa reazione potrebbe essere legata al cosiddetto principio della inibizione laterale" spiega invece a Il Messaggero Massimo Nicolò, che si occupa di malattie della retina presso la Clinica oculistica dell’Università di Genova". Un gruppo di ricercatori statunitensi sostengono a loro volta che la fotografia fosse un "fotogramma composto" e la percezione dei suoi colori variasse dunque a seconda della posizione e della distanza da cui la si osserva. Insomma esperti di tutto il mondo stanno ancora cercando di spiegare lo strano caso del vestito che ad alcuni sembra blu e nero e ad altri bianco e dorato (SE NON SAI DI CHE COSA SI TRATTA LEGGI QUI), un caso clamoroso di quella “variabilità percettiva” che è ancora al centro di importanti studi neurologico-oculistici.

Nessuno invece sembra essersi interrogato sulla curiosità che la cosa ha generato. Sull'appeal di una notizia-non notizia che nel giro di un pomeriggio ha portato a confrontarsi, parlare e studiare milioni di persone.

Intervista al filosofo Alessandro Alfieri

Un gioco da social network che si trasforma in bufera mediatica. Salta l'oggettività di una percezione e sembra crollare ogni riferimento. E' un caso molto filosofico no?
"Sì molto, e come è ovvio che sia, il primo riferimento filosofico che viene in mente è quello di Cartesio, per il quale il dubbio avrebbe potuto riguardare qualsiasi dimensione dell'esperienza eccezion fatta per il pensiero, e perciò avrebbe a ben diritto potuto riguardare anche la percezione del reale (come non dubitare della possibilità che ciò che io stia guardando non sia che un'apparenza?)".

Oltre a Cartesio...
"L'altro riferimento, tra i tantissimi, potrebbe essere Ludwig Wittgenstein, che nelle Ricerche Filosofiche evidenzia come l'unica possibilità di superare il solipsismo (ovvero la convinzione che la propria coscienza sia l'unica ad esistere nell'universo, e che tutto e tutti siano produzioni della mia mente) non sia propria del ragionamento logico, ma che presuppone un sentire più profondo, emotivo, che è alla base anche del linguaggio comune".

Quali riflessioni si aprono e quale quesito di fondo pone il dilemma del vestito?
"Il mistero del vestito blu/azzurro - bianco/oro mette in mostra il problema stesso della verità, e mi sembra affascinante che l'interrogativo a fondamento della storia dell'uomo oggi venga proposto e diffuso dalla rete e dai social network; insomma, che cosa è la verità? Noi siamo fortemente vincolati dall'accezione di verità oggettiva promossa dalla scienza, una verità unilaterale in grado di risolvere le ambiguità e le contraddizioni; anche a proposito del noto vestito, tutti ci siamo messi alla ricerca della spiegazione scientifica del paradosso, ovvero abbiamo tentato di applicare il paradigma causa-effetto a un evento del mondo. Certo, questa logica era adeguata al caso, perché si tratta di comprendere come funzioni un'illusione ottica, e soprattutto perché l'ambiguità era specificatamente dicotomica e facilmente risolvibile, ma come ci saremmo comportati se alcuni di noi avessero visto il vestito verde? Ed altri al posto di un vestito avessero visto l'immagine di un animale? E altri ancora la propria immagine? Quando i criteri della ragione intellettuale diventano insufficienti, allora tra i rischi c'è quello di scadere nella follia, mentre spesso la vita ci dimostra come i paradossi vadano mantenuti piuttosto di sperare di risolverli; d'altronde, credere nel miracolo non è che un'ulteriore forma di imposizione dello schema causa-consequenziale rappresentato dalla convinzione che ci debba essere per forza un perché (ricercato in questo caso nella volontà divina)".

Questa illusione ottica ha messo in luce un problema della società dunque? L'incapacità di conciliare soggettivo e oggettivo e di comprendere i paradossi?
"In un certo senso sì, mi riferisco al fatto che, come direbbe Nietzsche, "non esistono fatti ma solo interpretazioni": ogni evento del mondo, e anche ogni immagine del mondo, è sempre intrisa della propria dimensione emotiva e psicologica, e anche i tentativi di "spiegarli", spesso destinati al fallimento, risentono della propria soggettività. Il problema centrale è che spesso l'ambiguità pretende di venire mantenuta nella sua irrisolubilità, perché a fondo della nostra vita umana resta il paradosso, l'assurdità, l'inspiegabile. Ripeto: se dinanzi alla vicenda del vestito è più che legittimo affidarsi alla ragione scientifica per darsi una risposta, a mio avviso questo piccolo caso mediatico mette in evidenza in maniera obliqua il problema più generale della verità della vita (che si distingue nettamente dalla conoscenza), davanti alla quale la scienza stessa resta inadeguata. Pensiamo a quando due persone leggono lo stesso articolo di cronaca sul giornale: quella madre ha fatto bene ad uccidere il figlio malato terminale? Quella folla ha fatto bene a manifestare per quelle ragioni? Ma pensiamo più specificatamente alla nostra esperienza quotidiana e ai vari interrogativi che, nel corso del tempo, ricevono risposte sempre diverse, o che addirittura nello stesso istante implicano determinate risposte e la loro negazione: 'E' una persona meravigliosa! - Ma no, non lo vedi che è odioso??? - Ma io lo amo! - In realtà tu non lo ami, e lui non ti ama affatto, ti sta facendo del male - Non è vero, è il suo modo di amarmi…' ecc questo è solo un banale esempio per fare comprendere come il paradosso sia costantemente presente nella nostra vita, che non ammette di essere ridotta alla fredda logica. Vedere quel vestito potrebbe servire a farci riflette ancora una volta su questo".

 

Tags:
#thedressvestito
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