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Costume
L’Italia si ferma per "Il trono di spade". Davanti alla tv anche i politici

Di Virginia Perini

Quasi mille bambine negli Stati Uniti sono registrate all’anagrafe come Khaleesi. Otto solo in Italia. Chi è appassionato de Il trono di spade sa bene che il nome significa “regina” in Dothraki, la lingua immaginaria di un popolo nomade creato dalla fantasia di George R. R. Martin, all’interno della saga fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco la cui trasposizione televisiva è ad oggi la serie più guardata di tutti i tempi con 17 milioni e mezzo di spettatori nella prima puntata dell’ottava serie e una colonna sonora che conta su Spotify oltre 380 milioni di stream. Si tratta di un dato incredibile che misura la portata di quello che sta accadendo attraverso gli schermi della tv, precedendo persino l’uscita dei libri e sovvertendo una delle dinamiche più classiche (da libro a film). Ecco, lunedì sarà una data storica perché si concluderà quello che, nonostante le critiche, può dirsi un capolavoro che da otto anni sta tenendo incollate allo schermo milioni di persone in tutto il mondo. Sono previsti oltre 20 milioni di spettatori solo per la premiére americana del finale. L’impatto è davvero sconvolgente e non certo per una mera questione di auditel. Il fenomeno è economico e culturale. Hotel, catene di fast food, bevande, case di moda: tutti ricorrono all’utilizzo di elementi della serie per realizzare campagne di advertising efficaci o nuove linee di prodotti; le idee più famose sono le sei varianti che Adidas ha realizzato per la linea running, ognuna ispirata a una diversa casata della saga, e le nuove uscite di Oreo e Johnny Walker. I biscotti con gli stemmi delle famiglie sono disponibili solo negli Usa (stupefacente il remake della sigla rifatta con 2750 Oreo, realizzato insieme allo studio di design Elastic), mentre gli 8 whiskey, ispirati anch’essi alle varie fazioni, sono distribuiti anche in Italia. Perfino le squadre sportive realizzano video ispirati alla saga, primo tra tutti il filmato di presentazione delle finali di basket europeo. Non solo. Anche il turismo è coinvolto. Girato in Canada, Croazia, Marocco, Spagna, Islanda, Malta, Stati Uniti e Irlanda del Nord, gli appassionati stanno già prenotando viaggi “sul set” e dal 2020 potranno persino vivere l’emozione di un viaggio speciale nelle terre de Il Trono di spade. HBO ha infatti annunciato l’apertura di un parco a tema in Irlanda del Nord (per iniziare). Si chiamerà Game of Thrones Studio Tour: oltre 10.000 metri quadrati negli studios vicini a Belfast oltre a un gigantesco museo ricco di oggetti di scena e di produzione tra cui armature, armi, stendardi e, naturalmente, l’originale trono di spade. Se qualche anno fa, dopo l’avvento di Lost e Grey’s anatomy, già qualcuno aveva predetto con lungimiranza che il cinema sarebbe stato superato dalle serie televisive, diventate a tutti gli effetti forme d’arte contemporanea, nessuno avrebbe potuto immaginare che l’intera cultura popolare sarebbe stata travolta da un’onda così forte da “cambiare” il vocabolario di un’intera generazione, non solo in senso figurativo. Possibile che a Los Angeles qualcuno vada già a lezione di valyriano? Ma se gli elementi non ci bastano e pensiamo che i fenomeni diventino “culturali” solo quando invadono la politica ed entrano nei “discorsi seri” eccoci accontentati. Anche i politici, oggi, parlano in lingua “Trono di spade”. Quando qualche giorno fa Giorgia Meloni è stata protagonista delle cronache con la frase “fermiamo gli estranei”, citava l’esercito dei non morti della serie di David Benioff e D.B. Weiss. Lo stesso hanno fatto Emma Bonino e Sergio Chiamparino. Poi Trump, neanche a dirlo. Non solo. In tanti hanno usato la trama per parlare o fare esempi inerenti al tema dell’immigrazione, alle alleanze politiche e via dicendo. Perfino un dibattito femminista è stato generato dalla visione di quella che molti ancora considerano un banale fenomeno di entertainment. Peccato che ancora la questione non sia sanata tra chi accusa la serie di screditare le donne e chi sostiene che le elevi a detentrici delle chiavi del mondo intero. Arya, Sansa, Cersei, Daenerys, e anche «Sir» Brienne e Margery: i modelli femminili trainano il plot, senza dubbio.

«Il fenomeno è mondiale. Una rivoluzione nel modo di fare e pensare la cultura – commenta Ramsey J. Stoner, esperto americano di nuovi media, cinema e tv – e non possiamo far finta di niente, trattando serie come questa come semplice telefilm. Il prodotto culturale è elevatissimo, una serie caratterizzata da una trama fitta con citazioni e riferimenti letterari che vanno dalla Bibbia a Macbeth, dall’Odissea a Dostoevskij. Ha impegnato sul set vere e proprie rivelazioni della recitazione, per citare la parte ‘visibile’ ma anche guru della tecnologia, dal disegno digitale agli effetti speciali. Niente è mai stato studiato come la realizzazione delle battaglie, per esempio. Quella contro il Popolo della notte è costata quasi 20 milioni di dollari e solo la prima stagione ha toccato i 60; ora attori famosi fanno a gara per avere spazio negli spin-off». Poi conclude: «Quest’opera sarà ricordata come un punto di svolta nella storia dell’entertainment».

L’epilogo della saga fantasy sta per arrivare sul piccolo schermo. Lunedì sera non ce ne sarà per nessuno, molto peggio che durante una finale dei Mondiali. Medici, avvocati, giornalisti, politici saranno lì, intenti a scoprire chi sarà re dei Sette regni. E il giorno dopo non si parlerà d’altro. Perché questa è la forza dell’arte e della fantasia: avere il potere di “fermare” il mondo intero.  

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