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Angelo Maria Perrino

Travestiti? No, crossdresser. "E' ora di abbattere i pregiudizi"

"Crossdressing". Questo il termine nuovo, più moderno, più frizzante, più 2.0, con cui definire il Travestitismo. Ma è ora che la società abbatta i pregiudizi, a partire dai crossdresser stessi: "Siamo quelli che siamo, non inseriamoci in scatole chiuse con un'etichetta"

Di Maria Carla Rota (@MariaCarlaRota)
film crossdressing
Tony Curtis e Jack Lemmon in "A qualcuno piace caldo", 1959

"Crossdressing". Questo il termine nuovo, più moderno, più frizzante, più 2.0, con cui definire il Travestitismo, ovvvero una complessa serie di fenomeni tutti accomunati dalla scelta di indossare abiti o accessori comunemente associati al sesso opposto. Dalla scelta limitata ad alcuni capi a un burlesque completo di trucco, acconciatura e abbigliamento, da un gioco di impersonificazione comica a una totalizzante istanza di passare al genere opposto, dal desiderio occasionale di sperimentare una diversa identità di genere al voler vivere la maggior parte della propria vita come un membro del sesso opposto.

Un fenomeno che affonda le sue radici nella storia e nella cultura del mondo. Se ne è discusso ieri sera nel corso dell'incontro "CROSSDRESSING: parliamo di travestitismo", organizzato dall'associazione Enzo Tortora Radicali Milano e dall'associazione Certi Diritti nella sede di Radicali Milano in via Sebastiano del Piombo.

"Ci sono millenni di stereotipi da abbattere", ha esordito la psicologa Diana Nardacchione, ripercorrendo storia e antropologia del Crossdressing. "Oltre a essere considerato una pratica trasgressiva, il Travestitismo è spesso stato un espediente per salvaguradre fenomeni di genere. Quante volte le donne in passato si vestivano da uomini per viaggiare più sicure, per esempio, o usavano psuedonomi maschili per firmare i loro libri e assicurarsi così un trattamento paritario rispetto agli autori maschili. E ancora, ci sono state le donne soldato, come le centinaia arruolatesi nella guerra civile americana, e le piratesse sotto mentite spoglie, come Anne Bonny e  Mary Read. La società ha forzato in questi contesti il passaggio verso il sesso opposto". Così il film "Viola di mare", diretto da Donatella Maiorca nel 2009, racconta la storia d'amore tra Angela e Sara nella Sicilia dell'Ottocento. Per sopravvivere allo scandalo la famiglia di Angela arriva a farla passare per un ragazzo, variando persino il suo atto di nascita: lei porta i capelli corti e occulta la propria femminilità, come sfida alle mentalità del luogo.

Dalla fine dell'Ottocentro medici e psichiatri, aderendo all'istanza sociale di imporre un maggior controllo sulla sessualità, hanno utilizzato un modello medicalizzato, che ha concettualizzato le variazioni dalla norma del comportamento sessuale fino a trattare il Travestitismo come "malattia" e, in tempi più recenti, come problema comportamentale. "Oggi, le numerose persone che praticano il Travestitismo ancora non si possono esporre, nella nostra cultura, se non in determinate e limitate condizioni, gli spettacoli di drag queen per esempio, che non mettono in discussione la supremazia del ruolo di potere maschile nella gerarchia patriarcale", ha proseguito Roberta Ribali, psichiatra e psicoterapeuta. "Una situazione diversa dalle persone con franche tematiche di identità di genere o di transessualità, che invece hanno trovato visibilità e spazio nei media e nel sociale".

Ma qual è un profilo del Crossdresser, se esiste? "Innanzitutto - ha aggiunto Ribali - è un fenomeno pensato generalmente al maschile, ma esistono anche casi al femminile, che spesso si mimetizzano nel lesbismo e che sono socialmente meno evidenti, forse perché quella di volere essere uomo è una scelta che alla società appare più tollerabile e comprensibile". Il maschio alfa domina ancora l'immaginario collettivo della nostra epoca e poco spazio lascia alla dolcezza, alla delicatezza e al desiderio di empatia che tanti Crossdresser vorrebbero esprimere. "Molti di loro hanno un'ottima collocazione socio-culturale e un lavoro di successo, che li porta a occupare posizioni di potere, in cui è difficile poter esprimere la doppia anima che hanno in sé, maschile e femminile". Spesso i crossdresser si definiscono eterosessuali, si sposano e hanno figli. "Quando la moglie lo viene a sapere, nel 40% dei casi si verificano reazioni estreme: da un lato la rottura totale, dall'altro l'accettazione completa. Ci sono mogli che accompagnano anche i loro mariti crossdresser a fare shopping. In mezzo, nel restante 60% dei casi, tutta una serie di sfumature per cui ogni coppia ritrova il suo equilibrio". 

Dagli aspetti privati a quelli giuridici. Il matrimonio è l'ambito in cui la casistica è più ricca, come ha spiegato l'avvocato Giuseppe Berti. "Lo si porta come motivazionenelle richieste di annullamento o di addebito di separazione, ma va riconosciuto come causa unica ed esclusiva del fallimento del rapporto. In ambito penale è considerato un'aggravante, ma in generale le sentenze sul travestitismo sono pochissime. Rimangono, alla base, i principi fondamentali garantiti dalgli articoli 2 e 3 della Costituzione". 

Infine, ecco le testimonianze dirette di alcuni crossdresser. "Nella mia vita il crossdressing ha avuto ondate di diversa intensità - ha raccontato Susanna, 50 anni -. Ho deciso di sposarmi e di avere dei figli, nascondendo questa realtà a mia moglie. Quando l'ha scoperta, ha avuto  una reazione molto forte. Spesso sentiamo il bisogno di capirci, ma ancora non c'è una risposta immediata".

"Io mi sento limitato dal mio essere - ha confessato Alessandro perchè temo che, svelando la mia essenza, gli altri si faranno un giudizio su di me. Nella mia vita ho vestito il dress code del manager per avere un lavoro migliore e quindi una vita migliore. Poi il dress code è cambiato e oggi i dirigenti d'azienda vestono in pullover anziché in giacca e cravatta. E' vero che alla fine conta il valore della persona...".

Conta il valore della persona, è vero, ma ci vuole anche molta sicurezza in se stessi per riuscire ad affrontare pregiudizi così forti, che a volte esistono anche da parte dei Crossdresser. E' stato il caso di Andrea, 32 anni: "Fino a un paio di anni fa ho vissuto con ansia, senso di colpa e depressione questa particolarità. Poi ho deciso di aprirmi in modo sincero agli altri e ho scoperto che si possono costruire rapporti schietti e profondi. Oggi mi sento quasi stupido a non averlo fatto prima, pesando che nessuno mi avrebbe capito. Resta soprattutto il problema del lavoro, in cui mi sento ancora vincolato, essendo il mio un ambiente particolarmente competitivo".

croasdressingFoto Facebook -  Serata #crossdressing. Sedie esaurite. "Siamo quelli che siamo non inseriamoci in scatole chiuse con un'etichetta"

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