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“Per Ebola abbiamo le armi spuntate. Conseguenze fino al 2017”

L’INTERVISTA/ Maria Rita Gismondo è la direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, Virologia e bio-emergenza dell’Ospedale Sacco di Milano, uno degli unici due ambulatori in Italia in grado di intervenire in caso di Ebola. E fa il punto su rischi e conseguenze del virus in un’intervista ad Affaritaliani.it: “Abbiamo le armi spuntate, va molto più veloce della nostra ricerca. Con la politica di sicurezza europea si rischia l’ecatombe. I malati devono essere curati e messi in quarantena in Africa e non riportati qui. Sono favorevole alla chiusura delle frontiere dei paesi dove si è diffusa la pandemia. Gli screening? Non si possono gestire con quei numeri, anche Mare Nostrum non può funzionare. Ci saranno anche conseguenze economiche sul pil, gli effetti si sentiranno fino al 2017″

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Maria Rita Gismondo è la direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, Virologia e bio-emergenza dell’Ospedale Sacco di Milano, uno degli unici due ambulatori in Italia (insieme allo Spallanzani di Roma) in grado di intervenire in caso di Ebola. E fa il punto su rischi e conseguenze del virus in un’intervista ad Affaritaliani.it.

Professoressa Gismondo, allo stato attuale che cosa sappiamo di Ebola?

Fino allo scorso dicembre conoscevamo poco di Ebola, perché dagli anni ’70 a oggi c’erano stati fortunatamente solo pochi focolai che si erano autolimitati. C’era stato un numero massimo di morti intorno ai 300, mai si era arrivati alle migliaia di adesso. E’ un virus che si manifesta anche dopo 21 giorni, contrariamente a quanto si pensava precedentemente. L’incubazione, dunque, va dai 2 ai 21 giorni. 

Abbiamo le armi per difenderci?

Le armi sono piuttosto spuntate dal punto di vista terapeutico e della profilassi. Non abbiamo vaccini né terapie efficaci. Certo, la notizia del vaccino italiano è positiva, anche se in condizioni normali un vaccino con una durata di 10 mesi verrebbe scartato perché inidoneo. Ma visto che siamo con l’acqua alla gola va bene anche questo. Il problema è che il virus va molto più veloce della nostra ricerca.

Quanto rischio corriamo in Italia?

Rischiamo se le misure di sicurezza, che io al momento non condivido, rimangono quelle attuali. In questo momento rischiamo al pari degli altri paesi europei. Mi preoccupa la politica europea, che pare sarà esaminata a Bruxelles dai vari ministri della Salute, di accelerare l’evacuazione dei cittadini europei che presentano dei sintomi dai paesi africani verso quelli di appartenenza. Rischia di essere la reale ecatombe, perché trasporteremo il virus. E’ da mesi che mi dicono che faccio la Cassandra, ma il problema è che non c’è mai la garanzia al 100 per cento di isolare il virus. Si rischia sempre che ci possa essere l’incidente di laboratorio, la disattenzione dell’infermiera che non si attiene al protocollo e qualsiasi breccia può significare rimanere contaminati. Non capisco perché invece del trasporto non si utilizzo ospedali mobili sull’esempio di quelli americani. Si tratta di ospedali mobili attrezzatissimi in grado di curare anche vaiolo e peste. I malati dovrebbero essere curati là e dopo un periodo di quarantena potrebbero tornare a casa. In quel modo non si darebbe la possibilità di far uscire il virus da quei paesi nei quali si è diffuso.

Sarebbe a favore di una chiusura delle frontiere?

Sì, la chiusura delle frontiere servirebbe, non tanto delle nostre quanto delle loro. Purtroppo in questo momento non si possono tenere le porte spalancate. Poi se non si riuscisse ad adottare questo tipo di misura allora dovremmo pensare a difenderci con una stretta sorveglianza di chi arriva sul nostro territorio. Non basta fare due domande e via come adesso. Da tecnico non ho paura a dire che finora ci è andata bene visti gli scarsi controlli che facciamo su chi arriva dall’Africa. Ci è andata bene anche perché i paesi colpiti dal virus sono molto lontani ma se fossero rimasti colpiti paesi più vicini, quelli da cui arrivano la maggior parte delle persone presenti sui barconi, allora la questione sarebbe aperta.

Il ministero della Salute propone di fare screening a tappeto sui voli. E’ abbastanza?

Non si possono gestire centinaia di persone che arrivano e fare screening a tappeto. Si potrebbero invece attrezzare posti di quarantena. Non ci dimentichiamo che i nostri nonni quando arrivavano in America venivano tenuti su Ellis Island per essere controllati. Non per motivi strani, ma per controllare che stessero bene. Se poi tenere i migranti in quarantena significa tenerli come cani randagi mi oppongo con tutte le mie forze ma se li si riesce a tenere con dignità allora sono favorevole. Così Mare Nostrum non può funzionare e non è colpa di chi fa i controlli, tutti ottimi professionisti, ma perché numericamente la situazione non è gestibile. 

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Qual è il protocollo utilizzato dal Sacco per fare fronte all’emergenza?

Noi siamo un centro di riferimento, insieme allo Spallanzani di Roma siamo l’unico ospedale di alto contenimento. Abbiamo delle strette misure di contenimento che vengono adottate sia dai tecnici che fanno le analisi sia dai medici che curano i pazienti. Si entra scafandrati e non c’è nessuna possibilità di contatto tra l’esterno e l’interno. 

Al di là del vostro caso, le altre strutture sanitare sono adeguatamente preparate?

Quando c’è un’epidemia lo sviluppo della malattia è in continua evoluzione e l’organizzazione segue l’emergenza numerica che mano a mano si presenta. In questo momento hanno ritenuto necessario un solo centro di riferimento, che è il nostro. Negli altri ospedali, quando si presentano sintomi sospetti ci inviano il sangue del paziente per una diagnosi. Quando i sintomi sono sicuri il malato viene invece subito trasportato da noi.

Le sembra che finora politica e opinione pubblica abbiano sottovalutato il problema?

Ho vissuto negli Usa per qualche anno e ho lì ho imparato ad avere un approccio particolare alla sanità. Quando negli Usa succede qualcosa di simile si muove la società civile, ci sono tante organizzazioni che si attivano e fanno da ponte tra i cittadini e i tecnici. Qui in Italia purtroppo questa cosa non esiste. Da una parte abbiamo una popolazione impaurita, anche troppo, e dall’altra i tecnici. Non esiste nessun ponte. Per questo sono rimasta così piacevolmente colpita dal fatto che stavolta mi abbia contattato un’organizzazione culturale, Crescita e libertà, che vuole fare proprio questo, creare un ponte. Insomma, ogni tanto anche in Italia qualcosa di buono succede.

Per quanto si faranno sentire le conseguenze di questa epidemia?

A lungo, purtroppo. Mi sono occupata anche di studi economici ed è certo che le conseguenze economiche si faranno sentire per anni. Certamente ci sarà un decremento del pil nei paesi africani e anche di quelli europei se saranno colpiti dal virus. In Africa stanno perdendo investitori, aziende se ne vanno e non torneranno. Tutto questo si ritroverà nel conto economico mondiale. Se l’epidemia, come speriamo, si esaurirà entro il 2015 le conseguenze comunque continueranno fino al 2017.

Ultima domanda. Chi legge questa intervista alla fine quanto deve essere preoccupato?

Il lettore si deve sentire attivo nella politica sanitaria. Non si possono subire le epidemie e basta, perché con la globalizzazione ce ne saranno altre. Deve essere parte attiva e pretendere che le lezioni che si imparano da queste nostre prime esperienze globali siano ascoltate dai politici e tramutate nel bene del cittadino.