di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
C’è un tesoretto americano, interamente custodito all’estero, che alimenta l’onda di M&A che si sta abbattendo sui mercati e che ha nell’attivismo dei colossi a stelle e strisce Pfizer e General Electric il suo epifenomeno.
Sono circa 2.000 miliardi di dollari di profitti che le multinazionali americane detengono all’estero nelle proprie controllate, munizioni finanziarie che non vengono rimpatriate e distribuite sotto forma di dividendi agli azionisti per non incappare nella scure del fisco statunitense. Una peculiarità fiscale tutta a stelle e strisce che fa sì che big corp, ad esempio, come General Electric e Pfizer abbiano rispettivamente a disposizione 57 e 70 miliardi di dollari di liquidità, derivante dall’attività delle società possedute fuori dai confini nazionali. Cassa da cui il colosso guidato da Jeffrey Immelt può attingere per andare all’attacco in Francia e cercare di mettere le mani sulle attività energetiche di Alstom offrendo 13,5 miliardi cash (a differenza di Siemens che comprende uno scambio di asset) e che può consentire a Pfizer invece di imbarcarsi in una stellare guerra di rilanci sulla britannica AstraZeneca, mettendo sul tavolo ben 106,5 miliardi. Cifre da capogiro.
Giganti come Apple, Google, Ibm, Boeing o Microsoft, finiti per queste pratiche di ottimizzazione fiscale anche nel mirino del G20, sono soliti dunque parcheggiare all’estero montagne di liquidità per evitare di versare all’Irs il 35% dei propri utili. Meglio un’acquisizione che dare i soldi al Tesoro statunitense, sembra dire Corporate America. Politiche di gestione finanziaria di cui Casa Bianca e Congresso sono ben a conoscenza, ma a cui non sono ancora riusciti a porre freno, riportando in patria una parte della ricchezza.
Il fisco a stelle e strisce non riuscirà pure a mettere le mani su una parte di questi 2.000 miliardi di tesoretto, ma, anche grazie a bassi tassi d’interesse e a maggiore fiducia sulla tenuta dell’economia mondiale, la potenza da fuoco finanziaria dei big industriali statunitensi sta dando un contributo fondamentale alla voglia di prosperità e riesce ad alimentare la campagna Usa di acquisizioni estere, con livelli da record.
Se, per esempio, il deal Pfizer-AstraZeneca andasse in porto, salirebbe a quota 157 miliardi il valore delle operazioni di M&A solo nel settore farmaceutico realizzate ultimamente e se l’assalto ad Alstom andasse a buon fine diventerebbe l’acquisizione di maggiori dimensioni nella storia recente di GE. Di molto superiore alle prede finora messe nel mirino da Immelt, comprese invece tra gli 1 e i 4 miliardi di dollari. Sui mercati, in poco più di una settimana sono entrate in gioco fusioni, annunciate o potenziali per 180 miliardi di dollari. E le sorprese potrebbero essere solo iniziate, mentre il Dow Jones continua la sua marcia a Wall Street.

