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Mps, BpVi e Veneto Banca. Quei risarcimenti miliardari che non arriveranno

Dopo Bpvi anche Veneto Banca prova a chiedere i danni ai suoi ex vertici. I precedenti di Sie,Fondazione Montepaschi, DB e Nomura. Soldi che non arriveranno

Mps, BpVi e Veneto Banca. Quei risarcimenti miliardari che non arriveranno

Dopo la richiesta avanzata ad aprile dal Cda di BpVi a 32 ex amministratori per anni ai vertici dell’istituto per il risarcimento di danni stimati in oltre 2 miliardi di euro (senza conteggio del danno reputazionale), anche Veneto Banca prova la strada della richiesta risarcitoria per danni stimabili in circa 2,3 miliardi agli ex amministratori (fra cui l’ex dominus Vincenzo Consoli) e sindaci rimasti in carica fino al 26 aprile 2014, giorno delle dimissioni di Flavio Trinca in assemblea.

mps
 

La domanda che tutti si fanno, naturalmente, è se tali richieste siano non solo giustificate ma abbiano qualche concreta speranza di far recuperare capitali consistenti a due istituti che, come noto, hanno bisogno di nuovi mezzi freschi sia privati (a seconda dei momenti la cifra sembra oscillare tra i 700-800 milioni e gli 1,2/1,3 miliardi) sia di un mix pubblico-privato per la ricapitalizzazione precauzionale da 6,4 miliardi di cui almeno 4 a carico del Tesoro con contestuale azzeramento del valore della partecipazione del fondo Atlante, che nella vicenda ha finora impiegato 3,5 miliardi, e dei bond subordinati.

I precedenti non inducono a sperare per il meglio, anche se Alessandro De Nicola, senior partner dello studio Orrick e consulente (con Umberto Tombari e Michele Bertani) di cui si è avvalsa Veneto Banca nel mettere a punto l’atto di citazione che avvia l’azione di responsabilità, si è detto fiducioso nella magistratura anche grazie ad un lavoro “di complessità enorme che ha coperto molti anni ed eventi”.

Negli anni passati ci sono già stati precedenti di banche e fondazioni che hanno agito contro i propri ex vertici, prime tra tutte Mps, che nel 2013 avanzò una richiesta di risarcimento danni nei confronti di Giuseppe Mussari, ex presidente, e Antonio Vigni, ex direttore generale dell’istituto, per complessivi 1,2 miliardi in relazione, in particolare, alle due operazioni denominate Alexandria e Santorini messe in piedi tra il 2008 e il 2009 rispettivamente con Nomura e Deutsche Bank.

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In compenso nell’agosto dello scorso anno il Tesoro (nel frattempo divenuto socio al 4,02% dell’istituto senese) votò contro l’azione di responsabilità verso il presidente Alessandro Profumo e il direttore generale Fabrizio Viola. La stessa Fondazione Mps sempre lo scorso anno ha avanzato richieste di risarcimento per 3 miliardi di euro contro i membri delle deputazioni amministratrici dell’Ente in carica nel 2008 e nel 2011 (entrambe presiedute da Gabriello Mancini), oltre che contro gli advisor (Credit Suisse, Jp Morgan e Leonardo & Co), che consigliarono l’acquisto di Banca Antonveneta da parte di Banca Mps nel 2008 e contro il consorzio di undici banche coordinato da Jp Morgan che, nel 2011, finanziò l’aumento di capitale della stessa Fondazione Mps (oltre che contro l’allora direttore generale Marco Parlangeli, che materialmente firmò l’indebitamento).

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Finora, peraltro, Mps ha incassato solo 220 milioni di euro (contro i 500 milioni chiesti) grazie a una transazione extragiudiziale con Deutsche Bank e ulteriori 359 milioni (in questo caso la richiesta era di 799 milioni) con la transazione siglata con Nomura, per un totale di 579 milioni, ossia poco meno della metà dell somme richieste. Più difficile di solito è ottenere cifre significative dalle singole persone fisiche, per un problema di capienza dei rispettivi patrimoni, tanto più quando, come nel caso di Gianni Zonin, ex presidente di Bpvi, l’ex amministratore si è nel frattempo spogliato di gran parte del proprio patrimonio, girando ai tre figli l’impero vinicolo (186 milioni di euro di fatturato annuo).

vincenzo consoli
 

Ne sa qualcosa persino Deutsche Bank: la maggiore banca tedesca sta provando da tempo, come confermato dal presidente del Consiglio di sorveglianza dell’istituto, Paul Schleitner, a raggiungere un accordo “amichevole” con i suoi x amministratori “per assicurarsi che gli individui coinvolti” negli scandali finanziari degli ultimi anni, come la vendita grazie a pratiche commerciali non corrette di mutui subprime cartolarizzati (vicenda per cui la banca tedesca ha dovuto pagare 7 miliardi di dollari) diano “un sostanziale contributo finanziario”.

Tra i banchieri coinvolti vi sarebbero l’ex numero uno Josef Ackermann (Ceo del gruppo dal 2002 al 2012) e agli ex co-Ceo Anshu Jain e Juergen Fitschen (per il periodo 2012-2015). Sennonché Ackermann ha più volte ribadito che non vi sono basi legali che consentano alla banca di pretendere che i suoi ex dirigenti restituiscano bonus già pagati e questo nonostante che a causa della condotta inappropriata dei suoi dirigenti la banca tedesca ha dovuto pagato sanzioni tra il 2002 e il 2015 per 15 miliardi di dollari complessivi.

Insomma: se i precedenti insegnano qualcosa è che non è cercando di aggredire patrimoni di persone fisiche che si riescono a recuperare somme significative, semmai “incastrando” persone giuridiche con patrimoni consistenti, anche se a Vicenza e a Montebelluna sperano che l’eccezione possa finalmente manifestarsi.

Luca Spoldi