Appunti per una riflessione sull’imprenditorialità

Di Danilo Broggi (presidente@culturadimpresa.org)

Cronaca e storia riflettono, sulla stampa di oggi, immagini diverse della figura dell’imprenditore. Se nelle pagine dei quotidiani non si trovano più storie di persone o di famiglie di “capitani” di successo, e se vi si trovano sono, di solito, laudatorie di imprese notissime che rischiano di essere fastidiosamente stucchevoli, si legge invece sempre più spesso di “imprenditori” coinvolti in giri di tangenti, favori alle cricche, in combutte politiche. Uomo simbolo: evasore fiscale, sfruttatore di manodopera, inquinatore dell’ambiente… E, al di là della cronaca, solide stratificazioni culturali di non così chiara matrice, la cui genesi andrebbe meglio indagata, fanno da quinta alla messinscena di questo genere di figura del capitano d’industria: e il racconto delle nefandezze pare naturale.

L’esperienza maturata in vent’anni di ricerca storica da parte del Centro per la cultura d’impresa (www.culturadimpresa.org) registra invece un punto di vista diverso, più positivo. I racconti raccolti dal Centro attraverso le storie di vita dei commercianti storici milanesi, ad esempio, e ancor più la mappatura avviata con il Registro delle imprese storiche di Unioncamere, gettano luce su tante storie accomunate dalla capacità di un impegno lavorativo quotidiano che attraversa il tempo e dura perchè si evolve affrontando momenti di crisi e fasi di successo. Circa 2.300 sono le imprese ultracentenarie che volontariamente si sono iscritte a questo registro e che, valutate nei requisiti, hanno dimostrato la durata nell’attività produttiva attraverso i passaggi generazionali. Storie di famiglie, storie di saperi e conoscenze che si tramandano e si evolvono in maniera diacronica, affrontando ostacoli derivanti da contingenze negative (le guerre del novecento o le crisi economiche più recenti), o progredendo nello sviluppo e nell’innovazione, spesso in chiave tecnologica o in termini di competitività internazionale.

Tali percorsi di successo, e la durata è uno dei criteri di valutazione di tale successo, che cosa lasciano al nostro paese? Lasciano un sostrato di “cultura del fare”: insieme una sapienza tecnica che tendenzialmente si perde nel momento in cui finisce l’esperienza imprenditoriale e, quel che è più importante, una cultura del lavoro come realizzazione non solo di un bisogno, ma anche di un’idea, di un progetto, se non di vita, almeno di realizzazione umana.
Ma anche questa eredità pare effimera, sballottata tra il dominio – che oggi mostra la corda – della finanza e una concezione del lavoro come di un qualcosa che deve essere “fornito” e “garantito” da qualcun altro.
Il conoscere e il meditare le tante storie di singole persone, molto più spesso di nuclei famigliari, che hanno saputo dar vita a percorsi professionali di successo, creando posti di lavoro e cultura tecnica può esserci utile per ripensare alla figura dell’imprenditore come portatore di una ricchezza culturale oltre a quella economica, che oggettivamente rappresenta il tessuto connettivo dell’economia di un paese. Tratto distintivo e il vero giacimento del nostro paese è il numero di pmi 7 per ogni 100 abitanti (Istat) con un tasso di imprenditorialità (espresso come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese)  pari al 31,3% che, se confrontato con la media europea, è di quasi tre volte superiore.

Anche sulla spinta della cogente necessità di sviluppare e rilanciare  la nostra economia occorre rimettere al centro delle decisioni politiche in materia economica e industriale la figura positiva dell’imprenditore. E operare in sede normativa e applicativa a favore di una vera rivoluzione che agisca come fattore di potenza liberando e moltiplicando le energie imprenditoriali, le uniche capaci di creare valore comune a favore del nostro paese. Ripartendo proprio dalle pmi, per la loro capacità di legarsi al territorio, di fare sinergia, collegandole in modo non sporadico ai centri di ricerca, alle università. L’imprenditore non vuole e non deve essere messo nella condizione di dire ai suoi figli di lasciar perdere. Tanto meno desidera pensare che non si possa  più investire in Italia: non ha però bisogno di un salvagente, ma di un sistema efficiente, proattivo, non vessatorio, professionalmente qualificato, per creare quella cultura del lavoro che le tante storie delle nostre imprese storiche possono vantare come uno dei risultati di civiltà più alti dell’Italia produttiva.


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