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Economia
Ecofin, Tria rinvia i conti con Bruxelles. Ma nel 2019 servono 30 miliardi

Il ministro dell’Economia e finanze, Giovanni Tria, continua a ostentare ottimismo: “La manovra (correttiva, ndr) non si farà”, almeno nel 2018, tanto più visto che la ripresa sta rallentando. Ma l’Ecofin, a cui oggi il titolare di Via XX Settembre ha partecipato, non sembra disposto a fare sconti e nel suggerire a tutti gli stati membri di sfruttare “l’attuale momento economico favorevole per rafforzare ulteriormente la resilienza delle economie”, raccomanda formalmente all’Italia per l’anno in corso “uno sforzo di bilancio strutturale di almeno lo 0,3% del Pil”.

Tria
 

Non solo: nel 2019, “in vista del debito/Pil sopra il 60%” (il debito pubblico italiano a fine maggio era salito a 2.327 miliardi, saldamente sopra il 130% del Pil, secondo i dati di Banca d’Italia, ndr) “il tasso di crescita nominale della spesa netta primaria non deve eccedere lo 0,1%, in linea con un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil”, ossia pari al doppio di quello che Tria dovrebbe approntare entro fine anno. Il governo, ha tuttavia ricordato il ministro, “ha già indicato che nel 2018 non farà nulla” e che “per l’anno prossimo non farà interventi che sacrifichino la crescita”.

Riuscire a farlo rispettando il Patto di Stabilità, e dunque le raccomandazioni dell’Ecofin, è la “mission impossible” di Tria, che evidentemente o spera in una tenuta della crescita del Pil migliore delle previsioni, o pensa a qualche entrata straordinaria, che pure secondo Bruxelles dovrebbe essere utilizzata in modo “prudente” se si vuole ridurre il rapporto debito/Pil che sottrae “ampie risorse” necessarie a “coprirne gli oneri” (ossia gli interessi sul debito, ndr), a detrimento proprio di quelle spese “per rafforzare la crescita in settori quali educazione, innovazione e infrastrutture” che a Tria starebbero tanto a cuore. In soldoni: l’intervento raccomandato dall’Ecofin ammonta a circa 5,2 miliardi quest’anno e al doppio l’anno prossimo.

moscovici
 

Se il governo non interverrà in sede di Legge Finanziaria 2019, l’anno venturo occorrerà dunque trovare coperture per oltre 15 miliardi, cui vanno sommate le “clausole di salvaguardia” che i precedenti governi hanno continuato a rinviare nel tempo, col risultato che l’anno venturo o si dovrà lasciare aumentare l’Iva o si dovranno reperire risorse per 12,4 miliardi più altri 19,1 miliardi nel 2020.

Nel conto vanno poi inseriti 2,6 miliardi di euro di spese “indifferibili” (2 miliardi entro fine anno per il rinnovo del contratto degli statali, 140 milioni per evitare l’aumento delle accise sui carburanti e altri 500 milioni di varie spese indifferibili). Dunque se il governo non si muove con un taglio alla spesa o un incremento delle imposte e salvo risultati eclatanti di eventuali condoni “supertombali”, improvvisi nuovi crolli degli interessi sul debito pubblico o accelerazioni del tutto inattese del Pil, l’anno venturo occorrerà trovare 30,6 miliardi, più altri 19,1 miliardi entro il 2020, per un totale di oltre 40 miliardi di euro.

Il tutto, naturalmente, senza neppure ipotizzare il varo di provvedimenti come flat tax, modifica della riforma Fornero e reddito di cittadinanza che Matteo Salvini e Luigi Di Maio continuano a promettere verranno varati quanto rima ma che rischiano di costare alcune altre decine di miliardi. L’eventuale (ma non agevolmente realizzabile) taglio di vitalizi e “pensioni d’oro”, d’altra parte, non può essere in alcun modo inteso come copertura sufficiente a tali necessità.

(Segue...)

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