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Libri & Editori
Demetrio Paolin, viaggio nella dipendenza dalla scrittura

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. È l’ultima storia scritta da Cesare Pavese su un pezzo di carta, prima di lasciare i suoi lettori, la sua vita, i suoi libri. Il saggio di Paolin  "Non fate troppi pettegolezzi - La mia dipendenza dalla scrittura" (LiberAria Edizioni) parte da questo finale per raccontare un inizio. Anzi, quattro inizi. Seguendo l’auspicio di Pavese l’autore mette in cortocircuito le storie di quattro scrittori torinesi: Emilio Salgari, Franco Lucentini, Primo Levi e lo stesso Pavese che per ragioni simili ma anche differenti hanno vissuto al servizio della scrittura.

Demetrio Paolin nel suo libro, come prima era accaduto nella propria esistenza, incrocia le loro opere e i luoghi dove hanno vissuto, meditato, amato le parole fino al punto di doversene liberare per regalarle agli altri, a noi. “Non fate troppi pettegolezzi” è una passeggiata narrativa che riflette sull’arte, sulla ricerca della propria voce e sullo scrivere senza mettere mai nessuno in cattedra ma mescolando gli sguardi agli squarci biografici, dove il racconto dell’Io si amalgama con quello di tutti noi che amiamo leggere (e scrivere). Il libro si compone di quattro saggi che si rifanno a un modo di raccontare la letteratura alternativo rispetto alla saggistica contemporanea che mette insieme appunto memorie personali, immaginazioni narrative e critica letteraria. L’ordine delle storie narrate è temporale ovvero legato all’anno in cui gli autori sono morti. Del resto come diceva un altro grande scrittore americano: scrivere significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.

DemetrioPaolin
 

L'AUTORE - Demetrio Paolin è nato a Canelli, in provincia di Asti, ma vive e lavora a Torino. Ha scritto alcuni libri: il saggio Una tragedia negata (VibrisseLibri; Il Maestrale) in cui ha indagato il modo con cui la narrativa italiana ha raccontato gli anni ‘70; il romanzo Il mio nome è legione e il libro di racconti La seconda persona, entrambi editi da Transeuropa.

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione dell'editore)

 

PRIMO LEVI

Torino, corso Re Umberto 75

(11 aprile 1987)

Sono a Berlino. Nelle stanze del Museo Ebraico non c’è nessuno. Sono sceso nel piano interrato, tutto è nero

e bianco. Cammino per un corridoio detto “dell’Olocausto”. Sono vestito leggero, una camicia e un paio di pantaloni. Arrivo alla fine di questo lungo camminamento e trovo una porta. Spingo il maniglione rosso e sono ai piedi di una torre. È buia e fredda. Il pavimento è di terra battuta. Non c’è luce se non da una fessura posta in alto: indovino il cielo grigio carico di neve. La porta dietro di me si chiude, fa un tonfo che riecheggia per l’altezza, che pare infinita, della torre. Il freddo mi assale di colpo, mi aggredisce come i cani di una muta; la paura diventa qualcosa di concreto e antico; è come se il mio corpo ricordasse. Non è una memoria recente, bensì qualcosa che è inscritto nella mia carne, nelle cellule del mio corpo, è qualcosa di primitivo. È la paura assoluta, quella che provarono i miei antenati nel buio della caverna; è quella che provò Adamo dopo che ebbe mangiato la mela. La paura viene dal freddo e il freddo viene dal male, che ci fa sentire nudi. Così mi cingo il ventre con le braccia, a coprirmi e provare a difendere le mie viscere. Arretro, cercando di trovare un angolo riparato che mi preservi dal gelo che sta avendo la meglio sulle mie ossa e mentre cammino sento delle urla provenire dal pavimento. Ci sono piccole facce sparse per terra e quando le pesto gridano, è uno stridio fastidioso e acuto, una gazzarra di rondini. Ho gli occhi chiusi perché non voglio vedere, ma inciampo e cado e finisco con il muso per terra. Gli occhi mi si spalancano su queste facce che in realtà sono tuorli d’uovo pietrificati, che contengono già l’ombra del pulcino, una forma mostruosa che pare umana. E allora urlo, e nell’urlo il sogno svanisce.

Sono a Torino e sono sveglio. Mi alzo e mi vesto, è una mattina primaverile, fresca ma soleggiata. Prendo la bici e percorro corso Giovanni Agnelli, mi lascio alle spalle lo Stadio Olimpico e il parco di piazza d’Armi, attraverso corso Galileo e corro lungo corso Re Umberto. Passo l’ospedale Mauriziano e poco dopo arrivo alla casa di Primo Levi.

L’ippocastano è ancora lì. Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone. È una cosa che non vorrei, ma infine mi trovo a pensare a Levi e alla sua morte; e mi torna alla mente un uovo.

Quando penso a Primo Levi che decide di gettarsi dalla rampa delle scale – nelle mie immaginazioni non c’è mai o non è mai chiaro il motivo del gesto – la mia fantasia visualizza un uovo che scivola dalle mani distratte di una cuoca e incoccia in terra. Se uno ci pensa è una immagine innocua, casalinga, per nulla tragica; è una immaginazione che toglie quell’aura romantica al suicidio: uccidersi è come un uovo che sguscia dalle mani e si frantuma a terra. Così doveva essere il corpo di Levi quando lo trovarono quella mattina di aprile, un uovo fracassato con l’albume e il tuorlo sparsi sul marmo.

(continua in libreria)

Tags:
demetrio paolinnon fate troppi pettegolezziliberaria edizioni
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